Uva dall’Africa: blitz Coldiretti nel porto di Salerno

Gli attivisti chiedono un freno al falso made in Italy, maggiori garanzie, obblighi chiari e trasparenza

da Federica Del Vecchio
uva dall'africa blitz

Una bandiera gialla in una mano, uno striscione nell’altra con scritto “No fake in Italy”: così si è presentata Coldiretti lo scorso 27 maggio al porto di Salerno, uno dei principali hub logistici del Sud per l’agroalimentare. Il blitz è nato come azione simbolica, ma dal messaggio inequivocabile: denunciare l’arrivo massiccio di ortaggi, verdura e uva dall’Africa – Egitto, Marocco, Sudafrica – pronta a entrare nei circuiti commerciali italiani sotto mentite spoglie.
Coldiretti ha allestito un presidio con produttori, cartelli, cassette e prodotti esposti, per mostrare ai passanti e alla stampa cosa succede davvero dietro le quinte del “Made in Italy”. Il cuore della protesta? Smascherare un sistema che permette a prodotti coltivati a migliaia di chilometri di distanza di essere rietichettati, reimpacchettati, e venduti come italiani o comunque lasciati nell’ambiguità sufficiente a ingannare il consumatore.

Uva dall’Africa: dove sta il problema

Il primo punto critico è normativo: nei Paesi da cui importiamo non valgono le stesse regole europee, men che meno italiane. I produttori locali devono rispettare severi standard su fitofarmaci, residui chimici, rispetto ambientale, diritti dei lavoratori. Altri paesi no. Il risultato? Uva da tavola che costa meno, perché prodotta in condizioni che qui non sarebbero legali.

Si pensi ai prodotti fitosanitari vietati in UE da anni per rischio sulla salute umana e sull’ambiente, ma che nei paesi terzi – Egitto o Marocco su tutti – sono ancora lo standard.

Coldiretti insiste su un punto spesso ignorato: l’etichetta. O meglio, la sua opacità. In molti casi, il consumatore italiano non è informato sul reale paese d’origine del prodotto che acquista. “Confezionato in Italia”, infatti, non significa “coltivato in Italia”. E in assenza di obblighi chiari e controlli puntuali, il confine tra trasparenza e furbizia si fa sottile.

E seppur legalmente non vi sono intoppi, di certo la situazione non è leale verso chi produce in Italia sottostando a norme molto più rigide.

uva dall'africa

Uva dall’Africa: il paradosso dei numeri

A riguardo, secondo Coldiretti, nel 2024 l’Italia ha importato 3,5 milioni di chili di uva africana, con un aumento del +28% in un anno. E parliamo solo di uva. Le importazioni complessive di ortofrutta superano i 5 miliardi di chili, a fronte di un export di “appena” 3,9 miliardi. Sempre secondo la confederazione, nel 2024, dal continente africano sono arrivati quasi 420 milioni di chili di frutta e verdura, di cui oltre la metà provenienti dall’Egitto. Insomma, siamo diventati più bravi a comprare che a vendere. Ma soprattutto a vendere un prodotto italiano che italiano non è.

Non è solo una disputa tra coltivatori. C’è una domanda scomoda su cui il blitz di Salerno accende un faro: che valore ha oggi il “Made in Italy” agroalimentare? È ancora garanzia di qualità, tracciabilità, sostenibilità? O è diventato un brand vulnerabile, utilizzabile da chiunque riesca a inserirsi nel sistema?

E poi, la domanda delle domande: ha senso parlare di mercato unico se le regole non sono uguali per tutti? Perché un produttore italiano deve subire ispezioni mensili, compilare registri di trattamenti, aderire a disciplinari ambientali sempre più stringenti, mentre l’uva egiziana può entrare in Italia senza dover dimostrare lo stesso rigore?

Il concetto di reciprocità, sventolato da Coldiretti, non è solo un principio etico: è una questione di sopravvivenza economica. O accettiamo che la competizione sia leale – e quindi regolata – oppure continueremo a spingere fuori dal mercato migliaia di aziende agricole che fanno della qualità il loro unico vantaggio competitivo.

Cosa potrebbe succedere ora

Il blitz di Coldiretti ha fatto rumore, ma rimane la necessità di scelte politiche mirate e soprattutto di una strategia europea per evitare che l’agricoltura diventi l’agnello sacrificale della globalizzazione.

Perché non è protezionismo chiedere che le stesse regole valgano per tutti. È buonsenso. E forse anche l’unico modo per salvare l’uva e l’agricoltura made in Italy.

 

Ilaria De Marinis
©uvadatavola.com

 

Articoli Correlati