Mal dell’esca: malattia, sintomi, danni e prevenzione

 Negli ultimi anni la malattia ha assunto una crescente importanza, sia in Italia che in altri Paesi. 

da Redazione uvadatavola.com

Quando si parla di mal dell’esca, si fa riferimento a un complesso di patogeni che agiscono singolarmente, in successione o contemporaneamente tra di loro e che includono come principali responsabili della malattia i funghi Phaeomoniella chlamydospora, Phaeoacremonium aleophilum e altre specie di Phaeoacremonium, Fomitiporia mediterranea. 

Quest’ultima specie responsabile del mal dell’esca era indicata in passato come Phellinus (Fomes) igniarius e alcune specie della famiglia delle Botryosphaeriaceae.  L’attività di questi patogeni è tale da arrecare alle piante gravi danni alla vigoria e alla produzione delle piante, fino a indurre la loro morte.

Perché “esca”?

L’utilizzo del termine “esca” poi è riconducibile al fatto che il legno cariato e disseccato a causa della malattia fosse impiegato sin dall’antichità per accendere il fuoco. Risale, invece, solo al secolo scorso l’utilizzo del termine “apoplessia” come sinonimo di mal dell’esca (Viala, 1926).

Negli ultimi anni, la malattia ha mostrato una certa capacità di sviluppo anche sulle viti da tavola di impianti giovani, incrementando l’interesse e il numero di studi condotti sulla malattia.

Sebbene sia stato possibile individuare i principali responsabili della malattia, l’individuazione accurata e puntuale degli agenti patogeni è ancora una realtà lontana, a causa dei lunghi tempi di sperimentazione e della mancanza di finanziamenti a sostegno.

Attualmente, in ambito accademico, si parla di due forme di malattia:

  • esca giovane” o “malattia di Petri” che corrisponde a una tracheomicosi i cui agenti responsabili sembrano essere i funghi dei generi Phaeoacremonium e P. chlamydospora, entrambi in grado di infettare il materiale di propagazione e le viti in campo, al momento di innesto o tramite le ferite di potatura;
  • “esca apoplettica” che si manifesta su viti non giovani e il cui agente causale sembra essere F. mediterranea, capace di insediarsi in piante già malate, interessate da esca giovane, e in piante sane penetrando attraverso le ferite di potatura.


Sintomi e danni del mal dell’esca

La manifestazione sintomatologica più appariscente si registra a carico delle foglie, durante l’estate o nel primo autunno, con la formazione internervale di aree clorotiche o antocianiche, che evolvono poi in necrotiche, e dal margine indefinito. Col tempo queste decolorazioni mutano e assumono il tipico aspetto di “tigratura”, mentre le nervature principali e i tessuti perinervali rimangono verdi. Tipica è la presenza di una sottile fascia clorotica che separa la zona necrotizzata dalle nervature.

I grappoli delle piante infette, poi, possono presentare maturazione tardiva, minore concentrazione zuccherina e perdita di turgore, mentre sull’epicarpo delle bacche possiamo osservare macchie puntiformi bruno-violacee, distribuite in modo irregolare e confluenti in bande longitudinali.

Sui giovani tralci la malattia provoca disomogenea lignificazione, mentre su alcuni germogli o intere branche, durante il periodo vegetativo, possiamo osservare avvizzimento e successivo disseccamento. Sui tralci, dunque, è possibile osservare striature necrotiche lungo le sezioni longitudinali e la presenza di puntini neri lungo le sezioni trasversali. Non è rara la presenza di cancri, carie e spaccature del legno.

mal dell'esca

Possibili evoluzioni del mal dell’esca: malattia acuta o cronica

Nel primo caso (malattia acuta) la manifestazione sintomatologica compare a luglio-agosto e in pochi giorni, spesso senza dare segnali premonitori, in seguito a giornate particolarmente calde e siccitose, tralci, foglie e frutti di piante apparentemente sane disseccano completamente.

Nel secondo e più frequente caso (malattia cronica), invece, la malattia si manifesta con la tipica tigratura fogliare. I tralci, che portano queste foglie, presentano strisce longitudinali brune e dall’aspetto disidratato. Se tagliati trasversalmente, questi tralci mostrano la presenza di imbrunimenti parziali o totali, tipici dell’“esca giovane”, che compariranno poi anche sugli acini in maturazione delle varietà a bacca bianca. Tale sintomatologia ed evoluzione cronica può verificarsi a carico di pochi tralci del ceppo o di un solo lato della pianta portando, in assenza di provvedimenti, alla morte della stessa nel giro di pochi anni.

Altra sintomatologia tipica delle piante infette da agenti di mal dell’esca è la presenza di imbrunimenti o carie su legno dall’aspetto spugnoso, friabile, in disfacimento e biancastro. In tal caso, infatti, si parla anche di “carie bianca” ed è tipico che in corrispondenza delle carie si sviluppino delle fessurazioni. La manifestazione sintomatologica, poi, può essere saltuaria e non comparire tutti gli anni.

mal dell'esca

Come prevenire il mal dell’esca

Circa le modalità di controllo e gestione della malattia non esistono fungicidi efficaci contro il complesso di patogeni agenti di mal dell’esca. Ne deriva, quindi, l’importanza di ricorrere all’uso di tecniche preventive che includono:

  • la massima attenzione e cura del materiale di propagazione, al momento di impianto;
  • la cautela nel decidere se forzare o meno le viti anticipandone la produzione, poiché l’anticipo può causare squilibri nutrizionali e fisiologici;
  • precauzioni al momento di potatura intervenendo prima sulle piante sane e poi su quelle infette, sempre avendo cura di decontaminare di volta in volta gli attrezzi con ipoclorito di sodio o cloruro di benzalconio;
  • la cura nei tagli di potatura, evitando di creare grosse ferite difficilmente rimarginabili, così come la necessità di utilizzare in corrispondenza dei tagli mastici addizionati di fungicidi ad ampio spettro d’azione.

Trichoderma asperellum e T. gamsii anche in bio

Si evidenzia che dal 2013 è stato autorizzato, anche in regime biologico, l’utilizzo di un prodotto fitosanitario a base degli antagonisti microbici Trichoderma asperellum e T. gamsii, mentre risalgono agli anni ‘60 i primi utilizzi con arsenito di sodio, oramai non più autorizzato, per rivestire le ferite di potatura.

Se la prevenzione non funziona si passa alla capitozzatura

Nel caso in cui gli interventi preventivi non dovessero risultare sufficienti a evitare la malattia, si può tentare di recuperare la pianta malata capitozzandola ad un’altezza tale da eliminare tutta la porzione di legno alterato, cariato o comunque imbrunito. Se la sintomatologia occorre sotto il punto d’innesto, invece, si procede in maniera più invasiva con l’estirpazione e l’allontanamento dei sarmenti di potatura dal vigneto per poi distruggerli.

Termoterapia

Negli ultimi anni in Paesi viticoli, come Australia e Sudafrica, si è sperimentata una tecnica di termoterapia che consiste nell’immersione delle barbatelle in acqua a 50 °C per 30-45 minuti al fine di limitare e ostacolare la presenza di agenti di esca giovane. I risultati sono stati incoraggianti non solo contro il complesso del mal dell’esca, ma anche contro altre infezioni come quelle da fitoplasmi.

 

Autrice: Silvia Seripierri
©uvadatavola.com

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