Indice
- In poche parole, che cos’è il microinnesto erbaceo della vite e che cosa lo distingue dall’innesto classico?
- Qual è il principale vantaggio di questa tecnologia rispetto ai sistemi vivaistici tradizionali?
- Accanto alla sanità del materiale, quali altri vantaggi può offrire questa pratica?
- Tra le combinazioni che state osservando, ce ne sono alcune che stanno dando risultati più promettenti o, al contrario, più critici?
- Ci sono requisiti particolari da rispettare affinché il microinnesto erbaceo dia i risultati attesi?
- Ci sono errori ricorrenti che possono compromettere il successo del microinnesto erbaceo?
- Guardando alle prospettive future, quali sviluppi e quali applicazioni ritiene più interessanti?
- Perché, dal suo punto di vista, esiste ancora diffidenza verso questa pratica?
Negli ultimi anni il vivaismo viticolo si è trovato a fare i conti con una pressione sanitaria crescente, con il rapido ricambio varietale imposto dal mercato e con la necessità, sempre più stringente, di disporre di materiale di propagazione sano, omogeneo e disponibile in tempi compatibili con l’evoluzione del comparto. In questo scenario si inserisce il microinnesto erbaceo della vite, una tecnica che affonda le radici in intuizioni maturate già diversi decenni fa, ma che solo recentemente ha trovato uno sviluppo applicativo più concreto anche su scala produttiva.
Il punto di partenza è semplice solo in apparenza: produrre piante innestate in ambiente protetto, a partire da materiale micropropagato, riducendo drasticamente l’esposizione ai patogeni che circolano in pieno campo e, allo stesso tempo, accorciando i tempi necessari per moltiplicare nuove varietà. Ma quali sono, oggi, i reali vantaggi di questa tecnologia? E quali, invece, i limiti, le attenzioni gestionali e i nodi ancora aperti, a partire da quello normativo? Facciamo il punto con il dottor Oriano Navacchi di Vitroplant Italia, azienda con sede a Cesena, dove da circa trent’anni si occupa di ricerca e sviluppo nell’ambito delle biotecnologie applicate al settore viticolo.
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In poche parole, che cos’è il microinnesto erbaceo della vite e che cosa lo distingue dall’innesto classico?
Prima di tutto vale la pena richiamare un breve passaggio storico. All’inizio della mia attività, nei primi anni Novanta, in Vitroplant ricevemmo una sollecitazione dall’allora Istituto di viticoltura di Bari-Turi, in particolare dal professor Carmine Liuni, che sosteneva con convinzione come, di fronte ai numerosi problemi sanitari della vite, la micropropagazione rappresentasse di fatto l’unica strada per produrre piante realmente sane. All’epoca, però, noi lavoravamo soltanto su piante di vite autoradicate, non ancora innestate. Le prime attività sul microinnesto sono iniziate verso la fine degli anni Novanta, mentre lo sviluppo in chiave industriale è arrivato soprattutto negli ultimi sette-otto anni. In concreto, utilizziamo piante micropropagate sia della varietà, sia del portinnesto per ottenere piante innestate durante il periodo estivo. La tecnica, dal punto di vista operativo, è molto simile a quella impiegata nelle orticole, per esempio nel pomodoro: si innestano piante molto giovani, di dimensioni ridotte, in genere alte non più di 10-20 centimetri. È proprio questa natura erbacea, applicata a materiale micropropagato, a segnare la differenza rispetto all’innesto classico su materiale legnoso o comunque ottenuto attraverso i percorsi vivaistici tradizionali.

Esecuzione del microinnesto erbaceo e sviluppo delle piante microinnestate a 12 giorni dall’innesto.
Qual è il principale vantaggio di questa tecnologia rispetto ai sistemi vivaistici tradizionali?
Bisogna considerare, innanzitutto, che quando si parla di “tecnologia tradizionale” ci si riferisce in realtà a modelli diversi. In Puglia, fino a qualche anno fa, era ancora piuttosto diffusa la pratica di mettere a dimora barbatelle selvatiche in pieno campo e procedere poi con l’innesto, prelevando le gemme direttamente dai campi produttivi. L’agricoltore sceglieva le gemme dalle piante ritenute migliori e le utilizzava per propagare la varietà desiderata.
Negli ultimi anni, parallelamente, si è consolidato anche l’impiego di piante già innestate, acquistate da vivaisti professionali, con gemme provenienti da campi di piante madri allevati appositamente per la produzione di materiale di propagazione. Noi, ad esempio, realizziamo piante innestate utilizzando campi di piante madri situati a Cesena, in areali dove non si coltiva uva da tavola.
