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Se un sistema fisso sopra chioma può distribuire acqua per proteggere le piante da brinate e gelate, può questo diventare anche uno strumento per applicare prodotti fitosanitari? È da questa intuizione, maturata diversi anni fa a partire dalla tecnologia antibrina, che nasce S.O.PH.I.A.™, il sistema sviluppato da Netafim Italia, oggi indicato tecnicamente come Permanent Spray System. Una macchina a punto fisso per la distribuzione dei prodotti fitosanitari e la protezione antibrina, nata in origine come evoluzione degli impianti sopra chioma e oggi ribaltata nella sua funzione principale: nella versione commerciale, il trattamento fitosanitario è diventato l’asse portante dell’applicazione, mentre l’antibrina resta una delle possibili funzioni integrate. A raccontarne il percorso è Alberto Puggioni, responsabile agronomico di Netafim Italia, che ricostruisce un lavoro nato sul campo e poi affidato alla validazione di soggetti terzi. La ricerca, condotta con Fondazione Edmund Mach, Università di Torino e altri enti scientifici, ha portato il sistema fuori dalla fase intuitiva e dentro un perimetro tecnico più solido: efficacia biologica, verifica funzionale, sostenibilità operativa, limiti applicativi e prospettive di estensione ad altre colture.
Dalla Val di Non a un nuovo modo di effettuare il trattamento
Il contesto in cui S.O.PH.I.A.™ ha trovato la sua prima applicazione commerciale non è casuale. La Val di Non è un territorio frutticolo ad alta intensità produttiva, ma anche un’area dove i frutteti convivono spesso con abitazioni, scuole, strade e spazi pubblici. Insomma, un contesto in cui il tema della deriva non è solo agronomico, bensì ambientale, sociale, sanitario. Proprio in questo scenario, il sistema ha mostrato il suo vantaggio più evidente rispetto all’atomizzatore tradizionale. L’efficacia biologica del trattamento nei confronti delle principali avversità del melo è risultata comparabile a quella degli atomizzatori e, in alcuni casi, anche superiore. “Il punto di svolta, però, riguarda la deriva – spiega Puggioni – che, grazie alla diversa balistica di distribuzione e alla dimensione della goccia, viene drasticamente ridotta”. Il trattamento, infatti, non viene spinto da una corrente d’aria come avviene nell’atomizzatore, ma distribuito attraverso una rete fissa di erogatori posizionati sulla coltura. Ne deriva una dispersione molto contenuta, inferiore ai tre metri fuori dal frutteto, un valore che, in un territorio frammentato e abitato come quello trentino, assume un peso decisivo. Da qui l’interesse crescente intorno al sistema, oggi operativo su oltre cento ettari collegati al mondo Melinda, soprattutto per il contenimento di ticchiolatura e oidio del melo. Altre applicazioni, dagli insetti ai diradanti, sono in fase di studio; ma il perimetro già comunicabile resta quello delle infezioni primarie di ticchiolatura e oidio, dove le prove hanno confermato risultati ottimali.

Una macchina, non un impianto irriguo
Uno degli aspetti centrali riguarda la natura stessa del sistema. S.O.PH.I.A.™ non va interpretato come un impianto irriguo adattato al trattamento, né come un insieme di componenti idraulici assemblati in campo. “Parliamo di una macchina a tutti gli effetti, progettata per erogare trattamenti a punto fisso e, allo stesso tempo, offrire protezione antibrina alle colture arboree”. Un sistema, come spiega ancora Puggioni, certificato CE, con un proprio protocollo di verifica funzionale e riconosciuto nel quadro dei metodi di distribuzione dei prodotti fitosanitari. Resta poi il tema dell’inserimento nelle etichette dei prodotti, cioè l’allineamento tra mezzo di distribuzione e autorizzazioni d’impiego. Rispetto a dieci anni fa, tuttavia, il vuoto regolatorio si è notevolmente ridotto: la tecnologia ha superato una delle principali barriere iniziali.
