Indice
- Antonio Mastropirro, agronomo per Agriproject Group è la nostra memoria storica nel ripercorrere 20 anni di evoluzione circa difesa, residui e commercializzazione dei prodotti ortofrutticoli.
- Commercializzazione e mondo produttivo sono sempre state in contrapposizione?
- Cosa è accaduto, dunque?
- Oltre a stressare alcune molecole cos’altro si è stati costretti a fare per rispondere ai disciplinari della GDO?
- Oggi come siamo messi?
- Oggi quindi non è più un problema gestire correttamente la difesa per l’uva da tavola e allo stesso tempo ottenere un prodotto capace di rispondere alle richieste interne della GDO?
- In un certo senso, quindi, potremmo dire che i paletti posti dalla GDO sono stati un pungolo per il mondo produttivo?
Antonio Mastropirro, agronomo per Agriproject Group è la nostra memoria storica nel ripercorrere 20 anni di evoluzione circa difesa, residui e commercializzazione dei prodotti ortofrutticoli.
Commercializzazione e mondo produttivo sono sempre state in contrapposizione?
Tecnici e agronomi che operano nel settore delle uve da tavola sono stati chiamati a gestire la problematica delle richieste avanzate dalla GDO circa il numero dei residui da 15 – 20 anni. Ovvero da quando le prime catene hanno cominciato a sperimentare – e poi ad imporre – alle aziende agricole di fornire derrate alimentari con un più basso tenore di residui rispetto alle normative previste dal Ministero della Salute.
Già a quel tempo – la Coop in testa – proponeva ortofrutta a marchio “Prodotto con amore”, che presenta il 70% in meno degli agrofarmaci ammessi per legge. Gli obiettivi della GDO, allora, erano interni. Le catene volevano garantire un prodotto sicuro ai propri clienti senza rischiare di commercializzare cibo che non sarebbe stato ammesso da eventuali controlli da parte dell’ASL. Soltanto in un secondo momento questo modo di operare si è trasformato in “bandiera commerciale”. Ad oggi la Coop promuove la propria ortofrutta promuovendo con il seguente slogan “Con il 70% in meno dei residui massimi ammessi dalla normativa”.
Quale è stata la causa scatenante di questo tipo di approccio?
Tutto è cominciato quando la GDO tedesca, attorno ai primi anni del 2000, ha subìto numerosi attacchi da parte di associazioni ambientaliste, è stata messa alla sbarra degli imputati perché – secondo i manifestanti – proponeva frutta e verdura non salubre.
Ricordo anche che come simbolo di queste proteste c’era proprio un grappolo di uva da tavola con, all’interno degli acini, dei teschi per indicarne la tossicità. In risposta a questo movimento, le più grandi catene di distribuzione tedesche hanno avviato un processo di restrizione, che aveva come unico obiettivo quello di rispondere in maniera puntuale agli attacchi sferrati dagli ambientalisti tedeschi.
Il “nuovo corso” inizialmente ha sconvolto tutti i piani di difesa delle aziende agricole. Tecnici e agricoltori, nel momento storico in cui questo stravolgimento stava avvenendo, con le conoscenze scientifiche possedute all’epoca, sono entrati in affanno con la stesura dei piani di difesa. Posso testimoniare che è stata una sfida ardua.
Che anni erano?
Stiamo parlando degli anni in cui si era finalmente affermata la difesa integrata delle colture e le diverse regioni italiane stilavano i primi “disciplinari di difesa integrata”.
Questi documenti ammettevano ed ammettono ancora oggi tutta una serie di pratiche che erano poi i pilastri della difesa razionale delle colture; si tratta di metodi “scientificamente provati”. Tra i più importanti ritroviamo, ad esempio, l’alternanza dei meccanismi d’azione delle molecole.
Pratica necessaria a ridurre o azzerare (soprattutto in prodotti come l’uva da tavola) l’insorgere delle resistenze (quindi a salvaguardare l’efficacia dei prodotti e le dosi) da parte di funghi o insetti. Da un lato, quindi, c’erano i disciplinari proposti dagli enti pubblici e realizzati dalla comunità scientifica; dall’altro le richieste della GDO. Nel mezzo c’eravamo noi: tecnici e produttori, tra due fuochi e con pochissime certezze.