Il limite, oggi, accomuna però tutte queste forme di vivaismo: le piante madri sono comunque allevate all’aperto. E il pieno campo, ormai, è diventato un ambiente esposto a una quantità molto elevata di patogeni pericolosi, che possono infettare le piante madri e quindi trasmettersi attraverso il materiale di propagazione. Penso ai virus, per esempio, che possono essere trasmessi da vettori come cocciniglie, afidi, eriofidi o tripidi. Al Nord, inoltre, c’è il problema della flavescenza dorata, trasmessa da una cicalina; in Puglia non è ancora arrivata, ma il rischio fitosanitario va considerato in tutta la sua portata.
In questo senso, l’intuizione iniziale del professor Liuni si è rivelata corretta. Con le piante micropropagate, infatti, non abbiamo bisogno di mantenere ampi campi di piante madri in pieno campo. Lavoriamo con pochissime piante madri – una o due, in alcuni casi – allevate in screen house, quindi in strutture altamente protette e controllate. Da queste piante è possibile ottenere numeri molto elevati di piante figlie, geneticamente identiche e sane. Successivamente le innestiamo e le coltiviamo per un anno in serra, sempre in ambiente protetto, con reti antinsetto e con tutte le cautele necessarie per evitare l’ingresso di vettori dall’esterno. In questo modo riusciamo a produrre una pianta di cui possiamo garantire la sanità in maniera molto più rigorosa.
Accanto alla sanità del materiale, quali altri vantaggi può offrire questa pratica?
Il vantaggio sanitario è centrale, ma non è l’unico. In passato il panorama varietale era molto più stabile: di fatto si lavorava su un numero limitato di varietà, come Italia e Vittoria, che rimanevano sul mercato per lunghi periodi. Oggi la situazione è completamente diversa. Ogni anno si affacciano sul mercato decine di nuove varietà e il vivaista, inevitabilmente, fatica a stare al passo.
Per produrre piante con i sistemi tradizionali servono infatti tempi tecnici non trascurabili: bisogna impiantare i campi di piante madri e attendere due, tre, a volte quattro anni prima di avere disponibilità sufficiente di gemme per la moltiplicazione. Il problema è che, quando quel materiale è finalmente pronto, spesso il coltivatore ha già orientato le proprie scelte verso altre varietà. Il vivaista, in sostanza, rincorre un mercato che cambia troppo rapidamente.
Con il materiale micropropagato, almeno teoricamente, una nuova varietà appena introdotta può essere moltiplicata già dall’anno successivo in numeri molto elevati, anche nell’ordine delle centinaia di migliaia di piante. Questo significa tempi molto più rapidi, soprattutto nei casi in cui non esista ancora una base ampia di materiale di propagazione. A questo si aggiungono altri due elementi: l’omogeneità, perché tutto deriva da pochissime piante madri, talvolta anche da una sola, e la qualità sanitaria del materiale.
Tra le combinazioni che state osservando, ce ne sono alcune che stanno dando risultati più promettenti o, al contrario, più critici?
Fino a oggi abbiamo risposto soprattutto alle richieste del mercato, che si concentravano su grandi quantitativi di piante estive innestate prevalentemente su 140 Ruggeri. Tuttavia, in questa fase sta emergendo un interesse molto forte per un’altra applicazione, legata al continuo rinnovo varietale che interessa il comparto.
Molti produttori, oggi, vogliono cambiare varietà senza demolire l’intera struttura del tendone. In pratica, l’obiettivo è estirpare le vecchie piante, mantenere la struttura esistente e reimpiantare nello stesso terreno. È in questo contesto che entrano in gioco nuovi portinnesti, attualmente in fase di sperimentazione, che sembrano più adatti al ristoppio, cioè al reimpianto in terreni già coltivati a vite. È un ambito molto interessante, perché risponde a un’esigenza concreta del produttore e potrebbe rappresentare uno degli sviluppi più rilevanti della tecnica.
Ci sono requisiti particolari da rispettare affinché il microinnesto erbaceo dia i risultati attesi?
Sì, perché si tratta di un materiale che, almeno nella fase iniziale, presenta caratteristiche diverse rispetto alle piante tradizionali. Le piante microinnestate sono in genere più piccole e più delicate; di conseguenza, nelle prime settimane dopo il trapianto richiedono maggiore attenzione.
Superata questa fase iniziale, però, il comportamento cambia sensibilmente. Una volta ben attecchite, le piante diventano robuste e il loro sviluppo procede in modo del tutto comparabile a quello delle piante tradizionali. Nelle prove di impianto che abbiamo condotto, messe a confronto con piante in estate ottenute con metodi convenzionali, la differenza principale riguarda proprio l’avvio, quando servono maggiori cure. Ma, al termine del primo anno vegetativo, lo sviluppo risulta sostanzialmente allineato, con in più un’uniformità straordinaria e la garanzia sanitaria del materiale. Sono questi, a mio avviso, i punti di forza più netti del sistema.
