Indice
- Partiamo dalle origini: come nasce Di Palma Food e quali passaggi ne hanno segnato l’evoluzione?
- Su quali superfici e varietà si basa oggi la vostra produzione?
- Come traducete questi progetti commerciali nella gestione del vigneto?
- Dal campo ai mercati: che cosa chiede oggi la GDO europea?
- La crescita delle seedless ridurrà definitivamente lo spazio delle uve con semi?
- Con l’aumento delle varietà tardive, come cambia il ruolo del post-raccolta?
- Oltre all’Europa, quali prospettive possono offrire i mercati d’oltremare?
- Esportiamo più prodotto, ma a prezzi inferiori. Come si può invertire questa tendenza?
- Insieme a numerose realtà della filiera, Di Palma Food sarà presente a LUV Fiera. Che cosa rappresenta per voi questa partecipazione?
Nel comparto ortofrutticolo, la capacità di evolvere senza perdere il legame con le proprie origini rappresenta un elemento determinante. Le trasformazioni dei mercati, il crescente peso della grande distribuzione e l’innalzamento degli standard produttivi e commerciali richiedono oggi alle imprese una struttura sempre più organizzata, capace di integrare competenze agricole, controllo dei processi e conoscenza delle destinazioni di vendita. Lo sa bene la Di Palma Food Srl, realtà pugliese attiva nel settore ortofrutticolo e profondamente legata all’areale barese, che proprio dall’esperienza maturata sul territorio ha costruito il proprio percorso di crescita. Un’evoluzione che oggi integra produzione, gestione della qualità e commercializzazione, mantenendo al centro il rapporto con le aziende agricole che alimentano la filiera.
L’azienda sarà tra le realtà presenti a LUV Fiera, dove porterà la propria esperienza e la propria visione sul futuro del comparto. A raccontarne il percorso, le scelte e le prospettive è Alessandro Nisi, responsabile commerciale e responsabile qualità di Di Palma Food Srl.
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Partiamo dalle origini: come nasce Di Palma Food e quali passaggi ne hanno segnato l’evoluzione?
La nostra realtà affonda le proprie radici nel settore ortofrutticolo, ma ha vissuto un’evoluzione particolarmente significativa negli ultimi sei anni. Di Palma Food nasce oltre quarant’anni fa come magazzino di conferimento: i produttori di ciliegie, uva da tavola e carciofi affidavano alla nostra organizzazione i propri prodotti, che venivano poi rivenduti tal quali ai principali operatori commerciali del periodo. Questa attività è proseguita per molti anni, fino a quando, nei primi anni Duemila, con il passaggio della gestione alla seconda generazione, sono iniziate le prime spedizioni. La svolta è arrivata nel 2020. Da un confronto tra me, Luigino e Angelo è nata la volontà di trasformare la storica attività di famiglia in una nuova impresa ortofrutticola, capace di vendere e valorizzare direttamente le proprie produzioni presso la grande distribuzione organizzata. Abbiamo compreso che le nostre differenti attitudini e i nostri percorsi professionali potevano offrire contributi complementari al progetto. Angelo Di Palma segue l’amministrazione e la finanza, Luigino Di Palma è direttore dello stabilimento e responsabile degli acquisti, mentre io mi occupo della parte commerciale e della qualità.
La nuova generazione ha ereditato un settore che per molti anni è stato generoso, creando ricchezza per il territorio e alimentando l’idea che i sacrifici fossero sufficienti a garantire un risultato positivo a fine stagione. Oggi non è più così. Il primo principio che ci guida è il controllo: dobbiamo imparare dagli altri comparti e comprendere che costi e ricavi non possono essere gestiti “a sentimento”, ma richiedono una conoscenza precisa dei processi. Allo stesso tempo, dobbiamo creare valore attraverso la qualità e raccontare gli standard con cui produciamo, nel rispetto dell’ambiente, delle persone e dei principi etici. Sono gli stessi standard che ci vengono richiesti quando dobbiamo competere con Paesi produttori meno sensibili a questi temi.
Su quali superfici e varietà si basa oggi la vostra produzione?
La nostra organizzazione gestisce circa 60 ettari di uva da tavola, considerando sia le produzioni dirette sia quelle dei produttori associati. Tutti gli impianti si trovano nell’areale barese. Non inseguiamo un’espansione esasperata delle superfici. Il nostro obiettivo è costruire progetti commerciali capaci di guidare i produttori associati, valorizzandone al meglio il prodotto e tutelandoli, per quanto possibile, dalle oscillazioni più drastiche del mercato.
Le nostre produzioni sono prevalentemente apirene, ma custodiamo con particolare attenzione anche gli impianti delle varietà tradizionali, come l’uva Italia, ancora molto apprezzata dal mercato. In questa direzione rientra anche la partecipazione a progetti come l’IGP Uva di Puglia, attraverso cui evidenziare le caratteristiche strettamente legate al territorio.

