Uva in Uzbekistan: cresce spinta all’export

Con una produzione che sfiora i 2 milioni di tonnellate annue, l’uva da tavola è tra le colture più rappresentative del Paese asiatico, oggi impegnato a diversificare i propri mercati di sbocco

da Ilaria De Marinis
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Quando si pensa all’Uzbekistan, vengono in mente i colori vivaci dei bazar, l’aroma intenso delle spezie e i tessuti ricamati che raccontano una storia antica. È un Paese che affascina per il suo passato millenario, ma accanto a questo immaginario suggestivo, esiste una realtà agricola solida e vitale, meno nota ma tutt’altro che marginale. Tra le colture storicamente più diffuse, la vite occupa un ruolo centrale. La sua presenza è documentata fin dall’epoca di Alessandro Magno e ha accompagnato per secoli l’evoluzione del paesaggio rurale uzbeko. In particolare, l’uva da tavola ha assunto un’importanza crescente, diventando oggi uno dei comparti strategici dell’ortofrutta nazionale, sia per il mercato interno che per l’export.
Secondo i dati più recenti dell’Agenzia Statistica Statale, l’Uzbekistan produce in media quasi 2 milioni di tonnellate di uva da tavola all’anno, un volume che colloca il Paese tra i principali produttori mondiali. Una parte consistente di questa produzione è destinata all’export, che rappresenta una voce sempre più rilevante. Tra gennaio e novembre 2024, secondo le elaborazioni di EastFruit (piattaforma internazionale leader di informazione e analisi per il settore ortofrutticolo nell’Europa orientale, nell’Asia centrale e nel Caucaso), le esportazioni di uva da tavola hanno superato le 200mila tonnellate, generando un valore complessivo superiore a 170 milioni di dollari. L’uva da tavola si conferma così il primo prodotto ortofrutticolo esportato dal Paese, con un contributo significativo alla bilancia commerciale agricola.

Naturalmente, non mancano le criticità. Il comparto si confronta con gli effetti dell’imprevedibilità climatica, la gestione sempre più complessa delle risorse idriche e una meccanizzazione ancora in fase di sviluppo. Tuttavia, si registrano segnali positivi: investimenti in nuove varietà, miglioramento delle pratiche colturali, e attenzione crescente alla qualità post-raccolta. Un comparto in espansione, dunque, che – come nel caso di pomacee e drupacee – sta sostituendo le tradizionali aree del Paese dedicate alla coltivazione del cotone. Tuttavia, si tratta di scenari ancora in fase di consolidamento, che si muovono tra grandi potenzialità e sfide strutturali da affrontare.
A offrire una visione chiara e approfondita di questo scenario è Oscar Salgado, agronomo cileno di fama internazionale e technical advisor di Proteku Europa. Grazie alla sua esperienza diretta del territorio e alla visione maturata in contesti produttivi globali, è stato possibile delineare un quadro tecnico aggiornato e concreto di una realtà produttiva che – forse più di quanto si immagini – merita un posto nella mappa globale dei principali Paesi produttori di uva da tavola. 

Parliamo del comparto dell’uva in Uzbekistan: qual è la superficie dedicata? E quali sono le regioni in cui si concentra maggiormente?

Stabilire con esattezza l’estensione della superficie coltivata a uva da tavola in Uzbekistan non è semplice, principalmente a causa della frammentazione delle fonti ufficiali. Tuttavia, secondo le stime più attendibili, la superficie dedicata alla viticoltura da tavola si colloca attorno agli 80mila ettari, un dato che riflette l’importanza strutturale di questa coltura all’interno del settore ortofrutticolo nazionale.