A monte c’è stato anche il lavoro dell’Università di Torino, con il gruppo del professor Paolo Balsari, impegnato nella caratterizzazione degli erogatori e nella definizione delle prestazioni funzionali. Il sistema è autocompensante: ogni erogatore deve distribuire la quantità prevista in modo uniforme, mantenendo precisione e ripetibilità lungo l’impianto. È qui che la tecnologia fissa mostra una differenza sostanziale rispetto alle macchine mobili: la distribuzione viene progettata prima, tarata sulla superficie bersaglio e poi resa ripetibile nel tempo.
I vantaggi inattesi
La riduzione della deriva è solo una parte del quadro. L’adozione di un sistema fisso modifica anche la logica operativa del trattamento. Non serve entrare in campo con il trattore, e questo diventa rilevante soprattutto nei frutteti in pendenza, su terreni bagnati o in condizioni in cui l’accesso con atomizzatore aumenta il rischio per l’operatore. Il vantaggio agronomico è altrettanto concreto. Nei momenti di elevata pressione infettiva, la tempestività può fare la differenza tra un intervento efficace e un trattamento eseguito in ritardo. Con una macchina fissa, la distribuzione può essere avviata senza attendere la praticabilità del terreno, riducendo i tempi morti e aumentando la capacità di risposta nelle finestre più critiche. A questo si aggiunge la sostenibilità sociale, particolarmente evidente nelle aree frutticole ad alta densità abitativa. Meno deriva significa minore esposizione potenziale per le aree limitrofe, minori conflitti con le comunità e una gestione più compatibile con territori dove agricoltura e vita quotidiana si sovrappongono. Non a caso, la Val di Non ha rappresentato un banco di prova emblematico: un sistema produttivo evoluto, ma sottoposto a una pressione crescente sul tema dell’impatto ambientale dei trattamenti. La funzione antibrina completa il quadro. Nella protezione dalle gelate tardive, Netafim indica per S.O.PH.I.A.™ un impiego dell’acqua inferiore rispetto ai sistemi tradizionali, con risparmi che possono collocarsi tra il 40% e il 60%. Un dato assai rilevante, che lega inoltre la protezione della produzione a un tema sempre più sensibile come l’efficienza nell’uso della risorsa idrica.
Dal melo al vigneto, questione di complessità
Il successo sul melo dipende anche dalla forma della pianta. Nei moderni impianti a parete sottile, con chiome strette e verticali, il bersaglio è relativamente chiaro: foglie, frutti e parete vegetativa sono disposti in modo ordinato e intercettabile. La crescita del melo, inoltre, è più determinata rispetto ad altre colture; una volta raggiunto l’equilibrio vegetativo, la struttura della chioma resta più stabile e prevedibile. Questa architettura favorisce l’applicazione da punto fisso, perché il sistema può essere progettato intorno a un bersaglio relativamente costante. La precisione, in questo caso, non è solo una questione di tecnologia, ma di compatibilità tra macchina e forma di allevamento.
La vite pone problemi diversi. Cresce più a lungo, modifica continuamente la propria massa vegetativa, protegge il grappolo in modo variabile a seconda della cultivar, della gestione della chioma e della forma di allevamento. Sulla vite da vino a spalliera, Netafim ha già sviluppato un erogatore specifico, con un getto più energico, capace di aprire un varco tra le foglie e raggiungere il grappolo. Ma si tratta ancora di un percorso di studio, non di una soluzione generalizzabile.
E il ragionamento diventa ancora più complesso per l’uva da tavola. La struttura a tendone, la presenza delle coperture, la posizione del grappolo e la gestione del microclima rendono infatti il bersaglio molto diverso rispetto al melo e alla vite da vino. Il frutto è sospeso sotto la vegetazione, spesso protetto da teli, con una distribuzione spaziale che richiede una logica applicativa differente. “Sull’uva da tavola è tutto da testare – le parole di Puggioni – la prospettiva esiste, ma richiede studio, adattamento degli erogatori e verifica in campo”.
