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Il 2025 ha segnato un nuovo record per l’export ortofrutticolo italiano. Secondo Fruitimprese, il valore complessivo ha superato i 6,68 miliardi di euro, mentre l’uva da tavola ha chiuso l’anno con un +16,25% in volume e un +8,47% in valore. È un dato che conferma la tenuta commerciale del comparto, ma che oggi va letto dentro uno scenario internazionale molto più instabile di quello in cui quei numeri si sono formati. Lo stesso comunicato dell’associazione avverte che la guerra in Medio Oriente mette in pericolo oltre 150 milioni di euro di export ortofrutticolo italiano verso l’area, dove l’Italia colloca soprattutto mele e uva da tavola.
Per l’uva da tavola il nodo è particolarmente delicato. Il Medio Oriente non è soltanto un mercato aggiuntivo, ma uno sbocco che in diversi momenti della campagna aiuta a collocare prodotto di valore e a distribuire meglio i flussi commerciali. Quando questo canale rallenta, il problema non è soltanto la perdita di una destinazione. Il problema vero è che cambia l’equilibrio complessivo del mercato, perché una parte dei volumi deve trovare un’altra collocazione e finisce inevitabilmente per aumentare la pressione su altri sbocchi, a partire da quelli europei. Questa lettura parte dall’allarme lanciato da Fruitimprese sul ruolo dell’area mediorientale per l’export italiano.
Più offerta in Europa se il Medio Oriente rallenta
Quando un mercato rallenta, il prodotto non si ferma: si sposta. È questo il meccanismo che oggi il comparto deve osservare con attenzione. Se il Medio Oriente diventa meno accessibile per effetto della guerra, una parte dell’uva da tavola che oggi trova sbocco in quell’area dovrà essere ricollocata altrove. E l’Europa, che è già uno dei principali poli di assorbimento del commercio internazionale, resta il candidato più naturale.
Il contesto, però, è già molto competitivo. L’USDA (United States Department of Agriculture) prevede per il 2025/26 un export mondiale di uva da tavola in crescita fino a circa 4,2 milioni di tonnellate, trainato soprattutto dall’espansione di Cina e Perù. Nello stesso quadro si segnala anche una domanda sostenuta nei grandi mercati importatori. Questo significa che la domanda c’è, ma cresce dentro un sistema sempre più affollato, dove il vantaggio non dipende solo dai volumi, ma dalla capacità di presidiare bene le finestre commerciali, garantire continuità di fornitura e mantenere standard qualitativi costanti.
Il caso del Sudafrica aiuta a capire bene il rischio. Il Paese è uno dei grandi protagonisti dell’export mondiale di uva da tavola e concentra la parte principale delle proprie spedizioni in Europa e nel Regno Unito. Secondo il report USDA, l’industria sudafricana considera proprio Unione europea e Regno Unito i mercati cardine, mentre Asia, Medio Oriente e Africa sono indicati come aree di crescita. Anche le statistiche SATI mostrano che, accanto alla quota dominante destinata all’Europa e al Regno Unito, esiste una fetta, più contenuta, indirizzata anche al Medio Oriente. Se quella componente dovesse ridursi o diventare più difficile da servire, almeno una parte dei volumi potrebbe essere reindirizzata verso mercati già consolidati, e quindi ancora una volta verso l’Europa.
Per i produttori italiani è questo il punto più sensibile. Non necessariamente una concorrenza frontale e immediata sullo stesso calendario, ma un’Europa più carica di offerta, più prudente negli acquisti e più rigida sul prezzo. In un mercato così, la distribuzione organizzata ha più scelta, può negoziare con maggiore forza e può spingere di più sulla leva del servizio, della continuità e delle condizioni economiche. L’effetto, quindi, non è solo quantitativo: è un irrigidimento del clima commerciale complessivo che può riflettersi anche sulla campagna mediterranea successiva. Questa è un’inferenza coerente con la geografia dei flussi sudafricani e con la crescita prevista dell’offerta globale.

