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A preoccupare non è soltanto che l’uva venga venduta a poco. È il meccanismo che porta il mercato fino a quei prezzi. Nelle ultime settimane le voci che attraversano il comparto dell’uva da tavola sono diventate sempre più insistenti. Quotazioni basse, difficoltà di collocamento e valori che sembrano non risparmiare neppure varietà premium sulle quali negli ultimi anni si è investito molto. Il caso di Autumncrisp® è probabilmente il più emblematico: dopo stagioni segnate da una domanda sostenuta e da una corsa a nuovi impianti e conversioni varietali, oggi anche intorno a questa varietà si parla di prezzi fino a poco tempo fa difficili da immaginare.
Ma leggere tutto attraverso la semplice equazione più uva uguale prezzi più bassi rischia di spiegare solo una parte del problema. Ne è convinto Giovanni Grasso, oggi alla guida della Giovanni Grasso Srl insieme ai suoi quattro fratelli. Fondata nel 1969 dal padre Salvatore, l’azienda ha sede a Noicattaro (BA), nel cuore della produzione pugliese di uva da tavola, ed è attiva anche a Fiumefreddo di Sicilia (CT). Complessivamente gestisce circa 400 ettari coltivati tra uva da tavola e agrumi.
La sua lettura parte dal campo. Le condizioni climatiche hanno spinto in avanti la maturazione, facendo arrivare contemporaneamente sul mercato quantità superiori a quelle che i canali commerciali riescono normalmente ad assorbire. “C’è stata un’accelerazione nella maturazione delle uve e quindi una quantità maggiore di prodotto è arrivata pronta nello stesso momento. Fondamentalmente è arrivata troppa frutta contemporaneamente e il mercato si è appesantito“.
Il problema, quindi, non sarebbe necessariamente una disponibilità eccezionale in termini assoluti, quanto la sua concentrazione temporale. Se molte produzioni raggiungono insieme la maturità commerciale, aumenta la necessità di vendere e diminuisce il tempo per attendere condizioni più favorevoli. E quando il prodotto comincia a perdere tenuta, cambia anche il potere contrattuale.
Quando i flussi si sovrappongono
A questo si aggiunge ciò che il mercato si trascina dalle settimane precedenti. In particolare – spiega Grasso – il ruolo dell’Egitto e di una finestra commerciale che permette l’ingresso di importanti volumi sul mercato europeo. “Se durante quella finestra accumuli molto prodotto, quel prodotto poi deve essere venduto. E quando rimane negli stock finisce inevitabilmente per esercitare pressione anche sulle settimane successive“.
Prodotto estero ancora nei circuiti distributivi, raccolte italiane accelerate dal caldo, aree produttive che entrano insieme nella fase centrale della campagna e una qualità che quest’anno, secondo Grasso, appare in diversi casi più standardizzata: sono dinamiche che finiscono per sommarsi. Questo non significa che la qualità abbia smesso di pagare. “Il prodotto di valore viene sempre venduto meglio“, precisa Grasso. Ma quando l’offerta supera la capacità di assorbimento del mercato, anche le differenze qualitative faticano da sole a sostenere l’intero sistema.

Il nome della varietà non basta
Ed è qui che il discorso diventa particolarmente interessante per le varietà premium. Di fronte a indiscrezioni su compravendite di Autumncrisp® a 40 o 50 centesimi al chilogrammo, Grasso invita infatti a distinguere. “Chi ha un prodotto buono, valido, che può mantenere, non lo vende a quei prezzi. E anche chi lo compra o lo rappresenta non ha interesse a svenderlo a quei livelli“. Il nome della varietà, in altre parole, non basta.
Negli anni scorsi il successo commerciale di alcune seedless ha accelerato gli investimenti e aumentato rapidamente le superfici. Finché i volumi rimangono contenuti e la richiesta è elevata, il valore varietale emerge con forza. Quando però l’offerta cresce, il mercato comincia inevitabilmente a selezionare.