La produzione è distribuita in modo disomogeneo tra le regioni, rispecchiando differenze ambientali e infrastrutturali. Tra tutte, la regione di Samarcanda (Via della Seta) – situata nella parte centro-meridionale del Paese – si conferma la prima per volumi produttivi, con oltre 639mila tonnellate annue, grazie a condizioni pedoclimatiche favorevoli e a pratiche agronomiche ormai consolidate. Ad est, nel bacino di Fergana, le regioni di Fergana e Namangan, al confine con il Kirghizistan, rappresentano altri due importanti poli produttivi, con rispettivamente 179mila e 151mila tonnellate annue. Questi territori sono infatti caratterizzati da un’elevata densità agricola, beneficiano di terreni fertili e di una buona disponibilità di manodopera.
Anche le regioni di Bukhara e Kashkadarya – a sud-ovest dell’Uzbekistan – contribuiscono in maniera significativa al bilancio nazionale, mentre aree come Tashkent, Andijan, Navoi e Surkhandarya si collocano su livelli intermedi di produzione, compresi mediamente tra le 70mila e le 110mila tonnellate di produzione annua. Al contrario, zone come la Repubblica autonoma del Karakalpakstan, nel nord-ovest desertico del Paese, e Syrdarya, nella parte centro-settentrionale, mostrano volumi molto più contenuti, che si aggirano rispettivamente intorno alle 11mila e 14mila tonnellate, soprattutto a causa di condizioni climatiche meno favorevoli e di una minore specializzazione viticola.
In questo scenario, si delinea con chiarezza una forte specializzazione territoriale: da un lato le aree a vocazione intensiva e orientate all’export, come Samarcanda e il bacino di Fergana; dall’altro, regioni marginali con produzioni residuali. È nelle prime che si concentrano oggi le principali opportunità di sviluppo del comparto dell’uva in Uzbekistan, purché accompagnate da investimenti mirati in innovazione varietale, meccanizzazione e miglioramento del post-raccolta. Sono questi gli ambiti su cui si gioca la competitività futura dell’uva da tavola uzbeka, e non solo, nei mercati internazionali.

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Mercato all’ingrosso su strada gestito dagli agricoltori nel distretto di Altyaryk e carico di camion per la Russia

Quali sono le principali varietà di uva da tavola coltivate nel territorio uzbeko?

Tra le numerose varietà di uva da tavola coltivate in Uzbekistan, ce n’è una che, più di tutte, rappresenta l’identità produttiva del Paese: la Kish Mish, una varietà di uva bianca senza semi. Considerata la regina delle varietà di uva da tavola dell’Uzbekistan, è apprezzata tanto per il consumo fresco quanto per la produzione di uva passa (un segmento ancora molto diffuso nel Paese). La grande diffusione di questa varietà apirena viene attribuita sia alle sue ottime caratteristiche organolettiche – polpa croccante, sapore equilibrato e buccia molto sottile – sia alla straordinaria adattabilità agronomica. Tra le caratteristiche più importanti della varietà, infatti, spicca la sua naturale tolleranza alle principali patologie fungine (peronospora e oidio) che la rende particolarmente adatta ai sistemi colturali a basso input. Non a caso viene spesso coltivata secondo i principi dell’agricoltura biologica. Dal punto di vista fenologico, questa cultivar si colloca tra le varietà medio-tardive, con una maturazione che generalmente viene raggiunta tra fine agosto e inizio settembre.

Accanto alla Kish Mish, ci sono alcune varietà tradizionali dell’Uzbekistan che negli ultimi anni stanno riscontrando un rinnovato interesse commerciale. Tra queste spicca Lady’s Finger (nota localmente anche come Kelin Barmok o Husayne bianca), una cultivar medio-precoce caratterizzata da acini particolarmente allungati e buccia sottile. La combinazione tra ottime caratteristiche organolettiche, come l’elevato grado zuccherino e buona tenuta nel post-raccolta ne fa una candidata ideale per il consumo fresco.
Molto simile è la Khusayni, una varietà a bacca bianca con acini leggermente più grandi e una maturazione più precoce rispetto a Lady’s Finger. Il gusto intenso dei suoi acini e la buona tolleranza a stress biotici e abiotici, rendono questa varietà particolarmente adatta anche a contesti produttivi meno all’avanguardia da un punto di vista agronomico.
Nonostante la rinomata tendenza del Paese alla coltivazione di varietà tradizionali, negli ultimi anni sono stati avviati diversi progetti sperimentali per ampliare il portafoglio varietale uzbeko, con l’obiettivo di introdurre cultivar apirene internazionali come Venus, Vanessa, Romulus e Lakemont. Propagate in vitro e testate in ambiente sperimentale, queste varietà sono state scelte per precocità, buona tolleranza alle malattie e resistenza nella fase post-raccolta, con l’obiettivo di verificare la loro compatibilità con le condizioni ambientali locali e con i requisiti dei mercati esteri.

