Uva da tavola, la Cina resta leader mondiale dell’export

A confermarlo i dati sul commercio internazionale 2025: 857mila tonnellate esportate, pari al 17% del totale mondiale, in un mercato che supera i 10,2 miliardi di dollari. Ma volume e valore vanno davvero insieme?

da Ilaria De Marinis

Non è soltanto un sorpasso in classifica. La leadership conquistata dalla Cina nell’export mondiale di uva da tavola segna un cambiamento negli equilibri costruiti nell’ultimo decennio e, soprattutto, mostra quanto la competizione internazionale stia assumendo forme diverse a seconda dei mercati, delle varietà e del valore che ciascun Paese riesce a generare.

Secondo l’Anuario 2026 del Mercado Internacional de Uva de Mesa di iQonsulting, nel 2025 le esportazioni mondiali hanno raggiunto il record di 5,11 milioni di tonnellate, per un valore complessivo di 10,205 miliardi di dollari. A guidare la graduatoria per volume è stata la Cina con 857mila tonnellate, pari al 17% degli scambi mondiali, davanti al Perù con 695mila tonnellate e al Cile con 560mila. Da soli, i primi tre Paesi concentrano quindi oltre il 40% dell’uva che attraversa ogni anno le frontiere internazionali. Dietro al primato cinese, però, c’è una trasformazione che parte da molto più lontano.

Da grande importatore a gigante dell’export

Fino a poco più di dieci anni fa la Cina era soprattutto il maggiore produttore mondiale, con un mercato interno capace di assorbire gran parte dell’offerta e un’importante domanda di prodotto proveniente da Cile, Perù, Australia e Sudafrica. Il punto di svolta arriva nel 2016, quando il Paese diventa per la prima volta esportatore netto.

Da allora le spedizioni sono cresciute quasi senza interruzioni. Secondo Agronometrics, nell’ultimo decennio l’export cinese ha registrato un tasso medio annuo di crescita del 12%, superiore anche al 10% del Perù. Nello stesso periodo si è verificato il movimento opposto sul fronte delle importazioni: dalle 250.483 tonnellate acquistate nel 2020 si è scesi a 106.152 nel 2025, una contrazione vicina al 58%. 

Alla base c’è prima di tutto la produzione. Per la campagna 2025/26 USDA stima un raccolto cinese di 15 milioni di tonnellate, il 6% in più rispetto all’annata precedente. Considerando che la produzione mondiale prevista è di circa 30 milioni di tonnellate, significa che una tonnellata di uva da tavola su due viene ormai prodotta in Cina. E la crescita non dipende più tanto dall’espansione delle superfici, quanto dall’aumento delle rese, favorito da strutture di protezione dalla pioggia, miglioramenti tecnici e disponibilità varietale in periodi sempre più ampi dell’anno.

È proprio questa disponibilità crescente ad aver modificato contemporaneamente i due lati della bilancia commerciale: meno necessità di acquistare uva all’estero e più prodotto da collocare oltre confine.

Più uva, ma a quale valore?

È qui che il primato cinese mostra il suo elemento forse più interessante. Perché la crescita dell’export non è stata accompagnata da un analogo rafforzamento del prezzo.

I dati Global Trade Data elaborati da Agronometrics indicano che il prezzo medio delle esportazioni cinesi è passato da 2,85 dollari al chilogrammo nel 2020 a 1,29 dollari nel 2025. In cinque anni la flessione è stata quindi di circa il 55%. Eppure il valore complessivo dell’export ha continuato a crescere: dopo i 757 milioni di dollari del 2021 ha raggiunto 1,035 miliardi nel 2025, circa il 37% in più. 

È un apparente paradosso che, in realtà, chiarisce bene il modello cinese: la crescita dei volumi è stata abbastanza forte da compensare la perdita di valore unitario.

Una dinamica che comincia però a produrre conseguenze anche all’interno del Paese. L’espansione molto rapida di alcune varietà ha alimentato situazioni di sovraofferta e, già all’inizio del 2026, in alcune aree produttive sono state segnalate pressioni rilevanti sui prezzi riconosciuti ai produttori. La fase successiva dell’espansione cinese potrebbe quindi giocarsi non più soltanto sulla capacità di esportare quantità crescenti, ma sulla possibilità di spostare una parte dell’offerta verso segmenti più remunerativi. 

In questo senso assume particolare importanza anche l’evoluzione varietale. Tra i prodotti che hanno sostenuto l’espansione sui mercati asiatici spicca la Shine Muscat, mentre l’intero comparto cinese sta progressivamente guardando a genetiche e standard qualitativi in grado di rafforzare il posizionamento commerciale. 

Il Sud-est asiatico è il vero mercato della Cina

Il primato cinese non significa, almeno per ora, una presenza uniforme su tutti i mercati mondiali. Il baricentro dell’export rimane nettamente asiatico.

Vietnam, Thailandia e Indonesia assorbono da soli quasi il 60% delle spedizioni cinesi. Nei principali mercati dell’area la quota detenuta dalla Cina supera generalmente il 70%, grazie anche a un vantaggio difficilmente replicabile dai concorrenti dell’emisfero australe: la vicinanza geografica.

