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    Sabato, 11 Marzo 2017 09:51

    Alternative alla lavorazione del suolo: l’inerbimento

    La gestione del terreno in viticoltura è stata per lungo tempo considerata un aspetto tecnico di scarsa rilevanza, difatti si è fatto ricorso finora solo alle lavorazioni tradizionali, soprattutto negli ambienti centro-meridionali.

    La lavorazioni del terreno sono necessarie per il controllo delle infestanti e per il contenimento delle perdite d’acqua per evapotraspirazione. Nell’ultimo periodo però è in corso una revisione critica dei sistemi di lavorazione a causa dell’aumento dei costi di esercizio in azienda e dell’accresciuta sensibilità verso la salvaguardia dell’ambiente.

    L’inerbimento è una tecnica colturale di gestione del suolo a basso impatto ambientale che consiste nel lasciar crescere erba spontanea (inerbimento spontaneo) o più frequentemente seminata (inerbimento controllato), controllandone lo sviluppo mediante 3–5 sfalci l’anno.

    Si tratta di un’operazione di grande efficacia che limita i problemi legati alla lavorazione, assicurando una ottimale gestione delle infestanti. Tale pratica, nei terreni più pesanti, favorisce la risalita superficiale delle radici e quindi contiene i danni da asfissia radicale nei periodi piovosi.

    Nei vigneti in pendio, inoltre, riduce notevolmente i danni da erosione superficiale del terreno fino al 99%. Lo sfalcio sostituisce l’apporto di sostanza organica grazie alla massa di erba lasciata sul posto, la quale con gli anni ha un effetto pacciamante e determina una riduzione delle perdite d’acqua per evaporazione.

    Grazie all’incremento in sostanza organica che si registra nel terreno si ha una chelazione di microelementi come ad esempio il ferro che, reso disponibile, rende le piante meno suscettibili alla clorosi. Inoltre, nel caso in cui si faccia ricorso all’inerbimento controllato usando tra le essenze specie appartenenti alla famiglia delle Graminacee (come Festuca arundinacea, Poa pratensis o Lollium perenne), si ha un ulteriore effetto chelante del ferro grazie alla produzione di siderofori da parte dell’apparato radicale delle stesse. Si è osservato che con l’annullamento delle lavorazioni nei terreni clorosanti viene ridotta la quantità di calcare attivo che entra nella soluzione circolante del terreno.

    La presenza del cotico erboso favorisce la traslocazione in profondità del fosforo e del potassio in quanto le radici trasportano gli elementi per via meccanica, attraverso i residui radicali e per via biologica, con gli essudati delle radici stesse.

    Nei terreni molto fertili e quindi soggetti a forte rigoglio vegetativo, potrebbe rappresentare lo strumento più efficace per ridurre la vigoria e quindi avere una migliore allegagione, notoriamente ostacolata su viti eccessivamente vigorose, quindi un miglioramento della qualità riducendo la suscettibilità a Botrytis.

    Si registrano riduzioni della popolazione di Ragnetto rosso (Panonychus ulmi), per l’incremento dei fitoseidi (acari predatori) che hanno a disposizione ulteriori substrati alternativi, e della tignoletta (Lobesia botrana), dovute alla maggiore parassitizzazione delle uova.

    Il prato deve essere considerato una coltura secondaria consociata con il vigneto e che quindi entra in competizione per le risorse del suolo, in particolare quelle idriche e nutritive. La quota di acqua evapotraspirata si aggira mediamente attorno al 20–30% in più del fabbisogno di un terreno lavorato. Per quanto concerne la competizione nutritiva risulta necessario nei primi anni, nel caso di inerbimento permanente, intervenire con una concimazione supplementare, in particolar modo di azoto e successivamente viene raggiunto un equilibrio tra la coltura arborea e quelle erbacee.

    In alcune ricerche è stato segnalato che nei terreni inerbiti la temperatura dell’aria in prossimità della superficie del suolo tende ad essere più bassa rispetto ai terreni lavorati in quanto la presenza del cotico erboso rallenta il passaggio di calore dal suolo all’atmosfera con aumento del rischio di gelate.

    Dal confronto effettuato tra cultivar “Italia” e alcune tesi con lavorazioni tradizionali, diserbo e semina di trifoglio con inerbimento totale, l’unico parametro significativamente rilevante è stato il grado Brix° che è risultato più alto nella tesi inerbita (Antonacci et al., 2008).

    Sempre su cultivar Italia, con l’obiettivo di confrontare la produzione ottenuta con la lavorazione tradizionale rispetto all’inerbimento con festuca, trifoglio e inerbimento naturale, è emerso che non ci sono differenze significative in merito ai caratteri quantitativi (produzione/ceppo) e qualitativi (°Brix, pH, ecc), ma solo per la colorazione della buccia della bacca che è risultata nella tesi inerbita con festuca più chiara e tipica della cultivar rispetto al controllo lavorato (Mazzeo et al., 2012).

    Alla luce delle considerazioni appena fatte si possono dettare delle linee guida per una corretta gestione del suolo. La premessa è che non ci sono strategie di conduzione del terreno valide per tutti gli ambienti colturali e ogni sistema di gestione deve essere validato per ogni zona pedoclimatica.

    Si deve valutare attentamente la competizione, specialmente nel pieno dell’estate, tra la vite ed il prato onde evitare squilibri idrici e/o nutrizionali specialmente in annate particolarmente siccitose, anche se i vigneti ad uva da tavola sono oggi condotti esclusivamente in irriguo, quindi sarà sufficiente adottare dei volumi maggiori.

    Altri aspetti da tenere in debita considerazione sono la varietà e l’età del vigneto, infatti si sconsiglia di utilizzare tale metodo di gestione del suolo in giovani impianti, in quanto l’apparato radicale non è ancora completamente sviluppato e il vigneto potrebbe risentire della competizione.

     

    Autore: Dott. Luigi Amoruso
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