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“Anche nel settore agricoltura e nel particolare nella viticoltura, ci hanno gettati in un clima di seria incertezza.”
Inizia così lo sfogo sui social di Teresa Diomede CEO di Racemus, produttrice ed esportatrice di uva da tavola.
L’imprenditrice rutiglianese, CEO dell’Azienda Agricola Racemus, membro del gruppo di contatto europeo e coordinatrice regionale del “Le donne dell’ortofrutta”, non nega la sua preoccupazione per l’incessante incremento dei costi di produzione.
Si tratta di incrementi smisurati e, a suo dire, “fluttuanti”, che rendono inattuabile qualunque modello previsionale.
“Produrre uva da tavola, vuol dire investire per nove mesi (senza interruzione e risparmio), per concimazioni, irrigazioni, manodopera, impiantistica, tassazione, macchinari, innovazione, promozione ed anche imprevisti. Nove mesi di lavoro per conoscere il risultato: la mia produzione, sarà di buona qualità e di una quantità tale da ammortizzare i costi? Il mercato sarà benevolo con meno concorrenza sleale e le condizioni climatiche saranno dalla mia parte?
Abbiamo imparato anche noi a pensare come un ristoratore, attuando la politica del Food Cost per capire meglio come intervenire sugli sprechi razionalizzando alcune lavorazioni e packaging”.
Vi chiederete: “Cos’è il Food Cost?”, lo spiega sempre l’imprenditrice nel post:
“Il termine significa letteralmente “costo del cibo”, e costituisce l’insieme dei costi di gestione di un’attività legata al cibo e che comprende i costi di produzione, gestione, conservazione e servizi necessari affinché cibo e bevande raggiungano il consumatore.
C’è una formuletta che ci consente di capire il prezzo (con percentuale di ricarico) più congruo con il quale dovremmo presentarci al mercato:
% Food Cost = Valore materie prime consumate / Incassi x 100”.
I prezzi fluttuano
“Sono ormai anni – continua Diomede – che il modello previsionale salta perché, per essere attendibile, c’è bisogno che i prezzi delle materie prime (con le spese poc’anzi elencate) siano stabili. Nella vita reale, invece, i prezzi aumentano a dismisura, fluttuano arrivando a superare anche del 100% le previsioni”.
“A quanto dovremo vendere la nostra uva da tavola direttamente in campo alla grande commercializzazione come anche già confezionata e pronta alla vendita come succede nella mia azienda agricola?”, si chiede il CEO di Racemus, ma sono tante le domande che si affollano nella mente di chi è chiamato a condurre un’azienda agricola: “Alla luce di quanto sta accadendo per il calo dei consumi, i costi esagerati per energia, materie prime e trasporti: quale modello previsionale dovremmo applicare oggi? Lavorare nei magazzini di notte per risparmiare, evitare la fase dell’acinellatura, razionalizzare l’acqua alle piante e la protezione fitosanitaria… Saranno questi gli interventi al risparmio? Su quale costo aziendale si dovrebbe agire per reagire a questa immane tempesta inflazionistica?”
Confidare in chi sceglie di acquistare il made in Italy, nonostante tutto
In un clima così allarmante, la sola speranza, che Teresa Diomede riserva per concludere il suo post, è che il consumatore, consapevole delle cause dei rincari, sia disposto a fare acquisti di qualità preferendo ancora il Made in Italy:
“Per il momento l’ammortizzatore sociale siamo noi aziende. Noi tentiamo di mantenere in piedi il sistema senza pesare su nessun anello della filiera. Ci aspettiamo che quando sarà il momento di commercializzare le nostre sudate produzioni, tutti facciano la loro parte riconoscendo i costi sopportati, scegliendo la produzione italiana anche se più costosa, nella speranza di trovare un consumatore ancora disposto a comprare qualità”.
Autore: la redazione
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