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Dopo oltre vent’anni di negoziati, l’accordo di libero scambio tra Unione Europea e Mercosur è entrato nella sua fase decisiva. Firmato il 17 gennaio 2026 in Paraguay, dovrà ora affrontare il passaggio cruciale dell’iter di ratifica, che coinvolge il Parlamento europeo e le procedure nazionali dei Paesi firmatari. Si tratta di un’intesa ampia, insieme commerciale e politica, che punta a ridurre in modo significativo i dazi tra i due blocchi, ma che, almeno per ora, non è ancora operativa.
Il Mercosur – che comprende Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay – rappresenta uno dei principali poli agricoli mondiali e negli ultimi anni ha rafforzato la propria vocazione all’export verso l’Europa. L’obiettivo dell’accordo con Bruxelles è creare una delle più grandi aree di libero scambio del pianeta, facilitando gli scambi bilaterali e armonizzando una parte delle regole commerciali. Per il settore primario europeo, e per alcune produzioni mediterranee in particolare, questo passaggio apre però una serie di interrogativi concreti: quali prodotti entreranno più facilmente nel mercato comunitario? In quali periodi dell’anno? Con quali condizioni di prezzo? E con quali effetti sulle filiere già esistenti?
Al di là delle dichiarazioni istituzionali, il tema riguarda da vicino anche l’ortofrutta europea e, in modo particolare, alcune filiere sensibili come quella dell’uva da tavola. Per il comparto, infatti, queste domande non sono affatto teoriche. Il confronto con l’offerta sudamericana si gioca su finestre commerciali ben definite, su strutture di costo molto diverse e su un mercato che negli ultimi anni è diventato sempre più esigente in termini di continuità, standard e affidabilità. Capire cosa cambia con l’accordo UE–Mercosur significa quindi provare a leggere in anticipo una possibile ridefinizione delle regole del gioco.
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Mercosur: che cosa cambia per l’uva da tavola?
Nelle analisi e nei commenti di settore che stanno circolando in queste settimane, un punto ricorre con una certa insistenza: l’uva da tavola brasiliana – in particolare quella proveniente dalla regione della São Francisco Valley – mira a entrare nel mercato europeo in condizioni più competitive, sfruttando la leva tariffaria una volta che l’accordo sarà pienamente operativo.
Va però chiarito che, nell’impianto normativo dell’Unione europea, per molte referenze ortofrutticole considerate sensibili, tra cui l’uva da tavola, non esiste soltanto un dazio “secco”. Il sistema è più articolato e tiene conto della stagionalità e di specifici strumenti di tutela. In alcuni casi, ad esempio, alla componente ad valorem si affiancano componenti specifiche o meccanismi che ricordano le logiche dell’entry price. Questo significa che la riduzione o l’azzeramento della componente ad valorem non equivale automaticamente a un accesso completamente libero in ogni situazione di mercato. Le modalità effettive di applicazione andranno verificate voce per voce negli allegati tariffari operativi, ma il messaggio di fondo per il comparto è chiaro: “dazio zero” non coincide necessariamente con l’assenza di qualsiasi barriera di prezzo. Indica piuttosto una riduzione degli attriti commerciali, che può comunque avere effetti rilevanti sulle dinamiche competitive.

Implicazioni possibili per l’uva italiana
Per il comparto italiano, gli effetti dell’accordo non si misureranno tanto in un’unica direzione, quanto lungo una serie di piani intrecciati: tempi di mercato, posizionamento commerciale, requisiti richiesti e gestione dei costi. Più che uno shock immediato, è plausibile aspettarsi una pressione progressiva, che tenderà a manifestarsi soprattutto in alcune finestre e su alcune variabili chiave.
Se l’uva proveniente dal Mercosur dovesse entrare con costi di frontiera più bassi, la competizione tenderà a concentrarsi soprattutto nelle fasi in cui l’offerta europea è più corta o strutturalmente più costosa: la contro-stagione piena e i periodi di “spalla”, a inizio e fine campagna. In questi momenti, anche piccoli scostamenti di prezzo possono essere sufficienti a spostare i programmi della GDO. Ma non si tratta solo di una questione di volumi: è soprattutto un tema di continuità di fornitura. La distribuzione moderna tende a privilegiare chi garantisce calendari lunghi, standard omogenei e una gestione logistica senza sorprese. Un accordo che riduce gli attriti commerciali rende più semplice costruire e consolidare programmi stabili con fornitori extra-UE. E quando un programma si stabilizza, rientrare diventa più difficile.
Un altro aspetto spesso sottovalutato è che, nel comparto dell’uva da tavola, la concorrenza raramente si gioca solo sul prezzo. Si gioca piuttosto su un insieme di specifiche: residui, uniformità, shelf-life, packaging, tracciabilità, requisiti sociali e ambientali. In questo senso, l’accordo ha anche una dimensione politica rilevante. Nelle ricostruzioni sull’intesa tornano spesso temi come la sostenibilità e la deforestazione, a cui le istituzioni europee rispondono ribadendo che gli standard UE non verranno abbassati. Tradotto in termini operativi, questo significa che il comparto dovrebbe prepararsi a un contesto in cui gli standard diventano ancora più contrattuali e, di conseguenza, più costosi da rispettare per tutti. Il rischio è una compressione dei margini proprio nelle aree in cui l’Italia è già strutturalmente più esposta: costo del lavoro, energia, logistica, disponibilità di manodopera, investimenti varietali.
Infine, non va trascurata la dimensione politica dell’accordo, che non si esaurisce nella sua firma. La ratifica non è un passaggio meramente formale: le opposizioni del mondo agricolo europeo restano forti e molte organizzazioni di rappresentanza hanno definito l’intesa “ancora inaccettabile” nei mesi scorsi. Questo può tradursi, nel concreto, in un’applicazione più prudente o più selettiva delle regole.
E per l’export italiano verso Mercosur?
Sulla carta l’accordo mira a rimuovere barriere su una quota molto ampia degli scambi e a creare un quadro più prevedibile.
Per l’uva da tavola italiana, però, l’export verso Mercosur resta verosimilmente una nicchia per ragioni note: distanza, costi di trasporto, concorrenza locale, posizionamento prezzo. Le opportunità più credibili, per una filiera come quella italiana, sono quindi perlopiù indirette: know-how varietale e vivaistico, tecnologie di post-raccolta, packaging, servizi, genetica, e – dove possibile – segmenti premium molto specifici.
In questo senso, il vero nodo non è tanto se l’accordo apra formalmente nuovi canali, quanto se questi canali siano economicamente e logisticamente percorribili per l’uva da tavola italiana. Perché finché distanza, costi e concorrenza strutturale resteranno invariati, l’accesso al Mercosur rischia di rimanere teorico più che operativo.
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Ilaria De Marinis
©uvadatavola.com