Agronometrics quantifica ancora meglio questa posizione. Nel 2025 il Sud-est asiatico ha importato complessivamente 638mila tonnellate di uva, delle quali circa l’87% proveniva dalla Cina. Significa che oltre mezzo milione di tonnellate del fabbisogno regionale è stato coperto dall’offerta cinese.

Questo elemento ha conseguenze anche al di fuori dell’Asia. Più la Cina occupa gli sbocchi regionali, più diventa difficile per Perù, Cile e Sudafrica utilizzare il Sud-est asiatico come mercato di diversificazione, soprattutto quando il costo logistico rende complicato competere sul prezzo. Una parte crescente della pressione commerciale rischia così di concentrarsi sui grandi mercati occidentali.

export uva da tavola cina

Andamento dei volumi di uva da tavola esportati dalla Cina tra il 2015/16 e il 2024/25, con dettaglio dei principali Paesi di destinazione. Nel periodo considerato, le spedizioni complessive mostrano una netta crescita, particolarmente marcata nelle ultime campagne, sostenuta soprattutto dai mercati del Sud-est asiatico, tra cui Thailandia, Vietnam e Indonesia. Fonte: USDA via Agronometrics.

Il Perù segue un’altra strada

Il confronto con il Perù mostra quanto possano essere differenti i modelli che oggi guidano l’uva da tavola mondiale.

Le statistiche doganali peruviane elaborate da PROMPERÚ su dati SUNAT indicano per il 2025 esportazioni di uve fresche per circa 1,96 miliardi di dollari, in aumento di quasi il 14% sul 2024. I volumi sono cresciuti ancora più rapidamente, di oltre il 28%, raggiungendo circa 715mila tonnellate secondo la rilevazione nazionale. Il valore medio risultante è nell’ordine dei 2,7 dollari al chilogrammo, ben superiore a quello registrato dall’export cinese. Le diverse fonti statistiche utilizzano perimetri e criteri di contabilizzazione non perfettamente sovrapponibili, ma la distanza restituisce comunque con chiarezza il diverso posizionamento commerciale dei due Paesi. 

Cambia anche la geografia. Negli scambi peruviani gli Stati Uniti rappresentano oltre la metà del valore dell’export, seguiti da Paesi Bassi e Messico. È quindi un modello molto più esposto ai mercati nordamericano ed europeo, dove varietà, finestra di arrivo, condizione post-raccolta e programmi con la distribuzione assumono un peso determinante. 

Non a caso iQonsulting evidenzia come Perù, insieme a Spagna e Stati Uniti, si collochi tra gli operatori orientati verso fasce di maggiore valore, mentre altri Paesi puntano maggiormente sulla competitività dei volumi. 

E l’Italia? Meno scala, più valore

In questo scenario anche l’Italia conserva un peso tutt’altro che marginale. Nel 2025 il nostro Paese ha esportato circa 437mila tonnellate di uva da tavola, il 16% in più rispetto all’anno precedente, raggiungendo 973 milioni di euro di valore, +8,5%. Il valore medio si colloca quindi intorno ai 2,23 euro al chilogrammo. La produzione italiana è stata di circa 978mila tonnellate e il 44% del raccolto è stato destinato all’estero. 

Ma soprattutto l’Italia presenta una struttura geografica quasi opposta a quella cinese: oltre il 90% dell’export rimane in Europa, con Germania, Francia e Polonia tra i principali mercati. 

Il dato è insieme una forza e una vulnerabilità. Da una parte consente alle aziende italiane di lavorare su mercati vicini, consolidati e capaci di riconoscere il prodotto; dall’altra espone il comparto alla crescente sovrapposizione delle origini che caratterizza ormai il mercato europeo. 

Un mercato sempre più affollato

È proprio la sovrapposizione delle stagioni uno dei segnali più evidenti emersi nella campagna 2025/26. Gli Stati Uniti restano il principale importatore mondiale, con il 17% degli acquisti internazionali, seguiti da Germania con il 7%, Paesi Bassi con il 6% e Regno Unito con il 5%. 

Ma le finestre commerciali sono diventate meno nette. Come riporta Diario Fruticola, negli Stati Uniti la maggiore disponibilità peruviana e la sovrapposizione con prodotto statunitense e messicano hanno aumentato la pressione nella parte finale della stagione. In Europa, allo stesso modo, la contemporanea presenza di più origini ha generato episodi di sovraofferta e tensioni sui prezzi.

Il risultato è un mercato nel quale produrre di più non coincide necessariamente con creare più valore. Lo dimostra proprio la Cina: il Paese che oggi muove più uva di tutti è anche quello chiamato a compiere il passaggio più complesso, dalla conquista dei volumi alla valorizzazione dell’offerta.

Ed è probabilmente qui che si giocherà la prossima fase del commercio mondiale. Con oltre cinque milioni di tonnellate già in movimento ogni anno e calendari sempre più sovrapposti, la competizione non si misurerà soltanto sulla quantità disponibile, ma sulla capacità di collocare il grappolo giusto, nella finestra giusta e su un mercato disposto a riconoscerne il valore.

 

Ilaria De Marinis
©uvadatavola.com

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