Ci sono errori ricorrenti che possono compromettere il successo del microinnesto erbaceo?
Più che di errori tecnici in senso stretto, parlerei di un errore di impostazione. L’agricoltore è abituato a un determinato tipo di pianta e tende istintivamente a gestire anche questo materiale nello stesso modo. In realtà il prodotto è diverso e, proprio per questo, come si diceva, va accompagnato con qualche attenzione in più, soprattutto nella fase iniziale.
Le criticità maggiori si concentrano quindi nei primi giorni o nelle prime settimane dopo l’impianto. Servono irrigazioni frequenti e ben calibrate, una buona gestione ambientale, attenzione all’igiene e alle condizioni della struttura. Una volta superato l’attecchimento, però, la pianta si comporta come le altre. Il punto, semmai, è comprendere che il materiale microinnestato non va giudicato con i parametri abituali del vivaio tradizionale: inizialmente appare più piccolo, più delicato, e questo può generare diffidenza, ma è una valutazione che spesso non tiene conto della sua reale capacità di sviluppo.

Piante in fase di ambientamento in serra del portainnesto 1103 Paulsen in paperpot da 40mm in alveolo da 60 fori.
Guardando alle prospettive future, quali sviluppi e quali applicazioni ritiene più interessanti?
Faccio un esempio molto concreto. In Paesi come Israele, che hanno dovuto affrontare prima di noi il problema della Xylella nella vite, il vivaismo in pieno campo è stato di fatto abbandonato. Non si utilizza più materiale di propagazione proveniente dal campo aperto: tutto viene prodotto in serra. Questo dà la misura di quanto radicale possa essere il cambiamento necessario.
Se io opero in un’area a rischio Xylella e continuo a prelevare gemme dal pieno campo, la probabilità di portare con me la malattia diventa concreta. Ecco perché, in una fase ancora iniziale della diffusione di questo patogeno, è indispensabile prestare la massima attenzione. Il problema, talvolta, è che non sempre il coltivatore percepisce fino in fondo la gravità della minaccia. In California, dove la Xylella si è affermata, in molte aree si è smesso di fare vite. Non stiamo parlando, dunque, di una questione marginale.
Per questo ritengo che le applicazioni più interessanti del microinnesto erbaceo siano proprio quelle legate a un vivaismo completamente protetto, capace di sottrarre il materiale di propagazione all’esposizione diretta ai vettori e alle fonti di inoculo presenti in campo. Sarebbe un cambiamento profondo del sistema attuale, ma probabilmente necessario.
Perché, dal suo punto di vista, esiste ancora diffidenza verso questa pratica?
Una certa diffidenza è normale, perché si tratta di un prodotto nuovo e l’agricoltore, comprensibilmente, tende a non cambiare sistema finché non vede risultati concreti. A questo si aggiunge anche un aspetto normativo tutt’altro che secondario. Il regolamento attuale, infatti, prevede ancora un’impostazione costruita attorno al pieno campo, con piante madri coltivate all’aperto per la produzione del materiale di propagazione. È una logica che appartiene a una fase storica precedente, quando non erano ancora emerse con la stessa evidenza le criticità fitosanitarie che oggi conosciamo bene.
Di conseguenza, oltre all’innovazione tecnica, servirà inevitabilmente anche un aggiornamento della normativa fitosanitaria relativa al materiale di propagazione. Va ricordato, peraltro, che già oggi il materiale dovrebbe essere acquistato da filiere autorizzate e certificate: continuare a prelevare gemme “dove capita” significa adottare il metodo più efficace per diffondere le malattie.
Detto questo, il cambiamento di approccio sta già iniziando. I primi impianti sperimentali sono stati realizzati e, quando i coltivatori vedono i risultati in campo, tutto diventa più semplice. È accaduto più volte che, inizialmente, le piante microinnestate venissero guardate con sospetto – troppo piccole, troppo fragili, destinate secondo qualcuno a non superare l’impianto. Poi, osservandone lo sviluppo, la percezione cambia radicalmente. In alcuni casi, chi all’inizio non le avrebbe volute neppure se regalate, oggi chiede solo quel tipo di pianta. E quando alle osservazioni visive si aggiungono le analisi sanitarie, che confermano la pulizia del materiale microinnestato rispetto a percentuali di infezione molto alte riscontrabili nel materiale tradizionale, la differenza diventa ancora più evidente.
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Ilaria De Marinis
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