Cosa è accaduto, dunque?
Tutto ciò, al tempo, ha comportato – inevitabilmente – la deroga, oltre che ai disciplinari di difesa integrata, anche alle normali buone pratiche agricole. Ad essere “sacrificato” sull’altare della GDO è stata ovviamente l’alternanza dei principi attivi che presentavano meccanismi d’azione differenti. Bisogna ricordare che esiste il FRAC, un sistema internazionale che norma questo aspetto tenendo conto della patologia o dell’insetto.
Il FRAC impone dei limiti in etichetta per tutti i fitofarmaci commercializzati sulla base della possibile insorgenza di resistenze e sulla tipologia (lineare o crociata, ovvero se potrebbe provocare resistenze in caso di utilizzo con altri meccanismi d’azione) e raccomanda di non superare un determinato numero di trattamenti nel corso della stessa stagione. Tutto ciò, chiaramente, cozzava – e tutt’ora cozza – con la richiesta di un numero limitato di principi attivi sui prodotti.
Perché, ovviamente, se devo modificare numerose volte le sostanze, a seconda della patologia o dell’insetto che devo fronteggiare, alla fine, inevitabilmente mi ritroverò a fine stagione con 8 principi attivi, invece che con 4.
Si è stati costretti a contravvenire?
Per rispettare le esigenze della GDO si è finito con stressare le molecole. Tanto che abbiamo visto in diverse situazioni l’insorgenza di resistenze. In primo luogo con la botrite. Difatti se oggi fronteggiare la botrite mette e dura prova i produttori, è proprio per questa ragione. Stesso discorso è avvenuto anche nel Nord Italia per alcuni insetticidi usati su pesco e vite da vino. Questo perché stressare le molecole, soprattutto in annate in cui la pressione della malattia è molto alta, favorisce lo sviluppo di resistenze.
Oltre a stressare alcune molecole cos’altro si è stati costretti a fare per rispondere ai disciplinari della GDO?
Per ottenere dei prodotti commercializzabili siamo stati e siamo costretti a fare delle scelte. Per rendere efficace la difesa devo usare la molecola giusta al momento giusto. Ma se una molecola efficace, presenta un profilo di degradazione non favorevole, pur essendo – come anticipato – “efficace”, siamo costretti a non usarla.
Se la molecola, infatti, possiede un profilo di degradazione molto lento, seppur efficace in quel particolare momento di pressione, devo badare ad evitare il suo utilizzo perché potrebbe creare problemi al momento delle analisi, sia in termini di presenza del residuo sia in termini di eventuale percentuale sull’LMR (Limite Massimo di Residui). Anche perché gli strumenti che ci consentono di effettuare le analisi sui prodotti, ad oggi, sono sempre più sofisticate e i parametri sono sempre più stringenti.
Potremmo dire, quindi, che gli effetti dei nuovi disciplinari sulla produzione sono principalmente due: il numero delle molecole da usare e il fatto che oggi si preferisce usare una molecola con un miglior profilo residuale a scapito di molecole particolarmente efficaci, ma con maggiore residualità.
Oggi come siamo messi?
Ad oggi, comunque, il quadro è meno allarmante, per chi lavora nel settore e cerca di stilare un corretto piano di difesa. La ricerca, infatti, ha fatto passi da gigante che ci permettono il raggiungimento di standard elevatissimi dal punto di vista della salubrità del prodotto, senza pestare i piedi alla scienza.
Il livello richiesto dalle grandi catene italiane ed estere si è comunque alzato ancora di più: i prerequisiti richiesti delle certificazioni GlobalGAP, GRASP e IFS in qualche caso diventano leva commerciale. Le catane rimandano indietro camion carichi di frutta se le certificazioni risultano scadute. La COOP Svizzera impone un’implementazione della GlobalGAP – denominata SPRING – per dimostrare l’impegno delle aziende agricole nella gestione sostenibile dell’acqua.