L’offerta che si moltiplica
Ma nella lettura offerta dall’operatore commerciale c’è un elemento ancora più profondo. La pressione sui prezzi, sostiene, non dipende soltanto dalla quantità realmente disponibile: può essere alimentata anche dalla percezione di un’offerta molto più abbondante di quanto non sia effettivamente. “La disorganizzazione strutturale incide tantissimo. Siamo migliaia a offrire e così possiamo creare un’apparenza di prodotto che magari, nelle dimensioni percepite dal mercato, non c’è realmente“.
In una produzione estremamente frammentata, lo stesso prodotto può essere proposto contemporaneamente da molti soggetti, attraverso intermediari, agenzie e strutture commerciali differenti. Per chi compra, l’impressione è quella di trovarsi davanti a una disponibilità enorme. E quella percezione diventa essa stessa un fattore di pressione. “Non è che ci sia poca uva, ma forse non ce n’è così tanta da giustificare un mercato affossato in maniera tanto pesante. Se creiamo l’apparenza di un’offerta enorme, automaticamente svalutiamo il prodotto“.
La GDO non è l’unico nodo
In questo contesto, attribuire tutta la responsabilità alla grande distribuzione diventa troppo facile. “La GDO sta facendo la sua parte. Le catene serie continuano a programmare e a lavorare normalmente. In momenti come questi qualcuno può approfittarne di più, ma non vedo un problema che nasce esclusivamente dalle catene“.
La logica commerciale è semplice: se un operatore propone un prodotto a un euro e il concorrente lo offre a 80 centesimi, difficilmente sarà il compratore a chiedere di pagarlo di più. “Se, davanti a un prezzo troppo basso, l’offerta si fermasse o si riducesse, il cliente si adeguerebbe molto rapidamente“. È qui che la crisi di prezzo smette di essere soltanto una conseguenza del mercato e diventa anche una questione di comportamento della filiera.

Costi, controlli e capacità di investire
Restano poi le differenze nei costi produttivi, nelle strutture aziendali e nelle necessità finanziarie delle singole imprese. C’è chi deve vendere rapidamente, chi dispone di strutture più agevoli da gestire, chi può sostenere più a lungo il prodotto e chi invece non ha alternativa. Anche l’innalzamento degli standard produttivi e dei controlli comporta costi che non tutte le aziende riescono ad assorbire allo stesso modo.
Su questo Grasso è netto: i controlli sono necessari, ma devono accompagnare la professionalizzazione del comparto. “Alzare il livello dei costi può anche portare verso un’offerta più qualificata e professionale. Ma bisogna contemporaneamente dare al produttore una visione e una prospettiva di investimento“. Perché qualità e valore richiedono interventi agronomici, lavoro, capacità di conservazione, organizzazione commerciale e soprattutto la possibilità di guardare oltre la necessità di vendere nel giro di pochi giorni.
Una stagione che chiede programmazione
È difficile prevedere quanto durerà l’attuale fase. Secondo l’imprenditore la pressione accompagnerà il comparto almeno buona parte di settembre e metà del mese di ottobre, anche se molto dipenderà dall’andamento delle temperature e dalla capacità del prodotto di mantenersi. La vera domanda, d’altra parte, va oltre le quotazioni delle prossime settimane.
Per anni il comparto ha cercato valore nell’innovazione varietale, nelle seedless, nei nuovi brand e in prodotti capaci di distinguersi. Ora che quelle stesse varietà stanno aumentando rapidamente nei volumi, il passaggio successivo non può essere semplicemente produrne ancora di più. Serve governarne la crescita.
Ed è qui che allora la domanda iniziale trova la sua risposta: perché sì, se alla pressione dell’offerta si sommano disorganizzazione commerciale, urgenza di vendere e corsa al ribasso, il mercato dell’uva da tavola può davvero arrivare ad autosvalutarsi.
Ilaria De Marinis
©uvadatavola.com