Venerdì, 20 Dicembre 2019 09:13

    Giovanni Paciolla, produttore di uva da tavola: "Il cambiamento è epocale!"

    "La stagione 2019 per le uve tardive è stata molto positiva, ma esclusivamente per le seedless. Nel corso della prima parte della stagione le varietà con seme hanno avuto vita più facile, anche perché in quella finestra di mercato i volumi delle seedless non sono così tanto importanti”.

    Questa la visione del produttore di uva da tavola Giovanni Paciolla che spiega: “La primavera fredda ha portato ad una fioritura non molto uniforme ed ha favorito un’acinnellatura notevole ed una qualità dell’uva non eccezionale. L’arrivo dell’estate però ha livellato verso l’alto la qualità a partire dal mese di giugno. L’estate abbastanza soleggiata ha regalato alle uve tardive un profilo molto buono. Possiamo affermare con tranquillità che non ci sono stati problemi gravi dal punto di vista produttivo”.

    Dal lato agronomico due sono stati i difetti principali, secondo Paciolla: “La quantità scarsa di prodotto, generata da un’esigua incidenza della luce sulle gemme durante il 2018, fattore che ha avuto le sue ripercussioni negative sulla differenziazione delle gemme per il 2019. Quest’anno inoltre, è stato molto siccitoso e non ha permesso ai grappoli di raggiungere un peso adeguato. Escludendo la campagna delle uve precoci (Leggi le considerazioni sull'andamento della stagione 2019 per le uve precoci dell Agronomo Giacomo Mastrosimini e del produttore Biagio Pesce), durante la quale la pioggia ha allarmato qualche produttore per il rischio peronospora, per le uve tardive tutto è andato per il meglio. La qualità, per queste ultime, sarebbe stata impeccabile, se solo non fossero stati riscontrati problemi in fioritura”.

    Nonostante tutto questo però sono sorte complicazioni durante la fase di commercializzazione delle uve medio tardive.
    “Il mercato si è spostato del tutto sulle uve senza semi - commenta il produttore -, certo ci sono ancora delle nicchie che prediligono uva con semi, ad esempio il nostro mercato interno. I consumatori però tendono comunque a prediligere le uve senza semi. Siamo nel pieno di una fase di transizione, dobbiamo capire che è inevitabile che ci siano delle evoluzioni nel mercato. Trenta o quarant’anni fa il nostro territorio produceva cultivar come Mennavacca o Primus, successivamente abbiamo impiantato varietà con performances produttive maggiori come l’uva Italia. Oggi il consumatore si sta abituando a mangiare uva senza semi e questa è una nuova fase di cambiamento epocale. Ovviamente il passaggio avverrà gradualmente. Noi produttori dobbiamo prepararci ad affrontare anni delicati durante i quali saremo impegnati nel rinnovo varietale per rimanere sul mercato. Il quale è pronto, tra l’altro, a richiedere sempre più prodotto apirene e a remunerarlo maggiormente rispetto alle uve tradizionali”.

    Si fa presto a parlare di seedless, ma cambiare varietà vuol dire talvolta anche cambiare il modo di condurre un vigneto...
    “Per prima cosa bisogna effettuare una distinzione tra le varietà di uve apirene più datate e quelle più nuove. Le prime, come Superior o Crimson, sono sicuramente ancora valide, ma manifestano alcuni problemi come una bassa fertilità delle gemme, oppure richiedono tempi più lunghi per la legatura dei capi a frutto o per le operazioni di potatura invernale. Queste cultivar hanno bisogno di una potatura oculata senza esagerare, perché parecchi germogli potrebbero non portare frutto. Ovviamente il risparmio c’è, ad esempio sull’acinellatura. In generale comunque queste sono uve più semplici da condurre rispetto alle nuove varietà brevettate".

    Ad ogni modo siamo in ritardo nel ricambio varietale se consideriamo i nostri competitors:
    "Le cultivar senza semi di nuova generazione, messe a punto dai breeder internazionali e dai gruppi di ricerca sorti in Puglia negli ultimi anni possiedono caratteristiche interessanti. Ad esempio non hanno più bisogno di acinellatura, le piante sono più fertili e necessitano di potature meno ricche, generando anche un risparmio di tempo oltre che di denaro. Quest'ultimo è un elemento necessario per i viticoltori, che si confrontano su un mercato internazionale nel quale i nostri competitors sopportano costi di produzione più bassi per via anche di un inferiore pressione fiscale sul lavoro. Altro elemento da non trascurare è che gli altri Paesi produttori hanno avviato il ricambio varietale già da diversi anni, pertanto sono più esperti e godono già di alcuni vantaggi”.

    Specifica Giovanni Paciolla: “Noi produttori auspichiamo che con il rinnovo varietale vengano meno una serie di costi, che in passato erano sopportabili, perché il prodotto veniva venduto a costi più alti di quelli attuali”.

    Cambiamento varietale però vuol dire anche cambiare il modo di condurre il vigneto
    "Le nuove pratiche agronomiche possono essere adottate anche con le varietà «storiche». Inerbire il vigneto o praticare un’irrigazione più razionale porterà delle ricadute positive anche su varietà tradizionali come Italia o Pizzutella. Produttori e tecnici oggi hanno a disposizione tecnologie che aiutano a capire il momento migliore per irrigare. Inoltre grazie ai modelli previsionali delle malattie, abbiamo indicazioni più certe su quando agire per proteggere la produzione dai patogeni. I supporti decisionali sono preziosi alleati per i produttori e la viticoltura italiana dovrà dimostrarsi permeabile anche a questo genere di cambiamento, se vorrà continuare ad essere produttiva e concorrenziale”.

     

    Autore: Teresa Manuzzi 
    ®uvadatavola.com

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