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Grappoli di Janjal Kara (varietà autoctona uzbeka), Kish Mish e Mercedes (cultivar originariamente
coltivata in Tagikistan, sempre più popolare In Uzbekistan)

Qual è la finestra di raccolta per l’uva in Uzbekistan? E quali mercati raggiunge?

La stagione di raccolta e commercializzazione dell’uva da tavola in Uzbekistan si estende per una finestra di oltre 9 mesi, da inizio giugno alla fine di marzo dell’anno successivo: un arco temporale abbastanza ampio, garantito dalle condizioni climatiche molto eterogenee presenti nei diversi distretti produttivi del Paese, oltre che dalla disponibilità di numerose cultivar che presentano periodi di maturazione e raccolta differenti. La presenza di un ampio calendario di raccolta è un aspetto che consente di garantire al mercato uzbeko continuità di offerta sia sul fronte interno, sia per le esportazioni verso gli altri Paesi. È proprio questa continuità di fornitura, insieme all’elevata disponibilità di prodotto e a costi di produzione competitivi, a sostenere il ruolo dell’Uzbekistan nei mercati internazionali. Nel 2024, infatti, secondo i dati ufficiali dell’Agenzia Statistica del Paese, le esportazioni di uva da tavola uzbeka hanno superato le 200mila tonnellate, raddoppiando addirittura i volumi dell’anno precedente – particolarmente penalizzati dai danni causati dal gelo – e totalizzando un valore di 186,2 milioni di dollari. Un risultato che ha confermato l’uva da tavola come il principale prodotto ortofrutticolo esportato dal Paese.

Tra le principali destinazioni dell’uva uzbeka spicca la Russia, con 175mila tonnellate importate nel 2024, seguita dal Kazakistan con un volume di circa 21mila tonnellate e dal Kirghizistan che importa dall’Uzbekistan poco più di 15mila tonnellate di uva da tavola. Mercati secondari come Bielorussia, Ucraina e Azerbaigian completano il quadro di una filiera che si muove ancora prevalentemente nei mercati limitrofi dell’area euroasiatica. Un dato interessante è che la quota combinata di Russia, Kazakistan, Kirghizistan e Bielorussia rappresenta il 99,6% delle esportazioni totali di uva da tavola fresca: un livello di concentrazione che, se da un lato ha garantito fino ad ora una certa stabilità commerciale alle esportazioni uzbeke, dall’altro espone il comparto a dei rischi rilevanti. In risposta a tale fragilità, il Paese ha avviato da qualche anno un processo di diversificazione commerciale, con l’obiettivo di ridurre la dipendenza da pochi mercati e consolidare la propria presenza a livello internazionale. L’apertura verso nuovi sbocchi, sia all’interno dell’Asia che oltre tali confini, rappresenta oggi una delle direttrici strategiche più importanti per il comparto. Una strada questa che necessita di innovazione tecnologica – oggi ancora carente – per essere percorsa con successo. Basti pensare al fatto che per esportare l’uva da tavola dall’Uzbekistan vengono utilizzate tecniche abbastanza datate, come l’utilizzo di generatori di SO₂ in abbinamento alla gassificazione delle camere con zolfo elementare, una pratica che avveniva in alcuni Paesi tra la fine degli anni ’50 e l’inizio degli anni ’60.

In definitiva, quali possono essere gli scenari futuri?

Dopo aver consolidato la propria posizione nei mercati limitrofi, il comparto viticolo uzbeko guarda ora oltre i confini geografici e commerciali. Sospinto dalla necessità di diversificare gli sbocchi e posizionarsi in segmenti più remunerativi, l’Uzbekistan è oggi impegnato nella costruzione di nuovi equilibri commerciali. Un primo segnale in questa direzione è arrivato di recente con l’avvio sperimentale delle esportazioni verso gli Stati Uniti: un mercato complesso e selettivo, che però – stando a quanto riportato dagli analisti di EastFruit – ha riconosciuto la conformità dell’uva uzbeka agli standard fitosanitari americani, raggiungendo gli scaffali dei supermercati NetCost – specializzati in prodotti per comunità etniche – e aprendo la strada a ulteriori esportazioni. Sulla scia di questo successo, il Paese prevede ora una fornitura regolare di 3-4 tonnellate di uva da tavola a settimana verso gli Stati Uniti attraverso esportazioni via aereo, considerato che l’Uzbekistan è privo di accesso diretto al mare. Un passo strategico che, seppur ancora su scala ridotta, testimonia la volontà di aprirsi a mercati nuovi e altamente competitivi.

