Seedless, la Francia punta a raddoppiare l’offerta

Nel Sud-Ovest del Paese, la filiera vuole portare dal 20 al 40% la quota di uva da tavola senza semi entro il 2030. Al via anche la sperimentazione di dodici nuove varietà

da Donato Liberto
seedless in francia

Per anni la Francia ha affidato gran parte del proprio fabbisogno di uva da tavola alle importazioni, soprattutto italiane e spagnole. Ora, però, qualcosa comincia a cambiare. Nel Sud-Ovest del Paese la filiera ha deciso di investire con maggiore convinzione sull’uva seedless, con l’obiettivo di portarne la quota dall’attuale 20 al 40% della produzione entro il 2030.

A promuovere questa strategia è l’Association Interprofessionnelle des Raisins du Sud-Ouest (AIRSO), che riunisce produttori e operatori della commercializzazione. Una scelta che non risponde soltanto all’evoluzione dei gusti dei consumatori, ma apre un interrogativo più ampio: la Francia sta preparando le condizioni per recuperare parte del mercato oggi occupato dall’uva importata?

Uva seedless in Francia, dal 20 al 40%

Il punto di partenza è rappresentato dalla crescente richiesta di uve più pratiche da consumare. Come riportato dal quotidiano francese La Dépêche du Midi, secondo Florent Darios, copresidente dell’AIRSO, da tre o quattro anni la distribuzione registra un forte aumento dell’interesse verso le varietà senza semi.

Nel bacino del Sud-Ovest, il Chasselas di Moissac mantiene ancora un ruolo centrale e nel 2025 ha rappresentato il 42% della produzione. La quota delle seedless si è invece attestata al 20%, ma l’associazione punta a raddoppiarla entro il 2030. Non si tratta, dunque, di una semplice introduzione varietale. La filiera francese sembra voler adeguare la propria offerta a una domanda che si è già spostata, almeno in parte, verso prodotti percepiti come più semplici e immediati da consumare.

seedless

Perché la Francia vuole produrre più uva senza semi?

Dietro la svolta varietale c’è anche una ragione economica. Secondo i dati riportati da La Dépêche du Midi, in Francia si consumano ogni anno circa 160 mila tonnellate di uva da tavola, ma la produzione interna riesce a soddisfare soltanto il 25-30% della domanda. Il resto arriva prevalentemente da Italia e Spagna.

A confermare la forte dipendenza dall’estero sono anche i dati del CTIFL, il Centro tecnico interprofessionale francese per frutta e ortaggi. Nella media 2020-2022, le importazioni francesi hanno raggiunto 119.100 tonnellate, provenienti per il 71% dall’Italia. La produzione nazionale, concentrata soprattutto nel Vaucluse e nel Tarn-et-Garonne, copre quindi meno di un terzo dell’approvvigionamento complessivo.

Aumentare la disponibilità di uva seedless francese potrebbe consentire alla distribuzione di affiancare alle importazioni un’offerta nazionale più ampia e maggiormente allineata alle nuove abitudini di consumo. Ma produrre ciò che il mercato richiede sarà sufficiente? Non necessariamente. La competitività dipenderà anche dalla capacità di ottenere volumi regolari, qualità costante, adeguata conservabilità e un calendario commerciale capace di soddisfare le esigenze delle catene distributive.

Dodici varietà alla prova del territorio

Per accompagnare il cambiamento, l’AIRSO ha avviato un programma collettivo di sperimentazione nel Tarn-et-Garonne. Come riferito da La Dépêche du Midi, a partire da giugno dodici nuove varietà senza semi sono state piantate in tre aziende del dipartimento, con le prime raccolte attese nel 2028.

La selezione non riguarderà soltanto le caratteristiche commerciali del prodotto. Uno degli obiettivi è individuare varietà capaci di adattarsi alle condizioni pedoclimatiche locali e agli effetti del cambiamento climatico.

Ed è probabilmente questo il passaggio più delicato. Adottare varietà richieste dal mercato non significa automaticamente ottenere risultati produttivi ed economici soddisfacenti. Le nuove cultivar dovranno dimostrare di poter garantire regolarità, qualità e sostenibilità agronomica nelle condizioni del Sud-Ovest francese.

Anche l’obiettivo produttivo è ambizioso: la filiera punta a individuare materiali capaci di raggiungere stabilmente rese comprese tra 20 e 25 tonnellate per ettaro. Un risultato che dovrà però essere valutato insieme alla qualità dei grappoli, alla risposta delle piante alle condizioni climatiche e alla capacità del prodotto di affrontare conservazione e distribuzione.

Un segnale da osservare anche per l’Italia

I numeri attuali non indicano un imminente ribaltamento degli equilibri. La Francia continuerà ancora a lungo ad avere bisogno dell’uva importata e l’Italia resterà un fornitore centrale per il mercato transalpino. Il progetto avviato nel Sud-Ovest mostra però una direzione precisa: aumentare l’autosufficienza nei segmenti più richiesti, selezionando varietà capaci di coniugare qualità, produttività e adattamento climatico.

Più che nei volumi, almeno nel breve periodo, il cambiamento potrebbe quindi misurarsi nella composizione dell’offerta. Se la produzione francese riuscirà a proporre più uva seedless nei mesi e nei canali commerciali oggi presidiati dal prodotto estero, la competizione diventerà progressivamente più selettiva.

Per l’uva italiana, il punto non sarà soltanto difendere le quantità esportate, ma continuare a distinguersi per qualità, assortimento varietale, continuità delle forniture e capacità di rispondere alle richieste della distribuzione. La strategia dell’AIRSO non cambia oggi il mercato francese, ma segnala con chiarezza come potrebbe evolvere nei prossimi anni.

 

Donato Liberto
©uvadatavola.com

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