Brasile e Sudafrica: due mercati diversi, ma entrambi strategici
È in questo contesto che acquista un significato molto più concreto il richiamo di Fruitimprese ad accelerare sull’apertura di nuovi mercati, in particolare per l’uva da tavola in Brasile e Sudafrica. Il punto non è semplicemente trovare nuovi clienti. Il punto è ridurre la dipendenza da pochi sbocchi commerciali e aumentare il margine di manovra della filiera italiana.
Qui, però, va fatta una distinzione netta. Il Brasile è un mercato di sbocco vero e proprio. I dati WITS-World Bank mostrano che nel 2024 ha importato circa 8,9 milioni di chilogrammi di uva fresca, per un valore di poco superiore a 20,5 milioni di dollari, soprattutto da Cile, Argentina e Perù. Questo significa che si tratta di un mercato già attivo, con una domanda concreta e con fornitori già posizionati. Per l’Italia, ottenere accesso al Brasile significherebbe entrare in una piazza che può assorbire prodotto e generare fatturato export diretto.
Il Sudafrica, invece, va letto in modo diverso. Non è un grande mercato di sbocco per l’uva italiana, perché è a sua volta uno dei maggiori esportatori mondiali. Per questo il suo valore strategico non sta tanto nei volumi che potrebbe assorbire, quanto nel fatto di rappresentare uno snodo dentro il commercio internazionale. Avere accesso a quel mercato significherebbe, prima di tutto, ampliare il numero di Paesi formalmente aperti all’uva italiana, rafforzare la posizione negoziale del comparto e creare uno spazio in più, anche se limitato, per finestre particolari o operazioni mirate. In altre parole, il Brasile serve soprattutto a vendere di più, mentre il Sudafrica serve soprattutto a dipendere meno. La distinzione è analitica, ma poggia sul fatto che il Brasile è importatore netto di uva fresca, mentre il Sudafrica è uno dei principali esportatori mondiali.
È proprio qui che il fattore tempo diventa decisivo. Arrivare tardi in questi dossier significa lasciare spazio ai competitor, che nel frattempo consolidano relazioni commerciali, protocolli operativi e posizionamento varietale. In mercati già competitivi, chi entra prima costruisce abitudini di fornitura e riferimenti commerciali difficili da scalzare. Per questo l’apertura di nuovi mercati non va letta come un tema diplomatico collaterale, ma come una leva concreta di politica commerciale. Questa conclusione deriva dal quadro dei flussi globali e dal fatto che Brasile e Sudafrica hanno ruoli molto diversi, ma entrambi utili a rafforzare la resilienza commerciale dell’origine Italia.
Diversificare gli sbocchi per difendere il valore
Per l’uva da tavola italiana, quindi, la questione non è soltanto aumentare l’export. La vera sfida è renderlo più resiliente. In uno scenario segnato da instabilità geopolitica, riallocazione dei flussi e competizione internazionale sempre più organizzata, la disponibilità di più sbocchi diventa una forma di tutela commerciale. Se il Medio Oriente rallenta e l’Europa si carica di ulteriore pressione, avere mercati alternativi già aperti significa non essere costretti a concentrare tutto sullo stesso spazio competitivo.
Il rischio, altrimenti, è quello di trovarsi con un mercato europeo più affollato, buyer più esigenti e margini più compressi proprio nel momento in cui il comparto italiano ha investito in qualità commerciale, varietà seedless e capacità di servizio. È qui che l’allarme lanciato da Fruitimprese assume un significato operativo molto chiaro: accelerare sui nuovi mercati non è una strategia di espansione generica, ma una misura di difesa competitiva. Serve a evitare che la crisi di uno sbocco si trasformi domani in una maggiore dipendenza strutturale dagli altri.
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Donato Liberto
©uvadatavola.com