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La stagione dell’uva da tavola inizia a prendere forma, ma per le previsioni è ancora troppo presto. I passaggi decisivi, fioritura e allegagione, devono ancora arrivare. È da questo equilibrio, tipico di ogni primavera, che parte anche la riflessione di Pierfrancesco Marchitelli, amministratore della Agriquality Srl azienda di Ginosa, nel Tarantino, interamente orientata alla produzione biologica e associata all’OP Jonica Bio, “la prima organizzazione di produttori biologici della Puglia”.
Si tratta di una struttura varietale articolata, costruita per accompagnare la campagna lungo diverse epoche di maturazione. Le prime a entrare in gioco sono le cultivar più precoci, come Superior e Summer Royal; seguono poi Regal, Light Pearl e Mountain Pearl, mentre restano in produzione anche alcuni vecchi impianti di Red Globe, condotti secondo il disciplinare della Regione Puglia. Un assetto che riflette una scelta tecnica precisa: differenziare, distribuire, calibrare.
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Tra piogge primaverili e incognita allegagione
Se l’andamento vegetativo consente già una lettura preliminare, Marchitelli invita però a non forzare i tempi dell’analisi. La stagione dell’uva da tavola 2026, sottolinea, è entrata in una fase delicata, nella quale i giudizi affrettati rischiano di restituire un’immagine incompleta. “In questo momento si comincia a intuire quale potrà essere la produzione, ma per pronunciarsi occorre attendere le fasi di fioritura e allegagione”.
La prudenza non è soltanto metodologica: nasce anche dall’andamento climatico di questa primavera, fin qui segnata da precipitazioni frequenti. Piogge che, almeno per ora, non sembrano aver generato conseguenze tali da compromettere l’andamento dei vigneti, ma che restano comunque un fattore da monitorare attentamente. “Stiamo partendo da una primavera abbastanza piovosa. In questa fase la pianta risulta meno sensibile a determinate patologie fungine, ma naturalmente ci auguriamo un miglioramento del tempo, anche per favorire uno sviluppo più regolare della vegetazione e del grappolo”.

Il peso dei costi di gestione e le incognite del mercato
Accanto alla cautela agronomica, affiora però una lettura più fiduciosa sul piano economico. Il ricordo della scorsa annata, segnata da abbondanza produttiva e quotazioni deboli, spinge infatti a guardare al 2026 con aspettative più favorevoli. “Siamo fiduciosi che questa possa essere una campagna migliore rispetto a quella dell’anno scorso, quando ci siamo trovati di fronte a volumi elevati e prezzi bassi”.
Anche il quadro generale, almeno per il momento, sembra offrire qualche elemento di serenità. Seppure sullo sfondo permangono le tensioni strutturali con cui le aziende si confrontano ogni giorno, a cominciare dall’aumento dei costi di gestione. “È inevitabile che i costi aziendali stiano pesando sulle imprese agricole. Allo stesso tempo, però, quando si verificano determinate situazioni di mercato e instabilità geopolitiche, anche gli incrementi dei prezzi di vendita possono essere tutt’altro che trascurabili”.
Marchitelli richiama, a questo proposito, quanto sta accadendo in altri comparti: il , tradizionalmente esposto a fasi di debolezza commerciale, sta facendo registrare quotazioni eccezionalmente alte; analogo il discorso per il cavolfiore, sostenuto da una disponibilità ridotta di prodotto. Dinamiche che, lette dal lato delle imprese, possono tradursi in margini di recupero, ma che raccontano anche un’altra faccia della medaglia: quando l’offerta si contrae e i costi si accumulano, il conto arriva inevitabilmente fino al consumatore. Il carrello della spesa si appesantisce, e con esso si misura una delle contraddizioni più evidenti di questa fase: una campagna che può aprire spazi di valorizzazione commerciale per i produttori, ma dentro un contesto economico che resta complesso, instabile e tutt’altro che neutrale.
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Ilaria De Marinis
©uvadatavola.com