Come traducete questi progetti commerciali nella gestione del vigneto?
L’ingresso nel nostro gruppo dà origine a un rapporto di confronto continuo. I tecnici della qualità e i tecnici di campo definiscono insieme ai produttori le linee tecniche necessarie per seguire progetti commerciali precisi. Confronto, trasparenza e affiatamento sono indispensabili tanto per raggiungere gli obiettivi condivisi, quanto per affrontare le difficoltà che possono presentarsi durante la stagione.
Dal campo ai mercati: che cosa chiede oggi la GDO europea?
La GDO europea predilige sicuramente le uve senza semi. Il fenomeno AutumnCrisp® ha in parte messo in ombra altre varietà, anche se dall’estero continua a esserci una domanda di uve con semi.
Per lavorare con le principali insegne europee siamo chiamati a rispettare standard qualitativi molto restrittivi, che accettiamo di buon grado. Allo stesso tempo, però, sarebbe necessario ricordare che produzioni sottoposte a determinati requisiti non possono essere confrontate esclusivamente sul prezzo con quelle provenienti da areali meno sensibili agli stessi principi. Parlare di welfare e di sostenibilità sociale è importante, ma significa anche sostenere costi rilevanti, che devono trovare un adeguato riconoscimento sul mercato.
La crescita delle seedless ridurrà definitivamente lo spazio delle uve con semi?
Non credo che assisteremo alla scomparsa definitiva delle uve con semi. Non possiamo però negare che il processo di trasformazione del comparto stia procedendo con decisione verso le varietà seedless. Le uve con semi, per esprimere al massimo le proprie caratteristiche qualitative, richiedono terreni meno sfruttati e un maggiore impiego di manodopera. Proprio la disponibilità e il costo del lavoro rappresentano oggi una delle criticità più importanti per la viticoltura da tavola.
Con l’aumento delle varietà tardive, come cambia il ruolo del post-raccolta?
Il post-raccolta è un tema particolarmente delicato, soprattutto considerando la quantità di ettari investiti negli ultimi anni con varietà tardive. Per rendere il prodotto competitivo dobbiamo riuscire a conservarlo nel migliore dei modi. Ci stiamo organizzando per rendere più efficiente la raccolta e aumentare i quantitativi lavorati prima che le condizioni climatiche autunnali rendano le operazioni più difficili. È inoltre fondamentale garantire continuità al processo di conservazione, anche nel passaggio dal prodotto grezzo a quello lavorato.
In questa direzione stiamo utilizzando SmartPac, una soluzione che ci consente di preservare la qualità dell’uva senza alterarne le caratteristiche organolettiche.

Oltre all’Europa, quali prospettive possono offrire i mercati d’oltremare?
Per la nostra realtà, al momento, l’oltremare non rappresenta un mercato centrale. Mi auguro però che questi sbocchi possano aumentare, perché permetterebbero di distribuire l’offerta su un numero maggiore di destinazioni, riducendone la concentrazione e contribuendo a tutelare i prezzi.
Esportiamo più prodotto, ma a prezzi inferiori. Come si può invertire questa tendenza?
È un obiettivo ambizioso, quasi un sogno. Il mercato internazionale dell’uva da tavola ha bisogno della produzione italiana per soddisfare la domanda, ma essere consapevoli di questo non basta. Servirebbe un’organizzazione, una vera cabina di regia, capace di governare l’offerta ed evitare meccanismi di concorrenza interna e svendita che finiscono per danneggiare l’intero comparto. I clienti esteri non sono “cattivi”: fanno bene il proprio lavoro e utilizzano a proprio vantaggio la frammentazione della nostra offerta. Dall’altra parte, però, servirebbe qualcuno in grado di ricordare con forza che produrre l’uva secondo gli standard richiesti comporta costi che non possono essere trascurati, se vogliamo garantire la sostenibilità economica del settore.
Insieme a numerose realtà della filiera, Di Palma Food sarà presente a LUV Fiera. Che cosa rappresenta per voi questa partecipazione?
Prima desidero ringraziare tutto lo staff di Fruit Communication per il lavoro svolto e per la capacità di creare sul territorio occasioni concrete di incontro tra le diverse componenti della filiera. Per Di Palma Food, partecipare a LUV Fiera significa poter presentare con maggiore chiarezza il percorso intrapreso, il nostro modo di lavorare e i principi che orientano le scelte aziendali. Il valore della manifestazione risiede però soprattutto nel confronto tra esperienze, visioni e criticità differenti. In un comparto segnato da difficoltà sempre più complesse, condividere prospettive e obiettivi significa superare la frammentazione e riconoscersi come parte di un sistema. È da qui che deve ripartire la filiera, da un principio semplice, ma decisivo: essere più uniti significa creare più valore per tutti.
Ilaria De Marinis
©uvadatavola.com