Comparto, solcare il mare insieme per seguire la rotta

Tra sfide climatiche, gestione del post-raccolta e nuove strategie di export, la competitività del comparto oggi si gioca sulla programmazione e sulla leadership strutturata. Ma può la filiera trasformare le criticità in opportunità?

da Ilaria De Marinis

Come un antico vascello che solca mari in tempesta, il comparto dell’uva da tavola negli ultimi anni si è ritrovato a dover tracciare rotte sempre più complesse per non soccombere alle onde di un contesto globale in continua evoluzione, alle prese tra cambiamenti climatici, mutamenti nei gusti dei consumatori e nuove regole imposte dai mercati. Se, però, da un lato l’innovazione tecnologica offre bussole sempre più precise, dall’altro le sfide non sembrano arrestarsi: la revisione dei disciplinari della grande distribuzione, il ricambio varietale, la necessità di tecniche di post-raccolta sempre più sofisticate e la pressione esercitata da una concorrenza agguerrita rendono infatti la traversata ancora più ardua. In un simile contesto, individuare strategie che possono trasformare questi ostacoli in opportunità appare dunque fondamentale, ma ancor di più urge sviluppare una riflessione più ampia su come la filiera possa passare dalla resilienza alla leadership strutturata, tramutando le sfide in un nuovo modello di eccellenza.

Quali sono i temi cari alla filiera da mettere al centro della discussione oggi? E quali le strategie da adottare? Ne parliamo con Angelo Di Palma, legale rappresentante di Fruitsland, realtà che incarna il dinamismo di una nuova generazione di imprenditori, con cui analizziamo presente e possibili scenari del comparto, ponendo l’accento su innovazione varietale, export oltre i confini europei e il ruolo cruciale del packaging nel condizionare le scelte dei consumatori.

Negli ultimi anni il comparto dell’uva da tavola è andato incontro a una profonda evoluzione. Quale pensi possa essere la direzione futura?

Per poter guardare al futuro è opportuno analizzare anzitutto l’evoluzione attraversata dal comparto negli ultimi anni. Questo passaggio è fondamentale per poter impostare una strategia organica, ragionando in termini di comparto, al fine di affrontare con un approccio programmatico sfide e opportunità che abbiamo davanti. Non a caso ho parlato di strategia organica di comparto: ritengo sia assolutamente indispensabile sviluppare un dialogo proficuo e pragmatico tra i diversi attori della filiera, così da poter affrontare in maniera sistematica i diversi mutamenti che il comparto sta attraversando e attraverserà. Temi come il cambiamento climatico, il Green Deal, la scarsità della risorsa idrica, la carenza di manodopera, l’innovazione tecnologica e varietale, la concorrenza estera, l’approccio all’acquisto, dovranno essere affrontati in ottica di sistema, o almeno questo è quello che mi auguro. 

comparto dell'uva Angelo Di Palma

In foto: Angelo Di Palma

Come evidenziato, i temi caldi per il futuro del comparto sono molteplici. Ma secondo te, qual è quello su cui c’è urgenza di confronto?

Il futuro deve essere tracciato nel presente, perché quelli sopra citati sono aspetti che già oggi ci troviamo ad affrontare e che stiamo sottovalutando. In primo luogo, è opportuno avviare con urgenza una interlocuzione tra grande distribuzione e mondo produttivo sul tema dei disciplinari imposti dalla GDO. Dal mio punto di vista, la revisione di questi disciplinari rappresenta il primo punto sul quale concentrarci. Mi spiego meglio: il principio cardine della difesa integrata consiste nell’impiego alternato di sostanze attive con diverso meccanismo d’azione per evitare il pericoloso insorgere di resistenze da parte di funghi, batteri e insetti. D’altra parte, prevedendo l’impiego di massimo cinque principi attivi, questi stessi disciplinari vanno esattamente nella direzione opposta, poiché implicano l’impossibilità di rotazione e – di conseguenza – lo sviluppo di resistenze da parte di patogeni e fitofagi. Il tutto si traduce nell’aver “bruciato” in pochi anni sostanze che ora non hanno più efficacia per l’uso sconsiderato che se ne è fatto. Con il rischio di perdere produzione agricola e disponibilità dell’offerta sul mercato. Si comprende allora come la questione abbracci più aspetti, con riflessi alquanto seri non solo dal punto di vista agricolo e commerciale, ma anche burocratico dato che, a livello europeo, dall’1 gennaio 2026, entra in vigore l’obbligo del quaderno di campagna digitale aziendale.

Ponendo lo sguardo ancora sul quadro attuale, cosa chiedono oggi i mercati europei? 

Sicuramente, un dato conclamato è rappresentato dalla crescente richiesta di varietà seedless rispetto a quelle con seme. Queste ultime, nella maggior parte dei casi, vengono proposte dalle diverse insegne della GDO europea attraverso strategie di vendita basate su prezzi super aggressivi, laddove una piccola percentuale di prodotto – che deve però rispondere a standard elevati – trova più facile collocazione in mercati all’ingrosso ricettivi verso la fascia premium di prodotto. In questo contesto, ritengo dunque che le uve con semi purtroppo tenderanno a scomparire dall’offerta della GDO europea.
Al netto di questi elementi, un altro requisito fondamentale per potersi affacciare sul mercato è la capacità di riuscire a garantire dei programmi di fornitura continuativi. In tal senso diventa quindi molto importante disporre di una buona pianificazione della produzione per epoca di maturazione. La riconversione in atto in questi anni si sta orientando verso cultivar a maturazione medio tardiva, come è giusto che sia, ma dobbiamo presidiare il mercato anche nella fase precoce, garantendo programmi di fornitura dal mese di luglio fino a novembre/dicembre.

