Dighe Sud Italia: più acqua, ma il sistema regge davvero?

Dopo mesi di allarme siccità, nel Mezzogiorno il problema sembra quasi capovolto. Oggi molte dighe sono ai limiti della capienza e la vera partita torna a essere quella della gestione. Ma cosa sta succedendo davvero?

da Donato Liberto
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Nel giro di pochi mesi, il racconto dell’acqua nel Mezzogiorno è cambiato in modo radicale. Fino allo scorso anno il tema dominante era la siccità: riserve ridotte, allarmi continui, agricoltura costretta a fare i conti con una disponibilità idrica sempre più incerta. Oggi, invece, da molte aree del Sud arrivano immagini e dati che descrivono una fase opposta: invasi in forte recupero, bacini prossimi ai livelli operativi massimi e, in alcuni casi, scarichi attivati per governare l’eccesso di afflusso.

Ma non si tratta soltanto di una diversa percezione del problema. In Puglia il caso più evidente è quello di Occhito, invaso strategico per la Capitanata, che secondo ANBI – l’Associazione Nazionale dei Consorzi di gestione e tutela del territorio e acque irrigue – ha guadagnato 69 milioni di metri cubi in appena due giorni. Al 2 aprile, i dati richiamati dal territorio parlano di circa 176 milioni di metri cubi, contro poco più di 71 milioni nello stesso periodo del 2025. È un salto che, da solo, basta a far capire quanto profondamente sia mutato il quadro rispetto a un anno fa.
In Basilicata, il recupero appare meno brusco ma non per questo meno significativo. Più che in un singolo balzo, si legge nel progressivo rafforzamento dei principali invasi. Monte Cotugno, il maggiore del Mezzogiorno, torna su livelli più solidi dopo le tensioni recenti, mentre bacini come San Giuliano e Pertusillo contribuiscono a ricostruire una disponibilità più consistente per il sistema irriguo regionale e interregionale.
La Sicilia, invece, restituisce con maggiore nettezza l’idea del cambio di passo. I dati ufficiali regionali mostrano già all’inizio del 2026 un aumento marcato dei volumi invasati rispetto sia al mese precedente sia allo stesso periodo del 2025. Invasi simbolici come Pozzillo, Lentini e Ogliastro hanno registrato crescite importanti in poche settimane, segnalando un recupero rapido di riserve che fino a pochi mesi prima apparivano fortemente compromesse.

Letti insieme, questi casi dicono una cosa semplice: nel Sud l’acqua oggi è tornata davvero negli invasi. Ma raccontano anche un’altra cosa, meno scontata: il recupero non ha ovunque lo stesso profilo. In alcuni territori è stato brusco e concentrato, in altri più progressivo. Ed è proprio questa differenza che aiuta a capire perché il tema non sia solo quanta acqua c’è, ma come venga gestita.

Perché alcune dighe scaricano acqua e cosa significa davvero

Il fatto che in alcuni territori si stia parlando di acqua rilasciata a valle ha alimentato l’idea di uno spreco. In realtà, il meccanismo è più tecnico e meno paradossale di quanto sembri. Una diga non viene gestita sulla base della sola capacità massima teorica: esistono quote operative, margini di sicurezza e volumi che devono restare disponibili per gestire le piene. Per questo, quando gli afflussi aumentano rapidamente, il gestore può attivare scarichi controllati o sfioratori per mantenere l’invaso entro condizioni di esercizio sicure.

Il caso di Occhito aiuta anche qui: il Consorzio di Bonifica della Capitanata distingue chiaramente tra capacità totale dell’invaso, pari a oltre 333 milioni di metri cubi, capacità utilizzabile, oltre 250 milioni, e capacità di laminazione – la parte di invaso riservata a contenere le piene – oltre i 43 milioni di metri cubi. È una distinzione importante, perché spiega perché un invaso possa apparire pieno senza che tutta la sua capacità sia automaticamente disponibile per usi irrigui.
Lo stesso discorso vale per altre grandi opere del Sud. Gli avvisi pubblicati in questi giorni dal Centro Funzionale della Basilicata su dighe come San Giuliano, Camastra e Monte Cotugno mostrano che quando i livelli salgono rapidamente la gestione diventa più delicata e richiede monitoraggio continuo. Più che parlare genericamente di acqua “buttata in mare”, allora, è più corretto dire che in alcuni casi si stanno effettuando rilasci controllati per la regolazione dell’invaso e la sicurezza idraulica.
Questo non elimina il nodo infrastrutturale, ma lo mette nella giusta prospettiva. Oggi il vero tema non è sostenere che l’acqua manchi ancora nonostante le piogge. Il tema è capire se il sistema sia abbastanza efficiente da trattenere, governare e distribuire questa nuova disponibilità in modo utile ai territori.

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Agricoltura e uva da tavola: cosa cambia davvero con più acqua negli invasi

Per l’agricoltura meridionale, il recupero dei volumi negli invasi è prima di tutto una notizia positiva. Dopo mesi in cui il dibattito era schiacciato sull’emergenza, poter contare su riserve più consistenti cambia il clima con cui ci si avvicina alla stagione irrigua. Questo vale ancora di più per le filiere specializzate, che avevano vissuto con particolare preoccupazione la contrazione delle disponibilità idriche.

Nel caso dell’uva da tavola, il tema è particolarmente sensibile. La coltivazione richiede regolarità nella gestione dell’acqua, sia per accompagnare lo sviluppo vegetativo sia per sostenere qualità, pezzatura e uniformità della produzione. Da questo punto di vista, vedere oggi invasi molto più pieni rispetto al 2025 significa avere basi più solide per affrontare la campagna. Sarebbe sbagliato non riconoscerlo. Il recupero dei livelli, soprattutto in aree come la Puglia e la Sicilia, rappresenta un segnale concreto di maggiore respiro per il sistema agricolo.

La cautela, semmai, va spostata su un piano diverso. Non nel senso di temere che l’acqua si esaurisca nell’arco di poche settimane, ma nel senso di capire quanto questa abbondanza riesca davvero a trasformarsi in servizio irriguo affidabile. Perché per le aziende non conta soltanto il volume presente in diga: contano tempi di consegna, funzionalità delle reti, capacità di trasferimento e continuità della distribuzione. È lì che si misurerà il beneficio reale di questa fase più favorevole.

La fotografia, dunque, è meno cupa di quella che ha dominato fino a pochi mesi fa. Nel Sud Italia gli invasi stanno mostrando un recupero evidente, in alcuni casi molto marcato. Ma proprio perché oggi il bicchiere è molto più pieno, vale la pena guardarlo con precisione: non per negare il miglioramento, bensì per capire se questa ritrovata disponibilità d’acqua potrà diventare una base più stabile per l’agricoltura, e quindi anche per una coltura strategica come l’uva da tavola.

 

Donato Liberto
©uvadatavola.com

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