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L’accesso a risorse idriche di qualità è un fattore cruciale per garantire produzioni agricole ad alta resa e sostenibilità, soprattutto nel caso di colture ad alto valore aggiunto come l’uva da tavola, che in Puglia rappresenta un comparto strategico dell’agroalimentare regionale. Questo principio, nella nostra Regione, si scontra tuttavia con un’endemica scarsità di risorsa, aggravata dai cambiamenti climatici in atto e dal progressivo impoverimento qualitativo e quantitativo delle falde acquifere. Una condizione sempre meno sostenibile, che impone un radicale cambio di paradigma nell’approccio alla gestione dell’acqua in tutti i settori (potabile, irriguo e industriale) con maggiore urgenza in agricoltura, vista l’idroesigenza propria del comparto. In questo scenario critico, il riuso delle acque reflue depurate emerge come un’alternativa concreta e sostenibile. Se adeguatamente regolamentato e integrato nel sistema idrico esistente, il riutilizzo può contribuire in modo significativo a soddisfare la domanda d’acqua irrigua, tutelando al contempo l’ambiente e la sicurezza alimentare.
La Puglia, in tal senso, si propone come un laboratorio d’avanguardia: la presenza capillare di impianti di depurazione dei reflui urbani, unita a politiche regionali lungimiranti che da anni promuovono la valorizzazione del ciclo idrico integrato, crea le condizioni per fare della Regione un modello nazionale di economia circolare dell’acqua.
In questo contesto si inserisce anche l’entrata in vigore del Regolamento UE 741/2020, che stabilisce prescrizioni minime per il riutilizzo dell’acqua a fini irrigui. Il nuovo impianto normativo, basato su un approccio flessibile fondato sulla valutazione del rischio, supera il modello prescrittivo del Decreto Ministeriale n.185/2003, introducendo una maggiore adattabilità tra le caratteristiche delle acque depurate e le specificità dei contesti locali. Questo approccio, sebbene più complesso da attuare, offre nuove opportunità per aumentare significativamente le percentuali di riutilizzo, specialmente in Puglia, dove la domanda irrigua è elevata e le condizioni strutturali sono già in larga parte favorevoli.
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Acque reflue: analisi di contesto
La Regione Puglia, con una superficie di 19.540 km², dispone di circa 12.871 km² di Superficie Agricola Utilizzata (SAU), confermandosi come una delle aree a più alta vocazione agricola del Paese. Tuttavia, secondo i dati riportati nel Bilancio Idrico 2015, solo il 28% della SAU risulta effettivamente irrigata. Va detto che tale dato potrebbe fornire una valutazione al ribasso della reale portata della domanda irrigua, perché non esiste una stima accurata dei volumi prelevati dalla falda sotterranea, principale fonte per l’agricoltura irrigua. Alcune stime suggeriscono che i pozzi effettivamente presenti siano fino a dieci volte più numerosi di quelli autorizzati. Per colmare questa lacuna, la Regione ha avviato nel 2020 un censimento dei pozzi artesiani. È indubbio che, sino alla conclusione di tale attività, lo stato delle conoscenze rende difficile pianificare interventi e monitorare l’uso effettivo della risorsa.
Tale circostanza si pone come ulteriore elemento di criticità in un sistema idrico, come quello pugliese, strutturalmente fragile, privo di corsi d’acqua superficiali rilevanti e fortemente dipendente da fonti esterne, che – oltre alla falda minacciata da un prelievo eccessivo e incontrollato – deve fare i conti con gli effetti del cambiamento climatico: aumento delle temperature, alterazione delle precipitazioni ed eventi estremi sempre più frequenti, tutti fattori che stanno aggravando ulteriormente la disponibilità e la qualità dell’acqua. In questo contesto, la competizione tra usi potabile, agricolo e industriale è particolarmente intensa nei periodi di siccità, come quelli registrati negli ultimi due anni.
Per rispondere a queste sfide, si rende necessaria una strategia di adattamento che punti sia all’efficientamento dei consumi irrigui (attraverso tecniche irrigue avanzate, digitalizzazione e pratiche sostenibili), sia alla diversificazione delle fonti, in particolare mediante il riuso delle acque reflue, la raccolta delle piogge e la desalinizzazione.
Da anni, Regione Puglia e Autorità Idrica Pugliese, con il supporto operativo di Acquedotto Pugliese SpA, stanno investendo fortemente nello sviluppo del riuso delle acque depurate, da integrare nel sistema convenzionale per garantire un’“aliquota di soccorso” utile a rafforzare la sicurezza idrica nei momenti di maggiore criticità.
