In un’annata come quella 2026 in cui le piogge primaverili hanno allungato i tempi di bagnatura della vegetazione e reso più complessa la gestione fitosanitaria del vigneto, il primo pensiero è andato quasi sempre alle grandi malattie della vite: peronospora e oidio. Eppure, nello stesso scenario climatico, può trovare spazio anche un’altra malattia, meno citata, ma tutt’altro che marginale quando colpisce il grappolo: il black rot. Di cosa si tratta?
Black rot: origine, infezione e danni
Originario del Nord America, dove i primi danni importanti furono registrati già nell’Ottocento, il black rot o marciume nero è giunto in Europa alla fine del secolo, con le prime segnalazioni nel Sud della Francia nel 1885. In Italia la presenza è documentata almeno dagli anni Settanta, con una prima segnalazione in Liguria nel 1974. A causarlo è Phyllosticta ampelicida, ancora spesso indicato con il sinonimo Guignardia bidwellii, fungo ascomicete capace di infettare foglie, germogli, viticci, rachidi, peduncoli e soprattutto acini. La sua pericolosità non sta soltanto nella capacità di colpire il grappolo, ma nella discrepanza tra il momento dell’infezione e quello in cui il danno diventa visibile: quando l’acino inizia a macchiarsi, disseccare e trasformarsi nella tipica “mummia” nerastra, la partita è stata spesso giocata settimane prima.
Il ciclo del patogeno ruota intorno ai residui infetti rimasti in vigneto, in particolare acini mummificati e parti lignificate contaminate. Da qui, con le piogge primaverili, partono le infezioni primarie, sostenute da ascospore e conidi che raggiungono i tessuti verdi in presenza di acqua libera. Le prime lesioni fogliari, tondeggianti, con margine più scuro e piccoli puntini neri al centro, possono sembrare un dettaglio secondario; in realtà sono un segnale epidemiologico importante, perché quei picnidi diventano nuova fonte di inoculo. Sui giovani tralci e sui rachidi le lesioni assumono invece un aspetto più allungato, depresso, talvolta violaceo-nerastro. Ma è sugli acini che il black rot mostra il suo peso economico: una macchia inizialmente chiara o brunastra si espande rapidamente, l’acino perde turgore, si raggrinzisce, si indurisce e resta spesso attaccato al grappolo come corpo nero, secco, carico di propaguli per la stagione successiva.
Il danno sull’uva da tavola
Se nel vino un’infezione localizzata può essere valutata in termini di resa, stato sanitario della massa e destinazione enologica, nell’uva da tavola il margine è molto più stretto. Anche pochi acini compromessi, infatti, possono aumentare gli scarti, ridurre la tenuta in post-raccolta e indebolire la percezione qualitativa del prodotto.
La fase più delicata coincide con il periodo compreso tra fioritura e prime settimane successive all’allegagione, quando gli acini sono giovani e altamente suscettibili. Con l’avanzare dello sviluppo, il frutto acquisisce progressivamente una resistenza ontogenetica; per questo, nel caso del black rot, la protezione del grappolo deve essere costruita prima che il sintomo diventi visibile, concentrando l’attenzione sulle fasi precoci della stagione.
Le condizioni favorevoli sono note: clima caldo-umido, piogge primaverili, bagnature persistenti, vegetazione fitta e scarsa aerazione della fascia produttiva. Nei sistemi di uva da tavola, soprattutto dove la vigoria è elevata e la chioma tende a chiudere il microclima intorno ai grappoli, il rischio aumenta perché l’asciugatura dei tessuti rallenta. Anche le coperture, pur indispensabili per contenere altri rischi climatici e commerciali, vanno gestite considerando gli effetti su umidità, condensa e circolazione dell’aria.

Acini di vite da vino colpiti da black rot
La difesa parte dall’inoculo
La gestione efficace del marciume nero comincia molto prima del trattamento. Il primo intervento, spesso sottovalutato, è la riduzione dell’inoculo: eliminare o interrare gli acini mummificati, rimuovere grappoli e residui infetti rimasti sulla pianta, intervenire con potature capaci di asportare tralci contaminati, evitare che il vigneto entri nella nuova stagione con una riserva biologica già pronta a riattivarsi. Le mummie rimaste nella chioma sono particolarmente critiche, perché possono rilasciare inoculo più a lungo e più vicino ai tessuti suscettibili rispetto a quelle cadute al suolo.
A questo si aggiunge la gestione della chioma: potatura equilibrata, contenimento della vigoria, arieggiamento della fascia grappolo, defogliazioni ragionate e interventi verdi che favoriscano una rapida asciugatura dopo piogge o bagnature. Non si tratta di aprire indiscriminatamente il grappolo, esponendolo a scottature o squilibri, ma di costruire un microclima meno favorevole al patogeno e più compatibile con l’efficacia della difesa. In annate con primavera umida, presenza storica della malattia o vigneti con residui infetti, la strategia fitoiatrica deve concentrarsi sulle fasi sensibili: prefioritura, fioritura, allegagione e prime settimane post-fiorali.
Quando il rischio aumenta, può essere necessario intervenire anche con prodotti di sintesi. In tal caso, la scelta deve naturalmente rispettare etichette, registrazioni, tempi di carenza, disciplinari e strategie antiresistenza, evitando sequenze ripetitive di sostanze con lo stesso meccanismo d’azione.
Per l’uva da tavola, dunque, la gestione più solida non nasce dall’intervento d’emergenza, ma da una lettura anticipata del rischio. Specialmente in una stagione come quella in corso, segnata dall’alternanza di piogge, umidità persistente e temperature favorevoli al patogeno.
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Ilaria De Marinis
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