Sistema integrativo, non sostitutivo
Un altro chiarimento riguarda il ruolo del Permanent Spray System nella strategia aziendale. Per Netafim, almeno nelle fasi attuali, S.O.PH.I.A.™ va interpretato come un sistema integrativo rispetto all’atomizzatore, non come un sostituto universale. La sua forza sta nella localizzazione, nella tempestività, nella riduzione della deriva, nei bassi consumi e nella possibilità di trasformare una rete fissa in una piattaforma multifunzionale. Oltre al trattamento fitosanitario, il sistema può essere impiegato per l’antibrina, per il raffrescamento estivo e, in prospettiva, per alcune applicazioni fogliari. Questa pluralità di funzioni diventa importante perché l’investimento iniziale è significativo, soprattutto per l’incidenza della manodopera e della progettazione. Il sistema, infatti, non viene venduto come somma di pezzi. Netafim lo propone come progetto chiavi in mano, comprensivo di installazione e assistenza nei primi anni. “Una macchina fissa richiede corretta progettazione, gestione dei tempi di iniezione, lavaggio, svuotamento delle linee, calibrazione dei volumi e comprensione dei limiti applicativi. Un uso improprio – chiarisce l’esperto – rischierebbe di compromettere le prestazioni e di far percepire come inefficace una tecnologia che, per funzionare, ha bisogno di metodo”.

Ricerca indipendente e sviluppo industriale
Dietro il progetto c’è anche una scelta precisa di governance della ricerca. Netafim finanzia Fondazione Mach e Università di Torino, ma rivendica l’autonomia scientifica degli enti coinvolti. L’obiettivo non è solo dimostrare che il sistema funziona, ma individuare anche vuoti, criticità, errori d’uso, limiti regolatori, problemi di materiali e best practice. Questo approccio ha accompagnato l’evoluzione del progetto dal 2018, con le prime convenzioni con Fondazione Mach e Melinda, poi con l’apertura della collaborazione con l’Università di Torino. Il filone resta aperto, perché ogni coltura richiede verifiche proprie. Alcune installazioni sono già presenti in contesti diversi, come in Piemonte in aziende legate al gruppo Rivoira, mentre altre restano sperimentali. La prospettiva internazionale è già sul tavolo. Per ora il sistema esiste soprattutto in Italia, dove è nato e dove ha trovato il suo primo ambiente di validazione. Ma l’obiettivo è portarlo fuori dai confini nazionali, mantenendo il controllo sul progetto e sulla qualità dell’applicazione.
Da intuizione a piattaforma tecnologica
Anche il nome racconta una parte della storia. S.O.PH.I.A.™ richiama infatti Giancarlo Sofia, il primo agricoltore della Val di Non che ha creduto nel sistema, dopo aver acquistato un antibrina e aver iniziato a utilizzarlo anche per il trattamento. Da lì, Netafim ha trasformato un’intuizione nata in campo in un progetto strutturato, dandogli un’identità tecnica e comunicativa. Oggi S.O.PH.I.A.™ rappresenta una delle traiettorie più interessanti nella distribuzione dei prodotti fitosanitari: un sistema fisso, preciso, a bassa deriva, pensato per ridurre l’esposizione dell’ambiente e dell’operatore, ma anche per rispondere con maggiore rapidità alle finestre critiche di infezione. La strada verso l’uva da tavola è ancora lontana. Serviranno prove, adattamenti, erogatori specifici, protocolli e validazioni su forme di allevamento molto diverse dal melo. Ma il tema è già rilevante per il comparto: in un futuro in cui trattamenti, residui, sostenibilità, sicurezza dell’operatore e compatibilità sociale saranno sempre più centrali, la domanda non riguarderà soltanto quali prodotti usare, ma anche come distribuirli. Ed è proprio qui che S.O.PH.I.A.™ prova a spostare il baricentro dell’innovazione: dal prodotto alla modalità di applicazione, dalla macchina mobile al punto fisso, dall’intervento eseguito quando si riesce a entrare in campo a una distribuzione programmabile, precisa e potenzialmente più sostenibile. Per il melo è già una realtà commerciale. Per l’uva da tavola, per ora, resta una frontiera tecnica ancora tutta da esplorare.
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Ilaria De Marinis
©uvadatavola.com