Depuratori da detrattori ambientali a fabbriche di acqua
Le acque reflue, opportunamente trattate, rappresentano oggi una concreta opportunità per il settore agricolo: si tratta infatti di acque dolci, potenzialmente disponibili tutto l’anno e ricche di nutrienti utili alla crescita vegetale.
In Puglia sono presenti 185 depuratori che depurano e rilasciano nell’ambiente mediamente 240 milioni di metri cubi all’anno. Il sistema comprende sia impianti consortili, che servono più comuni con volumi significativi, sia strutture più piccole, a servizio di singoli centri abitati.
La Figura evidenzia la distribuzione geografica degli impianti e i volumi medi trattati in ciascuno di essi, offrendo una visione complessiva delle potenzialità del sistema in termini di disponibilità di risorsa depurata.

Anticipando la normativa europea, già nel 1983, con la Legge Regionale n. 24, in Puglia veniva sancita la necessità di promuovere il riuso delle acque depurate. A seguito dell’emergenza idrica del 1996, sono state stanziate ingenti risorse (leggi obiettivo n. 388/2000 e n. 488/2001) per costruire infrastrutture dedicate al riutilizzo: impianti di “affinamento”, atti a rimuovere gli inquinanti residui ancora presenti a valle dei processi depurativi, e reti di distribuzione della risorsa affinata. L’implementazione di tali misure si è tuttavia scontrata con diverse criticità, portando alla realizzazione di impianti mai entrati in esercizio e, in alcuni casi, vandalizzati o abbandonati (foto).

Impianto di affinamento e di accumulo a Mesagne (BR)
Due le principali problematiche emerse: 1) i depuratori erano ancora inadeguati e incapaci di rilasciare un effluente idoneo a essere immesso nel successivo trattamento di affinamento; 2) la realizzazione delle infrastrutture non era stata preceduta da valutazioni consistenti sulla reale domanda, sul soggetto gestore o sulla sostenibilità economica dell’intero sistema.
Partendo dall’analisi di quello che non ha funzionato sono state programmate azioni correttive, ripensando l’intero modello di riutilizzo e adottando un approccio più integrato e sostenibile. Le azioni introdotte hanno riguardato:
- adeguamento degli impianti di depurazione, per assicurare la qualità dell’effluente, con una spesa per investimenti sul comparto mediamente pari a 80 Milioni di euro all’anno (Grafico);
- integrazione del costo dell’affinamento nella tariffa del SII. Con la Legge Regionale n.27/2008 è stato infatti sancito che i costi di investimento e di gestione dei sistemi di affinamento per rendere l’acqua idonea a essere riutilizzata sono a carico di tutti gli utenti del Servizio Idrico Integrato. Nei casi in cui è previsto il riutilizzo, Acquedotto Pugliese SpA è quindi responsabile anche della realizzazione e della gestione delle stazioni di affinamento;
- finanziamento selettivo delle opere di accumulo e distribuzione solo previa valutazione di fattibilità tecnico-economica e di domanda effettiva.

Trend della spesa per investimenti nel comparto depurativo
Lo stato dell’arte in Puglia
Il Piano Regionale di Tutela delle Acque (PRTA) fissa un obiettivo ambizioso: destinare al riutilizzo l’85% del volume complessivamente depurato. Per raggiungere tale traguardo, si prevede che almeno 101 impianti siano dotati di sistemi di affinamento, in grado di garantire una qualità dell’effluente conforme agli standard per il riuso agricolo e civile. In termini volumetrici, il potenziale di riutilizzo si stima compreso tra 150 e 212 milioni di metri cubi l’anno.
Allo stato attuale (ottobre 2025), sono 40 i depuratori già in grado di rilasciare acqua affinata, mentre per altri 26 impianti gli interventi sono in corso. Tuttavia, solo 10 impianti sono risultati in esercizio nella stagione irrigua 2025, per un volume complessivamente autorizzato pari a 15 milioni di metri cubi, a fronte di un volume potenzialmente già riutilizzabile (in uscita da impianti di depurazione già adeguati) pari a 87 milioni di metri cubi.
Nella tabella seguente è riportato il quadro di sintesi relativo agli impianti autorizzati, con indicazione degli estremi degli atti autorizzativi e dello stato di esercizio per l’annualità in corso:

Impianti autorizzati a rilasciare acqua per riuso
La scarsa diffusione del riutilizzo è riconducibile, da un lato, alla necessità di rendere funzionali le reti di distribuzione prima di poterle rimettere in esercizio; dall’altro, al cambiamento delle esigenze locali, con una domanda di risorsa irrigua che nel tempo si è spostata, concentrandosi in aree diverse rispetto al passato.
