Il packaging per l’uva, il mercato detta forme e materiali

Materiali, costi e prospettive di un settore in continua evoluzione sotto la lente con Franco Pedone di Omnia Imballaggi, azienda nata nel 1997, tra le realtà del packaging ortofrutticolo presenti a LUV Fiera 2026

da Ilaria De Marinis
il packaging dell'uva

Ormai si sa: il packaging non è più un elemento accessorio nella commercializzazione dell’uva da tavola. Conservabilità, sicurezza alimentare, praticità, riconoscibilità del prodotto e compatibilità con i sistemi logistici della distribuzione ne hanno progressivamente ampliato la funzione, trasformandolo in uno dei punti di raccordo più delicati tra magazzino e mercato. Questa evoluzione non segue però una traiettoria lineare. Alla crescente richiesta di materiali percepiti come più sostenibili si affiancano esigenze di shelf life, contenimento dei costi e riduzione degli sprechi; alla diffusione dei piccoli formati pronti al consumo si contrappongono orientamenti normativi che puntano a limitare l’uso degli imballaggi monouso. Nel frattempo, le cassette riutilizzabili a sponde abbattibili guadagnano spazio e modificano gli equilibri tra cartone, plastica e legno. A osservare questi cambiamenti da una posizione privilegiata è Omnia Imballaggi, azienda nata nel 1997 e oggi attiva nella fornitura di soluzioni per il confezionamento ortofrutticolo. Ne abbiamo parlato con Franco Pedone, commerciale dell’azienda e presidente del Consiglio di amministrazione.

Prima di entrare nel merito del packaging, da quale esperienza nasce Omnia Imballaggi?

Omnia Imballaggi nasce nel 1997, al termine di un percorso iniziato diversi anni prima. Fino al 1996 la famiglia Pedone operava con il nome Copak, una compagnia per l’imballaggio che svolgeva essenzialmente attività di rappresentanza. Promuovevamo prodotti realizzati da altre aziende, soprattutto materiali destinati all’imballaggio e all’allestimento delle confezioni. Con la crescita del lavoro ci rendemmo conto, però, che il nostro principale limite era l’assenza di una struttura logistica. Non disponevamo di un deposito né di una rete distributiva autonoma e, di conseguenza, potevamo garantire ai clienti un servizio meno completo rispetto a quello offerto da operatori già organizzati sul territorio. Da questa consapevolezza nacque il confronto con alcune delle aziende che rappresentavamo, una romagnola di Massa Lombarda e una siciliana, con sede nel Catanese. La riflessione portò alla costituzione di una società a responsabilità limitata e alla nascita di Omnia Imballaggi. In una prima fase prendemmo in locazione un capannone a Capurso; successivamente, grazie a un bando del Comune di Noicattaro per l’assegnazione di aree produttive, acquistammo il terreno sul quale avremmo poi realizzato la nostra sede. Dopo la progettazione e le diverse fasi necessarie alla costruzione, nel 2009 ci siamo trasferiti in quello che è l’attuale stabilimento di proprietà.

il packaging omnia imballaggi

Gianni, Franco, Maria Rosaria ed Enzo Pedone, famiglia alla guida di Omnia Imballaggi

Il passaggio dalla rappresentanza alla distribuzione ha quindi modificato profondamente il rapporto con i clienti.

Sì, perché ci ha permesso di seguire direttamente più passaggi della catena. La sola attività di rappresentanza aveva limiti evidenti: potevamo presentare un prodotto e raccogliere un ordine, ma non avevamo il controllo della disponibilità in magazzino, dei tempi di consegna e dell’assistenza logistica.

Dotarsi di una sede, di un deposito e di un’organizzazione distributiva ha significato poter offrire continuità, rapidità e un servizio più vicino alle esigenze delle aziende. Nel packaging, soprattutto durante le fasi più intense della campagna, la disponibilità tempestiva dei materiali è decisiva quanto la qualità dell’imballaggio stesso.

Venendo all’uva da tavola, per quali operatori della filiera il packaging è un tema che richiede maggiore confronto?

