Uva da tavola: dovremmo ascoltare gli economisti

“Per quest’anno è andata, ma per i prossimi dobbiamo imparare dagli economisti”. Qui l’intervista a Teresa Diomede sulla crisi dell'uva da tavola.

da Silvia Seripierri

La crisi dell’uva da tavola è un fatto ormai accertato quest’anno, ma la forza e la speranza di costruire un futuro migliore non mancano. Ieri, 24 novembre 2022, si è tenuto l’incontro: “Crisi del mercato o politiche sleali?” organizzato dal C.A.U.T., a cui hanno preso parte i principali rappresentanti del settore viticolo del Sud Est barese e come ospiti d’eccezione – chiamati a fare gli onori di casa – gli accademici dell’Università LUM. A quali conclusioni si è giunti in seguito all’incontro di Ieri? Lo abbiamo chiesto a Teresa Diomede, produttrice e coordinatrice Regione Puglia Associazione Nazionale “Le Donne dell’Ortofrutta”.

“Sono stata molto soddisfatta dell’incontro, anche perché – comincia Teresa Diomede – siamo stati accolti in un luogo per noi inconsueto e che si è mostrato aperto e interessato ad ascoltare i nostri problemi. Abbiamo parlato delle nostre realtà aziendali e delle potenzialità, delle difficoltà di questa campagna, ma soprattutto abbiamo potuto ascoltare la voce di esperti in economia, estranei al settore agricolo. Essi hanno offerto la loro conoscenza in materia economica. Del resto quello dell’uva da tavola è il settore economico trainante per il nostro territorio.
Chiaramente l’incontro di ieri non è stato sufficiente a trattare tutte le problematiche e a trovare delle soluzioni. Il Rettore dell’Università LUM Antonello Garzoni si è infatti reso disponibile a promuovere in futuro ulteriori incontri, mirati su diverse tematiche, proprio perché i problemi sono tanti. La crisi non riguarda solo l’uva da tavola, ma il settore ortofrutticolo in genere”.

“Siamo stati ascoltati in un luogo diverso. Questa è stata la novità”.

“Come ho sottolineato in altre occasioni – continua Diomede – se non siamo affiancati anche dal mondo accademico, che in questo momento sta formando la classe dirigente, ovvero gli imprenditori e i lavoratori del futuro, non possiamo pensare che i semi da noi piantati possano crescere e svilupparsi. Anche l’Università deve essere necessariamente coinvolta e, per quanto possa essere un mondo a noi distante, può fornire prospettive e consigli tecnici”.

Parlare di crisi dell’uva da tavola è stata una novità anche per i professori universitari?

“Sì, ci hanno comunicato che anche per loro occuparsi di economia agraria territoriale è stata una novità, sebbene l’Università sorga a Casamassima (BA) territorio vocato alla viticoltura da tavola. Nonostante fossero “alle prime armi”, i professori hanno individuato subito i punti critici che noi produttori, in cuor nostro, conosciamo. Hanno posto l’accento dell’incontro su:

  • mancanza di aggregazione;
  • carenza di una seria azione di promozione nazionale e internazionale del prodotto;
  • necessità di razionalizzare e valutare attentamente i costi;
  • razionalizzazione della produzione ed eccesso di offerta che il mercato non riesce ad assorbire.

Dopo aver parlato della necessità di aggregare i produttori, durante l’intervento di Nicola Giuliano – manager Giuliano PugliaFruit – è emersa anche la possibilità di stringere accordi e sottoscrivere contratti tra organizzazioni di produttori e Grande Distribuzione Organizzata”.

E in merito alle varietà di uva con e senza semi?

“Ieri si è parlato moltissimo delle uve senza semi soggette a royalties. I produttori non si sentono liberi di coltivare, ma soprattutto di vendere e chiedono la libertà di poter decidere a chi vendere il proprio prodotto.
Chi produce uva con semi invece è sconfortato e sta estirpando i propri vigneti. In molti stanno rimuovendo gli appezzamenti meno remunerativi che coincidono per lo più con gli impianti di uve con seme. Dai discorsi con miei colleghi mi è parso di capire che chi sta rimuovendo i vigneti lascerà quei terreni a riposo per almeno 1-2 anni, finché non sarà più chiaro cosa piantare, se conviene produrre e in quali modalità”.

uva da tavola

Quindi sarebbe più corretto parlare di crisi del mercato agricolo o di politiche sleali?

“La crisi attuale è innanzitutto generalizzata per il settore ortofrutticolo ed era nell’aria già da tempo. Per l’uva da tavola, però, possiamo dire che la crisi sia endogena. Con le situazioni particolari di quest’anno – ovvero guerra, aumento dei costi produttivi e carenza di manodopera – la situazione è andata peggiorando fino a diventare insostenibile per noi produttori, che non riusciamo più a coprire le spese di produzione.
La crisi è sinonimo di cambiamento e a questo cambiamento è necessario reagire o imparare a gestirlo”.

Per quest’anno purtroppo è andata!

“Mi auguro – conclude l’imprenditrice – che chi ha ancora produzioni in campo riesca a posizionarle sul mercato in vista delle festività natalizie. Avere ancora uva pendente in campo non promette bene sia dal punto di vista agronomico che economico, perché i costi di stoccaggio pesano sui costi di produzione in modo spropositato.
Mi auguro davvero che la tempesta che stiamo attraversando interessi solo quest’anno. Se così non dovesse essere, assisteremo a un cambiamento radicale del territorio”.

 

Silvia Seripierri

uvadatavola.com

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