Confezionamento uva: efficienza e bellezza

Dal poliuretano alle buste intelligenti, fino alla stampa flexografica di ultima generazione: la proposta di packaging ortofrutticolo targata Cartarredo

da Ilaria De Marinis

Nel panorama in rapida evoluzione del confezionamento ortofrutticolo, l’imballaggio non è più soltanto un contenitore. È un vettore di informazioni, un presidio di conservazione, una leva commerciale e – sempre più spesso – un indicatore di sostenibilità. L’esperienza di Cartarredo, azienda con sede a Polignano a Mare (BA) nata dalla visione imprenditoriale dei fratelli Centrone, offre uno spunto concreto per comprendere come ricerca, innovazione e attenzione ambientale possano ridefinire il ruolo del packaging nella filiera ortofrutticola. Dalla carta da parati agli imballaggi high-tech per l’ortofrutta, il loro percorso racconta come anche una PMI del Mezzogiorno possa diventare attore della transizione green e digitale nel settore del packaging.

Partiamo dalle origini e dallo sviluppo del vostro modello produttivo: come si è evoluto Cartarredo e quali sono oggi i segmenti in cui operate?

Cartarredo nasce da una storia familiare che affonda le radici in ambiti anche molto diversi rispetto a quello attuale. Il nome stesso richiama un’attività originaria nel campo della carta da parati. La vera svolta arriva quando mio fratello Domenico, osservando il tessuto agricolo e commerciale del territorio di Polignano, inizia a fornire materiali per l’ortofrutta. Io, che all’epoca vivevo tra Firenze e Siena dove studiavo architettura, ho progressivamente affiancato questa attività fino a trasferirmi stabilmente in Puglia.

Il nostro primo ingresso strutturato nel settore ortofrutticolo avviene con il poliuretano espanso, materiale utilizzato per proteggere i grappoli d’uva. Da lì è partita una progressiva evoluzione che ci ha portato a lavorare con diversi materiali plastici (come PET e REPET), con un passaggio chiave alla stampa flexografica. Abbiamo investito in una macchina tedesca Windmöller ibrida acqua/solvente, capace di stampare su un’ampia gamma di supporti, dalla carta ai film cellulosici, fino ai materiali plastici.

Oggi i nostri segmenti principali sono: la stampa flessografica per etichette, top film e imballi per IV gamma; il poliuretano espanso per l’imballaggio dell’uva da tavola; e la fornitura di contenitori in plastica e carta. In parallelo, sviluppiamo internamente linee di prodotto a elevato contenuto tecnologico e sostenibile, come la linea Nidotec.

Nel vostro percorso aziendale, il tema della sostenibilità sembra essere diventato centrale. In che modo affrontate oggi le sfide ambientali del confezionamento ortofrutticolo?

La sostenibilità è ormai un prerequisito tecnico e normativo, oltre che un elemento competitivo. Abbiamo avviato collaborazioni con università italiane e straniere e con grandi player del settore chimico come BASF e Bayer, per sviluppare materiali innovativi che combinino resistenza meccanica e riduzione degli spessori. È il caso, ad esempio, dei nostri film flessibili, che riescono a garantire prestazioni comparabili – o superiori – a parità di spessore, con una riduzione del peso anche del 30-50%.

Siamo particolarmente attenti alla riciclabilità: molti nostri competitor ricorrono a materiali accoppiati multistrato con codici di smaltimento 07 (non riciclabili), mentre noi abbiamo scelto di lavorare su strutture monomateriale – ad esempio tutto polipropilene o tutto polietilene – che restano compatibili con le attuali filiere di recupero.

Uno dei nostri fiori all’occhiello è la busta Nidotec, una linea registrata che sfrutta additivi alimentari privi di metabisolfito, capaci di aumentare la shelf-life dei prodotti ortofrutticoli fino al 40%. Questo prodotto trova largo impiego anche nelle insalate di IV gamma, dove la gestione del rilascio d’acqua è cruciale. In più, la foratura personalizzata in funzione del tasso respiratorio dei prodotti – climaterici o meno – ci consente di adattare le buste a ogni specifica esigenza fisiologica.

staff cartarredo confezionamento

Il team di Cartarredo al Fruit Logistica di Berlino

Oltre alla funzione protettiva e conservativa, oggi il packaging è anche un mezzo di comunicazione. Come affrontate l’aspetto estetico e informativo dell’imballaggio?

Negli ultimi anni abbiamo strutturato un reparto grafico interno per curare non solo la qualità visiva, ma anche la leggibilità e la funzione “narrativa” del packaging. L’imballaggio è sempre più un’estensione dell’identità del prodotto: non racconta solo il contenuto, ma lo rappresenta. Lavoriamo sull’ergonomia visiva, sull’attrattività a scaffale, sulla coerenza tra forma, funzione e target commerciale.

Ma guardiamo anche oltre. In collaborazione con alcuni brand di elettrodomestici – cito Samsung – stiamo studiando sistemi di interazione tra packaging e frigorifero, attraverso RFID e NFC. L’obiettivo è rendere l’imballaggio un’interfaccia, in grado di comunicare cosa contiene, quanto ne resta, quando scade. Sembra fantascienza, ma è una direzione già tracciata.

Restando con lo sguardo proiettato in avanti, come vedete allora il futuro del packaging ortofrutticolo, considerando anche i cambiamenti climatici e le nuove esigenze di consumo?

Il futuro è già iniziato. Le famiglie non comprano più cassette intere di prodotto, ma porzioni calibrate. Aumenterà il vending, la distribuzione automatica di ortofrutta confezionata, e aumenterà la necessità di confezionare in ambienti chiusi, controllati, con un occhio sempre più attento alla shelf-life, alla tracciabilità e alla comunicazione.

Parallelamente, i cambiamenti climatici stanno già modificando in profondità le dinamiche produttive e logistiche. Non si tratta più di scenari futuri, ma di una realtà che ha già preso forma. In Austria, ad esempio, esistono vertical farm da 8.000 m² che producono insalate con standard paragonabili alla piena terra, ma in ambienti completamente controllati: con nutrizione mirata, tracciabilità integrata, ripetibilità produttiva. È in questi contesti che il packaging deve ripensarsi sin dal momento della semina, come parte di un sistema agronomico e distributivo integrato.

Del resto, il packaging è sempre stato parte integrante dell’evoluzione dell’uomo, rappresentando non solo una soluzione tecnica, ma anche un simbolo culturale. Oggi deve tornare a essere tutto questo: bellezza, cultura, progetto. In questo senso, anche la sostenibilità non si esaurisce nella riduzione dei consumi, ma passa anche attraverso la dimensione percettiva e valoriale dell’imballaggio. Comunicare attraverso la forma, i materiali, il design significa costruire un racconto che non si limiti a informare, ma sappia anche ispirare.

Per questo, credo che da qui in avanti il packaging costituirà uno dei principali vettori attraverso cui l’Italia potrà continuare a esprimere la propria creatività. Non come potenza industriale, ma come laboratorio di idee, bellezza e soluzioni intelligenti.

 

Ilaria De Marinis
©uvadatavola.com

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