Il produttore che si limita a conferire l’uva, generalmente, non entra in modo diretto nelle dinamiche del confezionamento. La questione riguarda soprattutto chi seleziona, lavora e prepara il prodotto per la vendita. È vero che molte aziende di confezionamento sono anche produttrici, ma i due ruoli devono essere distinti: è nella fase successiva alla raccolta che il packaging diventa un tema operativo e commerciale.
Il confezionatore ha bisogno di un dialogo costante con chi fornisce gli imballaggi, perché deve rispondere alle richieste del cliente finale, rispettare determinati standard e adattare formati e materiali ai mercati di destinazione. Non si tratta più semplicemente di mettere l’uva in una cassetta, ma di costruire una confezione coerente con il canale commerciale, la durata prevista del prodotto e le modalità di esposizione e consumo.

In che modo il confezionamento dell’uva è cambiato nel tempo?

Tradizionalmente l’uva veniva sistemata nelle cassette di legno secondo il cosiddetto impacco “alla giardiniera”: i grappoli erano disposti direttamente nella cassa e separati attraverso tramezzi, così da proteggerli e presentare il prodotto in modo ordinato. Questa modalità non è scomparsa, ma oggi occupa uno spazio più limitato.
Rimane maggiormente presente nelle aree che lavorano soprattutto per il mercato nazionale, come parte del Nord Barese. Nel Sud Barese, invece, salvo alcune eccezioni, le aziende sono fortemente orientate verso la grande distribuzione italiana ed europea, che richiede confezioni differenti: cestini, sacchetti, buste e vassoi.
Il cambiamento del packaging riflette quindi la trasformazione dei mercati. Quando la merce era destinata prevalentemente ai mercati generali, la cassetta aveva una funzione centrale. Con l’affermazione della grande distribuzione, il prodotto deve invece arrivare già porzionato, identificabile e pronto per essere collocato sul punto vendita.

Per un frutto delicato e consumato con la buccia, quali requisiti deve rispettare l’imballaggio?

L’uva da tavola viene consumata tal quale, senza essere sbucciata. Questo rende particolarmente rigorose le condizioni igienico-sanitarie che devono essere rispettate durante il confezionamento. I materiali destinati al contatto con il prodotto devono essere conformi alla normativa europea e nazionale, non devono trasferire sostanze indesiderate e devono preservare la salubrità dell’alimento. Sono principi validi per tutti i prodotti alimentari, ma assumono un peso particolare per frutti come uva, ciliegie e albicocche, che arrivano direttamente al consumo con la loro superficie esterna. La scelta del materiale, quindi, non può essere guidata soltanto dall’estetica o dal costo: deve partire dall’idoneità alimentare e dalla capacità di proteggere il prodotto lungo la filiera.

il packaging uva

Quali soluzioni per il packaging propone oggi Omnia Imballaggi alle aziende del comparto?

Seguiamo l’evoluzione del mercato e costruiamo la nostra offerta sulle richieste che arrivano dai confezionatori. Per quanto riguarda l’imballaggio esterno, da alcuni anni ci occupiamo anche dell’assemblaggio e del montaggio di cassette in cartone ondulato. Collaboriamo con uno stabilimento in Campania di cui lavoriamo il materiale fornito. All’interno della cassetta, le soluzioni cambiano in base alla tipologia di confezionamento. Nell’impacco tradizionale si utilizzano ancora tramezzi in carta o, in misura ormai ridotta, in materiale espanso, destinati a separare i grappoli. A questi si aggiungono elementi di presentazione come nastri, coccarde ed etichette applicate sul peduncolo, spesso sagomate a foglia o realizzate in altri formati.

Per il confezionamento vero e proprio vengono utilizzati soprattutto sacchetti e cestini. I sacchetti, un tempo prevalentemente in plastica, sono oggi proposti in carta, con o senza manico, neutri oppure personalizzati. I cestini, invece, sono ancora in larga parte realizzati in R-PET e coprono diversi formati: soprattutto il mezzo chilo, seguito da 750, 1000, 1500 e fino a 2000 grammi. Oltre i 2 chili si torna alle casse in cartone o plastica.

