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Un tavolo tecnico per definire un paniere di prodotti di largo consumo, monitorarne l’andamento dei prezzi e individuare eventuali fenomeni speculativi o distorsivi lungo la filiera. È quanto stabilito ieri al Mimit, dove il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, e il ministro dell’Agricoltura, Francesco Lollobrigida, hanno incontrato le principali sigle della Grande Distribuzione Organizzata e della distribuzione – tra cui ANCC-Coop, Federdistribuzione, Confcommercio, ANCD Conad e Fiesa-Confesercenti – per valutare i possibili effetti inflattivi legati al protrarsi della crisi nello Stretto di Hormuz.
L’iniziativa nasce in un contesto in cui la tensione geopolitica rischia di tradursi rapidamente in pressione economica. Lo Stretto di Hormuz, secondo l’International Energy Agency, è uno dei passaggi energetici più sensibili al mondo: nel 2025 vi sono transitati in media 20 milioni di barili al giorno di greggio e prodotti petroliferi, pari a circa un quarto del commercio marittimo mondiale di petrolio. Per l’agroalimentare, questo significa soprattutto una cosa: il rincaro potenziale di energia, carburanti, trasporti, imballaggi e logistica può propagarsi lungo la filiera con velocità diversa, colpendo in modo asimmetrico chi produce, chi confeziona, chi distribuisce e chi acquista.
Per l’uva da tavola, il tema pesa ancora di più. La formazione del prezzo non è mai una semplice somma di costi: tra vigneto e scaffale entrano deperibilità, selezione, scarti, confezionamento, catena del freddo, promozioni, tempi di pagamento e rischio commerciale. Tutti passaggi reali, che hanno un costo. Il punto è capire quanto del differenziale sia giustificato da queste funzioni e quanto, invece, dipenda da rapporti di forza lungo la filiera.
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La GDO rassicura
Durante l’incontro, la GDO avrebbe fornito rassicurazioni sull’assenza di fenomeni speculativi, manifestando disponibilità a collaborare alla costruzione di strumenti di controllo. Il ministro Lollobrigida ha però chiarito che nei prossimi giorni saranno ascoltate anche l’industria alimentare e le associazioni agricole, con l’obiettivo di avere una conoscenza più completa della dinamica di formazione dei prezzi lungo tutta la filiera e di favorire una distribuzione più equa del valore generato.
Il problema, quindi, non è solo se il prezzo aumenta, ma come si distribuisce quell’aumento lungo la filiera. Per l’uva da tavola, questa dinamica è nota da tempo. La produzione sostiene costi alti e difficilmente comprimibili – manodopera, coperture, acqua, energia, gestione fitosanitaria, raccolta, confezionamento – mentre i capitolati commerciali diventano sempre più selettivi.

L’indagine Antitrust
Il tavolo Mimit-Masaf, d’altra parte, si inserisce in un quadro già aperto. Come riportato sulla nostra testata, il 14 gennaio 2026 l’AGCM ha avviato l’indagine conoscitiva IC58 sul ruolo della GDO nella filiera agroalimentare, con attenzione alla ripartizione del valore aggiunto e alla formazione dei prezzi finali. Nello specifico, l’Autorità faceva notare che tra ottobre 2021 e ottobre 2025 i prezzi dei beni alimentari erano cresciuti del 24,9%, quasi otto punti in più rispetto all’indice generale dei prezzi al consumo.
Nel mirino alcuni snodi decisivi: centrali e supercentrali d’acquisto, trade spending, servizi richiesti ai fornitori, promozioni, posizionamento a scaffale e peso crescente delle private label. Tutti elementi che incidono sulla capacità della produzione di trattenere valore. Per il fresco, e per l’uva da tavola in particolare, parliamo di variabili che incidono direttamente sulla marginalità delle aziende. Alla produzione viene chiesta un’uva sempre più selezionata, stabile e adatta ai tempi della distribuzione moderna, ma il prezzo riconosciuto a monte non sempre sembra tenere il passo con questo aumento di requisiti.
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Il rischio di un paniere troppo stretto
Se può essere efficace per leggere l’inflazione percepita dalle famiglie, l’idea del paniere rischia tuttavia di lasciare fuori le categorie agricole più esposte alla volatilità. Frutta fresca, ortaggi, prodotti stagionali e referenze ad alta deperibilità non si comportano come beni confezionati a lunga conservazione: il loro prezzo risente di clima, volumi, qualità, concorrenza estera e capacità di conservazione.
E nel caso dell’uva da tavola, un eventuale paniere costruito solo sui prodotti di largo consumo più ricorrenti potrebbe cogliere il sintomo, senza intercettare il problema. Il rischio è monitorare ciò che accade al carrello, lasciando nell’ombra il luogo in cui il valore viene negoziato: la trattativa tra fornitore e distribuzione. Per questo il confronto annunciato con industria alimentare e associazioni agricole sarà decisivo.
Un’occasione per l’uva da tavola
Nel comparto dell’uva da tavola, il prezzo è la sintesi di problemi più profondi: frammentazione dell’offerta, debolezza organizzativa, concorrenza internazionale, standard qualitativi crescenti, costi produttivi elevati e scarso potere negoziale del singolo produttore. Ecco perché il tavolo tecnico può rappresentare un’occasione solo se non si limiterà a verificare se il prezzo finale sia aumentato troppo. La domanda più utile, per l’agricoltura, è un’altra: il valore generato lungo la filiera viene distribuito in modo coerente con i costi, i rischi e gli investimenti sostenuti da ciascun anello?
In un mercato globale in cui l’uva italiana compete con Paesi a costi più bassi, calendari produttivi più lunghi e modelli organizzativi più compatti, la trasparenza sui prezzi non è un esercizio contabile: è un tema di competitività. Sapere come si forma il prezzo significa capire dove si perde valore e dove si concentra il potere contrattuale.
Il tavolo Mimit-Masaf apre dunque un fronte importante. La sua efficacia dipenderà dalla profondità dell’analisi: se guarderà solo al carrello, servirà a misurare l’inflazione; se entrerà nei meccanismi contrattuali, potrà contribuire a rendere visibile ciò che da anni pesa sulla filiera.
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Ilaria De Marinis
©uvadatavola.com