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La stagione delle uve precoci in Puglia sta volgendo al termine. Stando ai primi bilanci, l’annata – che almeno nella fase iniziale ha garantito prezzi in campo interessanti e volumi superiori al 2024 – lascia ora emergere una verità più dura: troppa produzione, poca qualità, margini sempre più ridotti e un comparto che naviga senza rotta.
Gli acini dorati e croccanti delle varietà precoci che hanno aperto la stagione con quotazioni soddisfacenti lasciano ora i produttori alle prese con vigneti carichi, un’offerta varietale che non segue logica e una concorrenza internazionale che riduce l’uva pugliese a una comparsa nella partita globale. “I livelli di volumi sono sicuramente superiori rispetto a quelli dell’anno scorso”, spiega infatti Filippo Dipinto, titolare dell’Azienda Agricola Soami Grape di Noicattaro (BA) e referente del Movimento Nazionale per l’agricoltura. Ma dietro questa apparente ricchezza si cela un paradosso: più grappoli, meno qualità. “Le varietà precoci si prestano a un’ottima qualità quando restano entro certi limiti produttivi; quest’anno purtroppo si è spinto oltre, e la qualità ne ha risentito”.
Paradossalmente, a peggiorare le cose, anche il clima favorevole che ha accelerato i tempi di maturazione e garantito una produzione abbondante. E così – dopo un inizio soddisfacente – ci si ritrova ora a fare i conti con troppa uva tutta insieme con una sovrapposizione che ha generato un effetto valanga: prezzi crollati, richiesta in calo e mercati saturi. “Ci troviamo con tante produzioni accavallate una dietro l’altra e quindi la richiesta è inferiore”. Il risultato è una spirale discendente che mette in crisi non solo i produttori, ma l’intera filiera commerciale.
Stagione uva 2025: competere con mezzo braccio
Il riferimento non è solo alla produzione interna, ma anche alla concorrenza internazionale. Qui il confronto diventa impari. ”Ogni anno è come fare a botte – osserva Dipinto – solo che i nostri competitor lo fanno con due braccia, noi con mezzo”. L’immagine è amara, ma fotografa bene la realtà: in questa fase, infatti, la Puglia deve misurarsi con Paesi come Spagna e Grecia, oltre che con produttori extraeuropei, capaci di portare sul mercato uva a costi di produzione decisamente più bassi.
La grande distribuzione organizzata, dal canto suo, non fa sconti: acquista da chi garantisce il prezzo più basso, senza badare a come si produce. E questo effetto a cascata si riversa sul campo: i commercianti offrono cifre sempre più risicate, mentre i produttori continuano a sostenere spese alte e incomprimibili. “Un operaio all’imprenditore costa 88 euro al giorno tra paga e contributi. Allora come possiamo vendere l’uva a 60-70 centesimi?”.
Il calcolo è semplice e spietato: un ettaro produce in media 300-350 quintali. Venduti a 0,80 euro al chilo, generano circa 25 mila euro. Ma tra i costi di ammortamento dei teli, acqua e manodopera, il margine si azzera. Se va bene, il bilancio chiude in pareggio; più spesso resta in perdita. “Non è una lotta ad armi pari” – ribadisce Dipinto. E finché il parametro resterà il prezzo più basso, l’uva pugliese sarà destinata a perdere terreno in un mercato globale che non perdona.
Una filiera senza guida
Non è questione di dettagli tecnici, ma di visione. In Puglia manca una regia capace di guidare l’intero comparto dell’uva da tavola. Dipinto lo dice senza mezzi termini: “Non abbiamo una guida, non c’è pianificazione. È tutto all’arrembaggio”. Nonostante i fascicoli aziendali raccolgano dati preziosi su superfici, varietà e produzioni, nessuno li usa per tracciare un quadro realistico. Così ogni agricoltore si muove a vista, spinto dalle mode o dalle pressioni commerciali, piantando nuove viti senza sapere se il mercato le reggerà. È un individualismo forzato che si traduce in caos collettivo: troppe uve nello stesso periodo, nessuna strategia di differenziazione, margini che evaporano.

Stagione uva 2025 tra crisi di manodopera e costi energetici
Alla disorganizzazione strutturale si aggiungono due elementi che nessuna azienda può aggirare. Da un lato la manodopera, sempre più rara e sempre più cara: “Non è che non vogliamo pagare – precisa Dipinto – siamo arrivati a retribuire 10 euro l’ora. Ma se vendo l’uva a 60 centesimi, l’operaio non lo posso più pagare”. Dall’altro i costi energetici legati all’acqua, indispensabile per produrre: “Fortunatamente ancora molti di noi si avvalgono di pozzi artesiani, ma i costi sono elevati. Abbiamo chiesto un aiuto, ma ancora non abbiamo ottenuto tariffe agevolate”.
Il grido d’allarme
L’agricoltura pugliese appare così come un comparto lasciato a se stesso, intrappolato tra la concorrenza spietata di chi produce a costi inferiori, l’incapacità di fare sistema e una politica che considera i campi un tema marginale. “In Italia quando si va a parlare in Europa non si parla quasi mai di agricoltura. Ormai siamo un Paese di turismo e industria. Ma per alcune regioni come la Puglia l’agricoltura è vitale: senza siamo persi”.
E la denuncia si fa più dura quando lo sguardo si sposta sulle persone, non solo sui conti. “È inconcepibile che, dopo 40 anni di campagna, un agricoltore debba percepire 700 euro di pensione. E infatti a 75 anni lo ritrovi ancora nei filari, piegato a tagliare l’uva, perché non riesce a campare. È una vergogna”.
Stagione uva in Puglia: abbondando anche le sfide
La stagione delle precoci ha dimostrato ancora una volta che l’abbondanza, se priva di qualità e di un disegno strategico, diventa un vicolo cieco. In un contesto in cui i costi crescono, la manodopera scarseggia e la concorrenza estera corre veloce, il problema non è produrre di più, ma produrre meglio e insieme. Senza una regia che trasformi i dati in programmazione e gli agricoltori in una filiera compatta, l’uva pugliese continuerà a pesare poco sui mercati globali. E ogni nuova stagione, invece di aprire prospettive, rischierà di chiudere ulteriori strade.
Ilaria De Marinis
©uvadatavola.com