La sostituzione della plastica con la carta viene spesso presentata come una scelta inevitabile. Il confronto è davvero così semplice?

No, e credo che sia necessario evitare semplificazioni. Il nostro compito, come impresa, è interpretare le richieste del mercato e mettere a disposizione delle aziende gli imballaggi richiesti. Non siamo noi a stabilire quale materiale debba prevalere: le scelte arrivano soprattutto dai mercati di destinazione e dalla grande distribuzione, mentre i confezionatori devono adeguarsi e noi dobbiamo essere in grado di affiancarli.
La carta esercita indubbiamente un maggiore richiamo sul consumatore, perché comunica una sensazione di naturalità e sostenibilità. La plastica, tuttavia, quando è idonea al contatto alimentare e correttamente inserita nei circuiti di recupero, presenta caratteristiche che non possono essere ignorate. Garantisce una protezione efficace, si presta al riciclo e, nel caso dell’uva, può contribuire maggiormente alla conservazione e alla shelf life. La carta è un materiale sensibile all’umidità e alle condizioni ambientali, mentre la plastica costituisce una barriera più stabile. Il confronto deve quindi tenere insieme diversi elementi: produzione del materiale, consumo di risorse, riciclabilità, durata del prodotto, spreco alimentare e costi. Concentrarsi soltanto sull’immagine percepita dell’imballaggio rischia di restituire una valutazione parziale.

Anche sotto il profilo economico le differenze restano significative?

Sì. A parità di funzione, una soluzione in carta può costare indicativamente da due a tre volte più di quella in plastica, a seconda del formato e delle caratteristiche richieste. Inoltre, la produzione della carta comporta processi industriali con un elevato consumo di acqua: non è un caso che molte cartiere siano localizzate vicino a fiumi, laghi o altre fonti idriche. Questo non significa che la plastica sia priva di criticità o che la carta non rappresenti una soluzione valida. Significa, più semplicemente, che il concetto di sostenibilità deve essere valutato lungo l’intero ciclo di vita del prodotto. Occorre considerare quante risorse servono per produrre l’imballaggio, quanto pesa, quanto prodotto riesce a preservare, come viene trasportato e quale sistema di raccolta e riciclo lo attende dopo l’uso. Va inoltre considerata la capacità produttiva disponibile. Un’eventuale eliminazione totale e improvvisa della plastica richiederebbe volumi di carta che, allo stato attuale, il sistema industriale difficilmente potrebbe garantire per tutte le esigenze dell’imballaggio alimentare.

Accanto ai materiali, quanto conta oggi la personalizzazione delle confezioni?

La personalizzazione non è un fenomeno recente. Esiste da quando l’uva ha iniziato a essere commercializzata su larga scala. Già negli anni Cinquanta, quando il prodotto partiva dalle stazioni pugliesi diretto in Germania, Belgio, Inghilterra e altri mercati europei, le cassette riportavano il nome e i segni distintivi dell’azienda. All’epoca l’uva viaggiava in treno e i vagoni venivano caricati con ghiaccio nelle stazioni di Noicattaro, Rutigliano e degli altri centri produttivi, per poi essere nuovamente refrigerati alle stazioni di confine. La merce raggiungeva i mercati generali di Milano, Monaco, Francoforte o Parigi (tanto per citarne alcuni), dove veniva scaricata preso gli operatori locali. In quel sistema il marchio del produttore o del commerciante aveva una visibilità diretta.

Oggi la situazione è cambiata perché la grande distribuzione tende a imporre i propri marchi, spesso riducendo lo spazio destinato all’identità dell’azienda fornitrice. La personalizzazione rimane, ma risponde a logiche differenti: può valorizzare il brand del produttore, quello del distributore oppure una linea commerciale sviluppata per uno specifico cliente.

il packaging omnia

Guardando all’evoluzione dei formati, il mercato richiede confezioni sempre più pratiche e adatte al consumo fuori casa, mentre le politiche europee spingono verso una riduzione degli imballaggi. Come può il settore trovare un equilibrio tra queste due esigenze? 

