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Il mercato internazionale dell’uva da tavola sta cambiando più velocemente di quanto molti produttori immaginassero. Nuovi volumi entrano sullo scenario globale, i retailer alzano l’asticella della qualità e la concorrenza tra emisferi è ormai continua. In mezzo a questo movimento, il Perù è riuscito a trovare un proprio ritmo, avanzando con regolarità e diventando uno dei protagonisti più osservati della stagione. La campagna 2025, descritta dalle analisi di Fresh Fruit Peru, offre infatti un quadro chiaro di come si stia evolvendo il comparto e di quali dinamiche stiano influenzando anche il mercato europeo.
Guardare a ciò che accade in Perù non significa cercare paragoni, ma cogliere segnali che riguardano tutti: dalla distribuzione territoriale della produzione alle scelte varietali, fino alla competizione sempre più diretta con il Cile. Per un comparto come quello italiano, che negli ultimi anni si ritrova a gestire una pressione crescente durante i mesi autunnali, comprendere queste tendenze diventa essenziale per orientare possibili strategie future e prossimi obiettivi.
Perù: una crescita costruita su due stagioni
Uno dei tratti distintivi della produzione peruviana è la presenza di due fasi produttive all’interno dello stesso anno solare. Non si tratta necessariamente di un vantaggio competitivo in sé, quanto di una caratteristica geografica e agronomica che consente al Paese di affacciarsi sui mercati internazionali in due momenti distinti: tra gennaio e marzo, quando si completano le spedizioni della produzione meridionale, e da ottobre a dicembre, quando riparte la raccolta del nord. Un’impostazione che garantisce continuità, pur non differenziandosi in modo sostanziale da quanto accade in altri Paesi – Italia compresa – che negli ultimi anni hanno esteso significativamente la propria presenza sul calendario commerciale europeo.
Questa scansione stagionale, pur non essendo un vantaggio competitivo in senso stretto, permette comunque di leggere con chiarezza l’andamento della campagna peruviana. I numeri dei primi mesi del 2025 lo dimostrano, con la prima fase – quella di gennaio-marzo – particolarmente dinamica: le esportazioni di uva da tavola hanno raggiunto 598 milioni di dollari per 243.836 tonnellate, segnando un incremento del 49% in valore e del 98% in volume rispetto all’anno precedente. Il prezzo medio (2,45 USD/kg) si è ridotto del 25% per l’abbondanza di prodotto sul mercato, ma la struttura complessiva ha mostrato una buona capacità di assorbire la pressione competitiva.
La geografia interna della produzione svolge un ruolo importante in questa continuità. Nel 2024, le aree produttive di riferimento – Piura e Ica, rispettivamente nel nord e nel sud del Paese – hanno coperto ciascuna il 43% dell’export, mentre Lambayeque (6%) e La Libertad (4%) hanno completato il quadro. È una distribuzione che consente al Perù di programmare con precisione l’entrata delle diverse aree produttive nei mercati, riducendo il rischio di concentrazioni eccessive di prodotto in un’unica finestra.
Parallelamente, la composizione dell’offerta varietale continua a rappresentare uno dei pilastri più importanti per il posizionamento internazionale del Paese. Le varietà seedless brevettate ormai coprono circa il 75% delle esportazioni, con una predominanza di Sweet Globe™ (27%), Autumn Crisp® (17%), Allison (10%) e Sweet Celebration® (4%). Red Globe, pur in calo, conserva una sua nicchia soprattutto sul mercato asiatico (12%). La scelta varietale, unita alla capacità logistica – dai sistemi di pre-raffreddamento al confezionamento industriale – sostiene la regolarità delle forniture verso Stati Uniti ed Europa.

Esportazioni mensili del Perù in milioni di dollari – Fonte: SUNAT / Elaborazioni di Fresh Fruit
Perù e Cile: due modelli, una leadership che cambia
Osservare la traiettoria del Perù significa inevitabilmente confrontarla con quella del Cile, per anni primo esportatore mondiale di uva da tavola. Un primato che il Perù ha superato proprio lo scorso anno, quando ha superato il miliardo e settecento milioni di dollari di export (1,742 miliardi) per 594.100 tonnellate, con un prezzo medio di 2,93 USD/kg. Nello stesso periodo il Cile si è fermato a 1,422 miliardi di dollari, con 559.838 tonnellate esportate a un prezzo medio di 2,54 USD/kg.
La distanza tra i due Paesi diventa ancora più evidente osservando l’andamento del 2025. Nei primi dieci mesi dell’anno, infatti – secondo quanto riportato da Fresh Fruit Peru – il Cile ha visto ridursi in modo significativo il valore delle sue esportazioni: da 1.395 milioni a 1.060 milioni di dollari, pari a un calo del 24%, nonostante un aumento dei volumi di circa il 7%. Il dato che più colpisce è quello del prezzo medio, sceso fino a 1,80 USD/kg, con una flessione del 29%. Una situazione che racconta bene le difficoltà del Paese nell’adattarsi a un mercato ormai molto più competitivo, dove la concorrenza è più ampia, gli standard richiesti dalla distribuzione più rigidi e le varietà seedless brevettate sempre più centrali nelle scelte dei buyer. Tuttavia, il Cile rimane un attore importante nella geografia internazionale dell’uva da tavola e sta cercando di recuperare parte del terreno perso. Dopo alcune stagioni complicate, soprattutto sul fronte fitosanitario, il Paese ha avviato un percorso di riorganizzazione e aggiornamento varietale che potrebbe dare risultati nei prossimi anni. Si tratta però di un processo graduale, che al momento resta sullo sfondo rispetto alla performance del Perù, più stabile e in linea con le richieste della distribuzione internazionale.
Il confronto tra Perù e Cile, dunque, non va letto solo in termini di numeri, ma come indicatore di un mercato che oggi premia chi riesce a garantire regolarità, innovazione varietale e logistica impeccabile. E proprio per questo la posizione del Perù, almeno nel breve periodo, appare più solida.

Prezzo medio mensile (2025) in USD/kg – Fonte: SUNAT / Elaborazioni di Fresh Fruit
Italia: effetti sul mercato e prospettive competitive
La crescente presenza del Perù nei mercati europei ha ricadute dirette anche sull’Italia. La sovrapposizione stagionale tra ottobre e dicembre, un tempo relativamente favorevole alle produzioni italiane tardive, oggi si scontra con l’arrivo di volumi consistenti dalle regioni settentrionali del Perù. Questa dinamica non solo esercita pressione sui prezzi, ma contribuisce a definire aspettative qualitative sempre più elevate: calibro uniforme, consistenza dell’acino, pulizia, tenuta in shelf-life.
La spinta del Perù verso varietà seedless brevettate rappresenta un altro elemento chiave. La distribuzione europea, sempre più orientata verso programmi varietali chiusi e standardizzati, tende a premiare fornitori capaci di assicurare grandi lotti omogenei. In Italia il rinnovamento varietale è in corso, ma procede con velocità diverse a seconda delle aree e delle singole realtà produttive, creando un quadro ancora eterogeneo.
L’Italia conserva comunque punti di forza che restano competitivi: la prossimità ai mercati europei, una qualità organolettica spesso superiore e una maggiore attenzione alle pratiche agronomiche sostenibili. Il tema, oggi, è come valorizzare questi elementi all’interno di un contesto globale che si muove rapidamente verso la standardizzazione. Rafforzare la logistica post-raccolta, investire nella modernizzazione varietale e comunicare in modo più sistemico il valore del prodotto italiano diventano aspetti indispensabili per mantenere una posizione solida sui mercati.
Donato Liberto
©uvadatavola.com