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La Puglia si conferma il baricentro dell’uva da tavola italiana e lo fa con numeri che spingono il comparto dentro una fase nuova. È quanto emerso a Rutigliano nel corso dell’incontro dedicato alle prospettive del comparto, promosso da Coldiretti Puglia e Bari, UeCoop e Comune di Rutigliano, che ha riunito istituzioni, organizzazioni di rappresentanza e mondo accademico per fare il punto su uno dei segmenti più strategici dell’ortofrutta regionale e nazionale. Al centro del confronto, un dato preciso: oggi la crescita dell’uva da tavola passa più dal valore che dai volumi. L’export ha superato i 900 milioni di euro, le seedless continuano ad avanzare e la regione consolida il proprio peso produttivo dentro una filiera che sta cambiando assetto, canali di vendita e logiche di mercato.
È dentro questa cornice che i numeri richiamati nel corso dell’incontro acquistano un significato più ampio. Perché non descrivono soltanto la forza della Puglia, ma aiutano anche a leggere la direzione che sta prendendo l’intero comparto nazionale. Secondo i dati diffusi da Coldiretti Puglia, la Regione conta 23.400 ettari su circa 41.000 complessivi e concentra l’80% dei volumi italiani. Un peso che ne fa il principale punto di osservazione di una trasformazione in atto, senza per questo ridimensionare il ruolo della Sicilia, che continua a rappresentare un altro pilastro dell’uva da tavola italiana, sia sul piano produttivo sia su quello commerciale. Più che una competizione interna, il quadro restituisce quindi i contorni di una filiera che si regge su territori diversi, ma sempre più chiamati a confrontarsi con la stessa sfida: produrre valore in un mercato che cambia.
Export e consumi: oggi il comparto cresce soprattutto in valore
Il dato più immediato riguarda l’export. Coldiretti Puglia parla di un valore che ha superato i 900 milioni di euro, sospinto da una domanda europea solida, con Germania, Francia e Polonia tra i principali mercati di sbocco. A questo si aggiunge un mercato interno che, negli ultimi due anni, avrebbe registrato un aumento dei consumi a valore vicino al 30%, mentre i prezzi si sarebbero avvicinati a un +50%. Il risultato, sempre secondo la lettura proposta durante l’incontro, è chiaro: si vende meno prodotto rispetto al passato, ma in condizioni economiche più favorevoli, con una crescita complessiva del fatturato del comparto intorno al 27%.
Il punto, però, non è fermarsi all’effetto annuncio. Questi numeri suggeriscono che l’uva da tavola italiana sta cercando una nuova traiettoria economica, meno ancorata alla quantità pura e più legata al posizionamento. È una distinzione decisiva, perché indica che la redditività futura dipenderà sempre meno dalla semplice espansione delle superfici e sempre più dalla capacità di intercettare i segmenti giusti, mantenere qualità costante e presidiare i mercati europei con un’offerta coerente. Anche i dati più recenti sull’export ortofrutticolo italiano confermano che l’uva da tavola resta una delle voci più dinamiche del paniere nazionale.
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Seedless, confezionato e nuova domanda: così cambia il mercato
Dentro questo scenario, il vero motore della trasformazione è la spinta varietale. Le uve senza semi hanno ormai superato il 57% delle superfici e arrivano oltre il 78% nei nuovi impianti, segno che gli investimenti si stanno indirizzando in modo sempre più netto verso questa tipologia. Non è un semplice cambio di assortimento. È la risposta a una domanda che, in Europa, premia praticità, uniformità, croccantezza e facilità di consumo.
Il dato forse più indicativo è quello del confezionato nella grande distribuzione: negli ultimi cinque anni, secondo Coldiretti Puglia, le seedless hanno segnato un +130% a volume e un +230% a valore. Qui si capisce bene la direzione del comparto. L’innovazione varietale, da sola, non basta; acquista peso quando si inserisce in un sistema commerciale che valorizza il prodotto in termini di servizio, formato e continuità. In questo quadro, supermercati e discount stanno rafforzando la loro centralità, mentre lo sfuso perde terreno a volume, pur mostrando ancora una certa tenuta economica grazie ai prezzi.
Questo, però, non significa archiviare in blocco il patrimonio varietale tradizionale. Lo stesso ragionamento emerso a Rutigliano va in una direzione più sfumata: alcune cultivar storiche, come l’Italia, incontrano oggi maggiori difficoltà soprattutto nei segmenti più standardizzati del confezionato, ma prodotti identitari come la Pizzutella dimostrano che, quando esistono posizionamento, riconoscibilità e strategia commerciale, uno spazio di mercato resta. La questione, quindi, non è soltanto scegliere tra tradizionale e seedless, ma capire quali varietà riescano ancora a esprimere valore dentro canali e target diversi.
La vera sfida è governare la crescita senza perdere equilibrio
È proprio qui che il discorso si fa più delicato. Se la fase attuale premia il comparto, non è detto che questo equilibrio sia automatico anche domani. L’espansione delle seedless, la crescita dei prezzi e la buona risposta della domanda stanno sostenendo i conti, ma il rischio di un eccesso di offerta nel medio periodo è reale. Ed è il punto forse più interessante emerso dal confronto di Rutigliano: non basta produrre di più o rinnovare i vigneti, bisogna governare la transizione.
Questo significa almeno tre cose. La prima: rafforzare l’aggregazione e l’organizzazione commerciale, perché in un mercato più selettivo la forza contrattuale resta decisiva. La seconda: difendere il valore senza inseguire indistintamente tutti gli stessi segmenti, evitando che la crescita di oggi si trasformi in pressione sui margini domani. La terza: continuare a differenziare l’offerta italiana, valorizzando innovazione e identità insieme, senza trasformare il mercato in una corsa omologata. È in questa chiave che va letto anche il richiamo di Coldiretti Puglia alla concorrenza internazionale e alla necessità di condizioni più eque lungo la filiera.
La Puglia, insomma, oggi appare come il laboratorio più avanzato di questa evoluzione. Non perché il resto d’Italia conti meno, ma perché è qui che la trasformazione si vede con maggiore nitidezza: più seedless, più valore, più pressione sul confezionato, più bisogno di strategia. E se il settore vuole consolidare i risultati raggiunti, la sfida non sarà solo continuare a crescere, ma farlo con misura. Il passaggio che si apre davanti alla filiera dell’uva da tavola italiana è tutto qui: trasformare una stagione favorevole in una traiettoria stabile, capace di tenere insieme redditività, identità e mercato.
Donato Liberto
©uvadatavola.com