È uno dei principali nodi del prossimo futuro. Da un lato, il consumo si orienta verso formati pratici: piccoli cestelli o similari, che permettono di mangiare l’uva durante una pausa o mentre si è fuori casa. Dall’altro, nel dibattito europeo sugli imballaggi sono state avanzate ipotesi orientate a ridurre i formati più piccoli e il packaging monouso.

Le due tendenze entrano inevitabilmente in conflitto. Un consumatore che vive da solo o una famiglia poco numerosa non sempre può acquistare 1500 gr di ciliegie o di uva senza semi, soprattutto quando si tratta di prodotti con un prezzo elevato e una deperibilità significativa. Imporre confezioni più grandi potrebbe ridurre il numero degli imballaggi, ma anche aumentare lo spreco alimentare o rendere l’acquisto meno accessibile. È quindi necessario trovare un equilibrio tra riduzione dei materiali, libertà di scelta, capacità di spesa e durata del prodotto. Non basta intervenire sul peso della confezione senza considerare che cosa accade al suo contenuto dopo l’acquisto.

Nel frattempo, quali cambiamenti stanno interessando l’imballaggio da trasporto?

Il percorso è stato molto articolato. Si è partiti dalle cassette in legno, che continuano a essere utilizzate, ma stanno progressivamente perdendo terreno. Tra gli anni Ottanta e Novanta si sono diffuse le cassette leggere in plastica rigida, spesso di colore nero, particolarmente richieste dai mercati dell’Europa orientale. Questi flussi si sono ridotti con l’introduzione degli embarghi verso la Russia e con il progressivo venir meno delle esportazioni indirette attraverso Paesi come la Polonia. Di conseguenza, anche quel tipo di imballaggio ha perso quote, mentre il cartone ondulato si è affermato in modo più deciso.
Negli ultimi anni, però, la grande distribuzione, soprattutto tedesca ma anche italiana e britannica, sta imponendo sempre più spesso cassette in plastica rigida a sponde abbattibili. Una volta svuotate, possono essere ripiegate e occupano meno spazio durante il trasporto di ritorno; inoltre, essendo robuste, vengono riutilizzate per un numero elevato di cicli. Questa soluzione sta progressivamente sottraendo spazio alle cassette in cartone.

Per le aziende del packaging è una trasformazione importante, ma la direzione viene stabilita a valle della filiera. Quando un grande gruppo distributivo adotta uno standard, produttori, confezionatori e fornitori devono organizzarsi di conseguenza.

In un quadro così mutevole, con quale obiettivo Omnia Imballaggi parteciperà a LUV Fiera?

Siamo frequentatori abituali delle principali fiere di settore: partecipiamo agli appuntamenti di Berlino e Rimini e seguiamo anche manifestazioni come quella di Madrid. Ogni evento ha caratteristiche proprie, ma la funzione di fondo è la stessa: presentarsi, mostrare quello che si fa e rendersi disponibili al confronto con clienti, fornitori e nuovi interlocutori. Personalmente ritengo molto utile anche vivere i corridoi della fiera, perché è lì che spesso nascono gli incontri più interessanti. Allo stesso tempo, disporre di uno stand consente di creare un punto di riferimento stabile, accogliere i clienti, dedicare tempo alle conversazioni e organizzare momenti di hospitality. Quando si partecipa con una squadra composta da più persone, è possibile presidiare lo spazio espositivo senza rinunciare all’attività di relazione all’interno della manifestazione.
LUV Fiera offre inoltre un elemento particolare: riunisce in un unico luogo una filiera specifica, quella dell’uva da tavola, permettendo di incontrare soggetti che operano in fasi differenti, ma strettamente collegate. Essere presenti significa quindi osservare da vicino l’evoluzione del comparto, comprendere meglio le nuove esigenze e mostrare il contributo che il packaging può offrire alla qualità, alla logistica e alla valorizzazione commerciale del prodotto. C’è poi un aspetto territoriale che non è secondario. Siamo un’azienda della provincia di Bari e partecipare a una manifestazione dedicata all’uva da tavola, organizzata nel territorio in cui questa filiera ha una delle sue espressioni più importanti, rappresenta per noi anche un motivo di soddisfazione.

 

Ilaria De Marinis
©uvadatavola.com

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