Venerdì, 28 Aprile 2017


Nutrizione

Come curare la clorosi ferrica nella vite

12 Aprile 2017

Per risolvere i problemi dovuti alla clorosi ferrica (vedi l'articolo correlato), la logica suggerirebbe di modificare il pH del suolo portandolo su valori acidi, così da rendere maggiormente disponibile il ferro contenuto nel terreno.

In realtà il problema è più complesso, in quanto non è facile acidificare terreni in cui il calcare è un costituente fondamentale derivato dalla roccia madre (suoli calcarei), se non con interventi estremamente costosi e di difficile applicazione.

Una soluzione potrebbe essere l’impiego di solfato di ferro idrosolubile (1-1,5 q.li/ha) associato ad acidificanti (es. acido citrico ed eventualmente altri concimi) distribuiti in fertirrigazione. Tale pratica spesso è oggetto di critiche in quanto si ritiene che il ferro liberatosi dalla idrolisi venga prontamente insolubilizzato dagli ioni Ca++ presenti in abbondanza nella soluzione circolante. In realtà l’utilizzo di tale concime in diversi casi garantisce i risultati desiderati e soprattutto risulta essere molto economico.

Una soluzione alternativa ed efficace è l’utilizzo dei cosiddetti chelati di ferro o sequestreni (utilizzati frequentemente alla dose di circa 10 kg/ha), composti organo-metallici di sintesi chimica, che hanno la prerogativa di nascondere (chelare) i cationi metallici (Fe2+ e Fe3+) circondandoli su tutti i lati da un agente chelante che forma una specie d’anello, in modo da sfuggire all’azione bloccante da parte dei costituenti del terreno. La pianta può assorbire il ferro in modo semplice ed efficace e l'elemento chelante viene rilasciato nel terreno con la possibilità di "catturare" altro ferro.

Tali composti sono solubili in acqua e direttamente assorbibili sia dalle radici ma anche dagli organi aerei (adatti quindi anche alla concimazione fogliare) e possono essere raggruppati in:

  • EDDHA, EDDHSA, EDDHMA: molecole chelanti  utilizzabili solo per trattamenti radicali perché molto fotolabili;
  • EDTA, HEDTA, DTPA: sono più resistenti all’azione della luce e quindi impiegabili anche per trattamenti fogliari.

In tutti i casi la molecola chelante è l’etilendiammina.

I chelanti non sono tutti uguali e la loro efficacia è influenzata dalle condizioni pedo-climatiche e dal tipo di legame isomerale. In genere si può affermare che un chelato di elevata qualità deve contenere almeno il 60% di chelato rappresentato dalle molecole in posizione orto-orto in quanto il ferro è legato con 6 legami alla molecola e risulta essere più stabile, con meno probabilità che venga insolubilizzato e reso indisponibile in ambiente alacalino.

Le somministrazioni di chelati devono essere ripetute nel tempo ad intervalli periodici in quanto queste sostanze non modificano le proprietà del terreno, ma evitano soltanto l'insorgenza del sintomo, fornendo alla pianta ferro prontamente assimilabile.

Altro aspetto da considerare è il loro costo più elevato rispetto al solfato di ferro. Per tali motivi, nel caso di clorosi su piante isolate, si potrebbe intervenire somministrando circa 50 grammi di chelato per pianta.

I chelati, inoltre, avendo una carica negativa sono soggetti a lisciviazione nel terreno. Vanno usati con parsimonia, perchè sono agenti inquinanti e, legandosi ad altri ioni metallici, provocano il loro allontanamento per lisciviazione. Da studi recentemente condotti pare che i chelati di ferro abbiano anche una azione tossica verso le micorrize.

Alcune ditte, per risolvere questo problema hanno creato gli umati di ferro (o ferro-umati) ed i fulvati di ferro (spesso miscelati tra loro nei prodotti commerciali), nei quali il ferro è legato ad acidi umici bioattivi: questi agiscono anch'essi come fonte di ferro a lenta cessione ma, essendo simili all'humus, non sono inquinanti ed hanno un effetto positivo sulle caratteristiche del terreno e sulla crescita e la salute delle piante, migliorando la loro resistenza agli stress ambientali.

In ogni caso, risulta sempre indispensabile il parere di un tecnico in grado di orientare il produttore nelle migliori scelte tecnico-agronomiche per la gestione del vigneto.

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