Oggi, ad esito del riscontro fornito dal MASE (Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica) a uno specifico interpello posto dalla Regione Puglia in merito all’applicazione del Regolamento UE 741/2020, è stato accertato che il trasporto tramite autobotti può costituire una misura temporanea utile in condizioni emergenziali o in assenza di reti operative. Tuttavia, la vera sfida strutturale consiste nello sviluppo di reti di distribuzione dedicate, efficienti e interconnesse.
Nel merito si richiama che la crisi idrica del 2025 ha portato alcuni privati a chiedere di potersi avvalere autonomamente dell’acqua depurata in uscita dagli impianti di depurazione. Accogliendo tali istanze singole, nel tentativo di mitigare gli effetti della grave crisi idrica in corso, l’Autorità Idrica Pugliese (AIP) e la Regione Puglia hanno invitato i Comuni pugliesi a pubblicare avvisi pubblici per raccogliere manifestazioni di interesse da parte di soggetti privati intenzionati a riutilizzare temporaneamente l’acqua affinata prelevandola, a proprio carico, presso impianti di depurazione gestiti da Acquedotto Pugliese SpA già tecnicamente adeguati e siglando con il Gestore gli appositi piani di gestione del rischio, funzionali al rilascio del titolo autorizzativo.
Una questione di governance
Nonostante gli ingenti investimenti realizzati negli ultimi anni nel comparto depurativo e nella rifunzionalizzazione delle reti di distribuzione, ancora oggi la quantità effettivamente riutilizzata di acqua affinata si discosta in maniera significativa dal potenziale tecnico stimato. Gli sforzi infrastrutturali, seppur fondamentali, si sono dimostrati insufficienti ad attivare in modo sistemico e continuativo il riutilizzo in ambito agricolo.
Il nodo centrale risiede nell’assenza di una linea unica nella governance del ciclo integrato del riuso irriguo, che comprende tutte le fasi: trattamento depurativo → affinamento → distribuzione → utilizzatori finali.
Per superare la frammentazione attuale è necessario un coordinamento strutturato tra tutti gli attori coinvolti: Gestore del Servizio Idrico Integrato (Acquedotto Pugliese SpA), enti locali, Consorzi di Bonifica e agricoltori. In questo contesto, il Piano di Gestione del Rischio (PGR), previsto dal Regolamento (UE) 741/2020, può e deve diventare il fulcro operativo per collegare in modo efficace la disponibilità della risorsa affinata con i reali fabbisogni irrigui, in funzione delle colture e delle modalità di impiego.
Le priorità per il futuro
Affinché il riutilizzo delle acque affinate diventi una pratica agricola strutturata, sostenibile e su larga scala, è necessario andare oltre gli interventi infrastrutturali e attuare azioni sinergiche capaci di coinvolgere in modo integrato tutti gli attori del sistema.
Le principali direttrici operative possono essere così sintetizzate.
- Definizione chiara della governance e cooperazione pubblico-privato: occorre individuare in modo trasparente chi gestisce la risorsa, chi sostiene i costi di produzione, distribuzione e controllo e come si bilancia il rapporto tra attori pubblici e privati, al fine di garantire equità, efficienza e sostenibilità economica del sistema di riuso, rafforzando la collaborazione tra enti pubblici, imprese e mondo della ricerca.
- Interoperabilità dei dati e mappatura delle infrastrutture: la digitalizzazione e la condivisione dei dati relativi a reti esistenti, impianti di depurazione e fabbisogni irrigui del territorio (con particolare attenzione alle aree ad alta intensità colturale, come quelle vocate alla viticoltura da tavola) sono essenziali per pianificare interventi mirati e prioritari.
- Integrazione tra diverse fonti idriche: promuovere sistemi che consentano la miscelazione controllata tra acque reflue affinate, acque meteoriche e risorse convenzionali rappresenta una strategia efficace per aumentare la flessibilità e la resilienza dell’approvvigionamento irriguo, soprattutto in contesti di scarsità.
- Formazione, informazione e sensibilizzazione: è fondamentale investire nella formazione degli operatori agricoli e nella diffusione di conoscenze tecniche e normative sul riuso, per superare le resistenze culturali e promuovere una cultura della risorsa basata su sicurezza, consapevolezza e innovazione.
In altre parole, il futuro dell’acqua in Puglia non dipenderà solo da quanta ne avremo, ma da come sapremo riutilizzarla: con visione, responsabilità e capacità di trasformare la tecnica in cultura della sostenibilità.
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Ing. Roberta Maria Rana, PhD – Responsabile del Servizio depurazione, collettamento e recapiti finali – riuso delle acque reflue – fanghi di depurazione e controllo emissioni in atmosfera – Qualità Tecnica, presso Autorità Idrica Pugliese
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