Spesso sottovalutato, ma altrettanto importante è poi il ruolo giocato oggi dal packaging, sul quale, secondo me, andrebbero fatte delle riflessioni opportune. Un consumatore che entra in un punto vendita viene attratto da caratteristiche visive del prodotto e quindi dalla sua presentazione sullo scaffale. Un aspetto che – dal mio punto di vista – risulta spesso troppo standardizzato, incapace di emozionare e indirizzare il consumatore verso la scelta che maggiormente risponde ai suoi gusti. Mi spiego meglio: l’innovazione varietale si sta dirigendo verso uve dal sapore esotico, fruttato, dalla polpa rossa. E allora occorre che questo prodotto sia riconoscibile rispetto allo standard, distinguendosi, per esempio, attraverso l’utilizzo di contenuti grafici accattivanti. A questo si ricollega poi un altro tema fortemente dibattuto nell’ultimo periodo che è quello relativo ai materiali impiegati per il packaging. In merito a questo, le analisi di mercato evidenziano una tendenza crescente dei consumatori a prediligere prodotti confezionati, per i quali la visibilità risulta un fattore determinante nella scelta d’acquisto. Tuttavia, l’impiego della carta nel packaging spesso compromette questa esigenza, rendendo meno immediata la percezione del prodotto. A ciò si aggiunge una sfida ulteriore: conciliare la crescente domanda di confezionato con la progressiva riduzione della manodopera disponibile, un nodo cruciale che il comparto dovrà necessariamente affrontare con soluzioni innovative ed efficienti.

comparto uva da tavola

Guardando invece all’Oltremare, può questo rappresentare per noi uno sbocco interessante?

Certamente, ma dobbiamo avere ben chiaro che per affrontare mercati con transit time più lunghi rispetto all’Europa è necessario riorganizzare le varie fasi, con una gestione maniacale del post-raccolta. In termini di accordi con gli Stati importatori, qualcosa si sta muovendo, ma credo sia necessario un maggior impegno della politica su questo tema. 

Hai parlato di “gestione maniacale” del post-raccolta. Ma a che punto siamo? 

Come dicevamo il comparto è in una fase di importante riconversione verso varietà a maturazione medio-tardiva, per cui si rende imprescindibile l’investimento nella catena del freddo attraverso tunnel di aria forzata e celle frigo. Oltre una certa data lasciare i grappoli sulle piante può infatti risultare altamente rischioso e disporre di queste strutture diventa necessario se si vogliono evitare perdite di prodotto in campo. In una prospettiva più ampia, il dibattito sulle tecniche di post-raccolta può avere senso solo se supportato da infrastrutture adeguate alla conservazione frigorifera. Questa fase, tuttavia, non si limita alla gestione del prodotto dopo la raccolta, ma inizia quando l’uva è ancora sulla pianta e si estende fino alla sua destinazione finale, richiedendo un’attenzione scrupolosa in ogni passaggio. Fondamentale, in questo contesto, è garantire la continuità della catena del freddo, un aspetto spesso trascurato nella grande distribuzione, dove le interruzioni nella refrigerazione compromettono la qualità del prodotto e la sua conservabilità. 

Concludendo, qual è a tuo parere il principale punto di forza della filiera italiana? E quale, invece, la più grande debolezza?

Sicuramente disponiamo di condizioni pedoclimatiche che permettono alle varietà coltivate in Italia di raggiungere una qualità organolettica superiore rispetto a quelle prodotte in altre aree del mondo. A ciò si aggiunge l’eccellenza del nostro tessuto agronomico: grazie alla competenza e alla dedizione dei tecnici, il comparto italiano si distingue per elevati standard di sicurezza alimentare e per la costante innovazione nelle pratiche di coltivazione. Siamo pionieri nello sviluppo di metodologie sempre più sostenibili, dall’inerbimento alla confusione sessuale, dall’impiego di insetti utili all’adozione di sistemi di supporto decisionale (DSS), fino all’utilizzo di tecnologie di precisione e strumenti dell’agricoltura 4.0. Un ulteriore elemento distintivo è poi la straordinaria resilienza dei nostri agricoltori, capaci di adattarsi a un contesto in continua evoluzione e di affrontare sfide sempre più complesse.
Tuttavia, permane una grande debolezza che risiede nella frammentazione del comparto: nonostante l’Italia sia il primo Paese produttore ed esportatore di uva da tavola in Europa, manca una visione strategica condivisa e una reale capacità di fare rete. Il comparto soffre l’assenza di una governance coesa e di una logica di sistema che permetta di affrontare le sfide globali con un approccio strutturato. D’altra parte, come emerso nel corso di questa analisi, il futuro impone un cambio di paradigma: solo attraverso una maggiore cooperazione e una pianificazione organica il comparto potrà consolidare la sua leadership e affrontare con successo le trasformazioni in atto.

 

Ilaria De Marinis
©uvadatavola.com

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