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Da settimane ormai il motivo ricorrente è uno solo: l’annata dell’uva da tavola 2025 non sarà tra quelle da ricordare. Volumi abbondanti, prezzi in caduta, mercati in stallo. In campagna e nei magazzini si ripete sempre lo stesso ritornello: l’annata è difficile, quasi ingestibile. Eppure c’è chi, con esperienza e pragmatismo, la vede in modo completamente diverso. “Per me questa è un’annata normale” sono infatti le parole di Vito Valenzano, commerciale con oltre trent’anni alle spalle nel settore e General Manager della Fra.Va. Srl, storica azienda ortofrutticola pugliese, ai microfoni di uvadatavola.com. Una posizione che spiazza, perché ribalta il senso comune. Non crisi, non emergenza, ma normalità. “Il punto – spiega – è che le ultime due campagne non erano la regola, ma eccezioni fortunate. Due anni spettacolari in cui tutto sembrava facile, perché c’era meno prodotto e naturalmente prezzi alti. Oggi siamo tornati a confrontarci con la realtà: più uva nei campi, più gestione, prezzi più bassi. È sempre stato così, solo che ci eravamo abituati bene”.
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Stagione uva da tavola 2025 tra produzione in crescita e ribaltamento varietale
Per comprendere meglio questa visione, bisogna guardare indietro. Tre anni fa, dopo una memorabile campagna difficile, molti ettari di vigneti tradizionali sono stati estirpati e sostituiti con impianti più moderni. Il risultato è stato che, nelle due stagioni successive, ci si è trovati con quantità contenute e qualità alta. “In quelle annate avevamo circa il 30% di prodotto in meno sulle piante – ricorda Valenzano – e gestire la campagna era semplice”. Il tempo aveva fatto la sua parte, garantendo raccolti sani e uniformi, e i prezzi avevano premiato produttori e operatori. Ma si è trattato di un equilibrio temporaneo.
Oggi, infatti, i nuovi impianti sono entrati a pieno regime, e la resa per ettaro è cresciuta sensibilmente: si parla di un 30-40% in più rispetto alle ultime annate. Non solo. Anche la composizione varietale è cambiata: se fino a pochi anni fa il 70% delle uve era con semi e solo il 30% senza semi, adesso le proporzioni si sono diametralmente ribaltate. La domanda internazionale corre verso le seedless, considerate più pratiche dai consumatori. “È vero che il mercato si muove sulle senza semi – osserva Valenzano – ma queste varietà non sono facili da gestire come le autoctone con seme. Quando arrivano a maturazione hanno i giorni contati. Non puoi conservarle a lungo, né lasciarle aspettare”.
E qui sta la differenza. Con quantitativi ridotti, come negli anni scorsi, gestire i raccolti era semplice. Con i volumi attuali, la situazione cambia radicalmente. “L’uva non è una coltura come mele, kiwi o agrumi. Non puoi raccoglierla e poi gestirne la maturazione in cella. Se tagli a 14 gradi Brix, resta a 14. Quindi come fai quest’anno a raccogliere tutta quest’uva al giusto grado, con la qualità richiesta dai mercati?”. È da questa difficoltà che, a detta di Valenzano, nasce poi la confusione in cui versa oggi il comparto: troppo prodotto maturo da raccogliere in poco tempo, troppa pressione sui commercianti, che a loro volta la scaricano sulla GDO, la quale – inevitabilmente risponde abbassando i prezzi.
Prezzi, confusione e il valore della qualità
Il mercato oggi è attraversato da dinamiche nuove. Se l’anno scorso bastava la parola “uva” per collocare il prodotto, quest’anno la forbice tra standard e top quality è enorme. “Non si parla di pochi centesimi – sottolinea Valenzano – ma anche di un euro al chilo per la stessa varietà. Per fare un esempio: in questa stagione l’uva Italia può arrivare a 1,50 euro/kg o a 2,50 euro/kg a seconda della qualità”. Un divario che obbliga a ripensare la strategia, la cui chiave è solo una: distinguersi. “Quando c’è confusione, l’unica strada è differenziarsi. Se mando un’uva che si distingue sui mercati, posso lavorare ogni giorno con continuità. Se mando uno standard che hanno tutti, resto fermo”. In questo scenario, la qualità non significa solo prezzo più alto, ma soprattutto garanzia di mercato. “Personalmente, non ho fatto troppi acquisti in passato – racconta – e oggi gestisco quello che ho, premiando i produttori che hanno lavorato bene e portando avanti una campagna regolare. Non eccezionale, ma normale. E questo, per me, è positivo”.
Diverso il discorso per il comparto nel suo insieme. “L’annata in corso, con molta probabilità, non sarà un episodio isolato”. L’aumento delle superfici e la crescita dei volumi delle varietà seedless lasciano prevedere una replica della stagione 2025 negli anni futuri, forse anche in modo più marcato. “Non siamo organizzati come filiera – avverte Valenzano – e se quest’anno arriva una pioggia o un imprevisto, il rischio è di mandare grandi quantità in cantina. Un rischio che, alla lunga, temo tornerà a ripetersi e che avvantaggerà solo chi avrà la qualità”.

AutumnCrisp® e uve con semi tra abbondanza e nuove nicchie
L’evoluzione delle varietà è un altro elemento decisivo. L’AutumnCrisp®, tra le bianche senza semi, ha ormai preso il sopravvento, mettendo in difficoltà tutte le altre. E così se lo scorso anno aveva un forte valore aggiunto, oggi la grande disponibilità di prodotto ne ha determinato un forte ridimensionamento, facendo crollare il differenziale di prezzo rispetto ad altre cultivar. “In campagna parliamo di differenze dimezzate – osserva Valenzano – e non ha più il doppio del valore rispetto alle altre bianche”.
In compenso, sorprende il ritorno delle uve con seme. Una nicchia che, pur minoritaria, continua a offrire opportunità. “Cinque anni fa quando decisi di investire su queste varietà, molti mi dissero che ero pazzo. Con le varietà senza semi che volavano sui mercati, sembrava un controsenso. Ma convinto che la maggiore facilità di gestione di queste varietà sarebbe stato un importante vantaggio competitivo, ho continuato lungo questa direzione. E oggi sono orgoglioso di quella scelta perché di fatto si è rivelata vincente: in una stagione di abbondanza come quella in corso, le uve con seme, a maggiore tenuta in post-raccolta, hanno più possibilità, e in più – rappresentando una nicchia – trovano ancora spazio nel mercato”.
La questione, comunque, non riguarda solo l’Italia. Anche la Spagna, grande concorrente nel Mediterraneo, sta affrontando prezzi bassissimi a causa dei volumi abbondanti. Lì come qui, si parla di un calo medio del 30%. E anche lì, i produttori percepiscono soprattutto la perdita, senza considerare i quintali in più raccolti per ettaro. “È soprattutto una questione psicologica – conclude Valenzano – l’anno scorso l’uva si vendeva a un euro, quest’anno a 70 centesimi, e il produttore si sente penalizzato. Ma se i chili aumentano, il bilancio può comunque ritenersi in pari. Poi dipende da come lo si guarda. Non c’è da sorprendersi: la matematica e le leggi dell’economia non cambiano. E la differenza, oggi come in futuro, la farà soltanto la qualità”.
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Ilaria De Marinis
©uvadatavola.com