Dopo aver consolidato la propria posizione nei mercati limitrofi, il comparto dell’uva in Uzbekistan guarda ora oltre i confini geografici e commerciali. Sospinto dalla necessità di diversificare gli sbocchi e posizionarsi in segmenti più remunerativi, il Paese è oggi impegnato nella costruzione di nuovi equilibri commerciali. Un primo segnale in questa direzione è arrivato di recente con l’avvio sperimentale delle esportazioni verso gli Stati Uniti: un mercato complesso e selettivo, che però – stando a quanto riportato dagli analisti di EastFruit – ha riconosciuto la conformità dell’uva uzbeka agli standard fitosanitari americani, permettendone l’arrivo sugli scaffali dei supermercati NetCost, specializzati in prodotti per comunità etniche. Un passo iniziale che apre la strada a nuove opportunità commerciali. Sulla scia di questo risultato, il Paese punta ora a una fornitura regolare di 3-4 tonnellate di uva da tavola a settimana, esportate via aereo, data l’assenza di accesso diretto al mare. Un passo strategico che, seppur ancora su scala ridotta, testimonia la volontà di aprirsi a mercati nuovi e altamente competitivi.

L’Uzbekistan è pronto a competere con i grandi esportatori internazionali?

In parallelo all’espansione commerciale, il quadro normativo uzbeko si è rafforzato negli ultimi anni anche grazie all’adesione del Paese all’UPOV, formalizzata nel 2005. Ciò ha portato all’adozione di un sistema conforme agli standard internazionali per la protezione delle nuove varietà vegetali, che consente agli sviluppatori varietali di ottenere diritti esclusivi sulle nuove cultivar, inclusa l’uva da tavola. In questo contesto normativo favorevole, si aprono le porte all’ingresso di programmi genetici stranieri, come già avvenuto in altri Paesi emergenti: prima in Egitto, poi in Marocco, India e, più recentemente, in Turchia. Si tratta di un’evoluzione che potrebbe incidere profondamente sul panorama varietale locale, favorendo l’introduzione di cultivar internazionali molto competitive.

Questa prospettiva chiama in causa anche l’Europa meridionale. Paesi come l’Italia e la Spagna, per mantenere la propria competitività, dovranno intervenire in modo deciso sulla gestione del post-raccolta, con l’obiettivo di ridurre drasticamente le perdite – oggi stimate tra il 10% e il 20% – portandole al di sotto del 2-3%. L’esperienza egiziana rappresenta un precedente eloquente: negli anni ’90 nessuno avrebbe previsto il suo successo come esportatore di uva. Eppure, l’Egitto è riuscito a guadagnare una posizione di rilievo nel mercato britannico, sottraendo al Messico il ruolo di fornitore precoce e alla California la finestra di mezza stagione. Oggi, anche la regione spagnola di Murcia si trova a competere direttamente con l’Egitto, sia per l’uva precoce – come Sugraone – sia per varietà bianche senza semi come Sweet GlobeTM e Autumn Crisp®, da fine luglio a metà agosto.

Guardando al futuro, l’Uzbekistan presenta diversi elementi favorevoli: un calendario produttivo esteso, una crescente apertura verso mercati globali più remunerativi e una tradizione viticola in fase di consolidamento. Il vero nodo resta la capacità di trasformare questi punti di forza in un modello competitivo stabile, che garantisca qualità costante, continuità di fornitura e visibilità internazionale. Solo in questo modo il Paese potrà consolidare la propria posizione tra i grandi esportatori e affermarsi come nuovo protagonista del mercato globale dell’uva da tavola.

 

Donato Liberto
©uvadatavola.com

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