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Mercato uva da tavola in attesa? Così sembrerebbe, stando a quanto lascia intravedere l’andamento della stagione in corso. Una stagione – quella 2025 – dai due volti: da un lato una produzione abbondante, sana e di qualità medio-alta; dall’altro un mercato che, almeno fino a questo momento, non riesce a decollare. Settembre, mese tradizionalmente vivace per le esportazioni, quest’anno si è trasformato in un periodo di stallo, con i consumi che procedono a rilento, le quotazioni sotto pressione e i magazzini colmi di prodotto. Tutti guardano con speranza alla prima decade di ottobre, quando si attende lo sblocco delle contrattazioni e un ritmo più sostenuto degli scambi.
A fornire una quadro dettagliato è Michelangelo Stolfa, produttore di uva da tavola ma anche consulente tecnico e consigliere della CUT, che da anni osserva dall’interno i meccanismi, le fragilità e le potenzialità di una filiera che non riesce ancora a fare sistema. E che quest’anno è passata dall’entusiasmo iniziale, con esportatori pronti a pagare cifre elevate per accaparrarsi le primizie, a una realtà segnata da un’offerta straripante e una domanda che non tiene il passo. Con il risultato di un mercato sospeso, in cui la grande distribuzione sfrutta la situazione per spingere al ribasso e i produttori rischiano di vedere ridimensionate le attese. Ma soprattutto con il timore che l’annata 2025 sia soltanto un’anticipazione di scenari ben più complessi. “Se non si costruisce un percorso comune – chiarisce in prima battuta – rischiamo di pagare conseguenze ancora più dure nel 2026 e nel 2027”.
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Mercato uva da tavola 2025: l’eccesso di offerta blocca il ritmo
“All’inizio della campagna – spiega – gli esportatori, pur di accaparrarsi le primizie, hanno garantito prezzi molto alti in campo. Poi, quando la vendita è partita, si sono resi conto che le quotazioni di mercato erano sostanzialmente in linea con quelle del 2024”. A quel punto è scattato un effetto domino: gli agricoltori, sull’onda dell’entusiasmo dello scorso anno, hanno chiesto qualcosa in più; gli esportatori, a loro volta, hanno ritoccato le offerte verso l’alto, ma senza trovare grande riscontro sui mercati esteri.
La situazione si è aggravata con l’arrivo dei volumi: “Quest’anno abbiamo un 30-40% di produzione in più rispetto al 2024. Di fronte a questo surplus, gli esportatori hanno cominciato ad abbassare le quotazioni. La grande distribuzione, naturalmente, non è rimasta a guardare e anche lei, a sua volta, ha giocato al ribasso”.
Il paradosso è che, pur in un’annata caratterizzata da qualità medio-alta come quella in corso, i consumi si sono rivelati lenti. “L’uva è un prodotto deperibile – osserva Stolfa – e questo vale ancora di più per le apirene, che costringono gli esportatori a vendere più in fretta, abbassando i prezzi”.

Tra promozioni e varietà di mezza stagione
Nelle ultime settimane si intravedono piccoli segnali di ripresa: “Alcune catene hanno avviato promozioni a prezzi inferiori alle attese, ma non troppo bassi, e le varietà a media maturazione stanno entrando nel vivo della loro espressione estetica e gustativa. Ciò ha generato un leggero ritorno di fiamma”. Tuttavia, come supposto da tanti addetti ai lavori, il vero sblocco del mercato si prevede solo dopo il 10 ottobre. Con la speranza, sottolineata da Stolfa, di condizioni climatiche favorevoli “perché davvero quest’anno l’uva da tavola è bella, sana e gustosa”.
Le ragioni sono anche di natura strutturale: “Un tempo ogni varietà aveva il suo periodo di commercializzazione ben definito; oggi i calendari si sono allungati e accavallati, creando un surplus diffuso. Settembre, inevitabilmente, andrà avanti così, senza troppi entusiasmi”.
Il nodo della frammentazione
Al di là della congiuntura stagionale, Stolfa alza lo sguardo sul futuro e invita a riflettere: “Nonostante gli sforzi di tanti operatori del comparto, delle associazioni – penso alla CUT, di cui sono consigliere – il comparto rimane ancora troppo disgregato. Si piantano nuove varietà senza una logica, senza un piano di offerta né una visione condivisa o una pianificazione“. In tal senso, l’abbondanza di quest’anno non va letta solo come un episodio: “Per ora stiamo pagando conseguenze limitate, ma se si continua così, nel 2026 e soprattutto nel 2027 rischiamo ripercussioni molto più dure. Questo 2025 potrebbe essere soltanto un’anteprima”.
Il rischio è un effetto domino che può travolgere l’intero sistema. “Oggi qualche difficoltà si può ancora gestire, ma se diventerà più grande, non ci saranno soluzioni individuali. Per questo invito gli agricoltori a fare parte di un progetto comune che dia un indirizzo chiaro. Diversamente – conclude Stolfa – saremo allo sbando”.
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Ilaria De Marinis
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