COOP Italia promuove l’agricoltura di precisione e rilancia la strategia di riduzione dei pesticidi con una certificazione specifica denominata “Trasparenza sui Pesticidi”; finalizzata a valutare e monitorare l’utilizzo dei prodotti chimici in agricoltura. Senza trascurare Carrefour, che sta portando avanti una linea di prodotti Filiera Qualità “Bee-Api” a favore degli insetti impollinatori e contro l’uso di insetticidi.
Oggi quindi non è più un problema gestire correttamente la difesa per l’uva da tavola e allo stesso tempo ottenere un prodotto capace di rispondere alle richieste interne della GDO?
Ovviamente si tratta di competenze, know how e di organizzazione dell’azienda agricola. Non si può dire che non sia più un problema, ma rispetto a 15 o 20 anni fa abbiamo una valanga di strumenti e conoscenze in più. Esistono – e sono tante – le aziende viticole capaci di:
- lavorare sulla conservazione della sostanza organica;
- condurre le viti con nuove forme di allevamento in grado di abbassare la pressione di malattie;
- applicare la confusione sessuale sia per lobesia botrana che per cocciniglia;
- condurre una gestione alternativa dei suoli;
- dare degli apporti irrigui razionali così da evitare eccessiva umidità;
- Scegliere la tipologia di telo plastico più appropriata a seconda dell’esigenza specifica dell’areale sul quale insiste il vigneto.
Tutto ciò oggi ci consente di gestire meglio la difesa. Anche la conoscenza di tutta una serie di agenti di biocontrollo sta contribuendo ad aiutare i produttori nel controllo dei patogeni e delle fisiopatie. Oggi fare l’agronomo vuol dire saper calibrare tutto ciò, non solo conoscere il profilo di degradabilità delle molecole chimiche.
Negli ultimi anni, inoltre sono stati ripresi alcuni concetti che i disciplinari di difesa integrata avevano accantonato. Grazie a studi scientifici si torna a parlare – ad esempio – di trattamenti estintivi da posizionare alla vigilia della ripresa vegetativa per oidio e cocciniglie. L’introduzione di nuove tipologie di prodotti non chimici porta con sé anche la necessità di conoscere il modo migliore per utilizzarli.
La conoscenza legata al corretto uso degli agenti di biocontrollo è in pieno divenire. Penso ai bacillus in uso per il controllo di oidio e botrite. Alle volte, magari superficialmente, si potrebbe pensare: “Ho un prodotto che non residua, lo applico nella parte finale della raccolta”. Alcuni studi pubblicati ultimamente hanno invece dimostrato che applicare in questo modo il prodotto certo, evita il residuo, ma non protegge adeguatamente la coltura. Applicarlo, invece, a inizio campagna consente alla pianta di attivare le difese. Così il bacillus concorrerà per davvero ad abbassare la pressione della malattia o del fitofago.
In un certo senso, quindi, potremmo dire che i paletti posti dalla GDO sono stati un pungolo per il mondo produttivo?
Tutte le conoscenze acquisite in questi anni sono anche il frutto della sfida posta dalla GDO. Sì, da una lato questi disciplinari interni sono stati effettivamente dei pungoli che ci hanno aiutato a mettere a punto sistemi davvero integrati di produzione.
Non parlo solo di molecole o sostanze ammesse in bio, ma dell’integrazione di tecniche agronomiche e irrigue, studi sulla suscettibilità delle diverse varietà per evitare d’impiantare cultivar estremamente suscettibili, per esempio alla botrite, in areali particolarmente “vocati” al patogeno. A tal proposito io credo che oggi la figura dell’agronomo abbia senso di esistere soprattutto per effettuare delle valutazioni prima dell’impianto.
Concludendo, possiamo quindi affermare che se da un lato la GDO ci ha alzato l’asticella è anche vero che oggi siamo impeccabili nella produzione grazie anche all’acquisizione di tutta una serie di competenze acquisite in campo. A testimonianza di ciò oggi, pure con mille difficoltà, non è impossibile pensare di produrre uva da tavola in Bio. Quindici o venti anni fa sarebbe stato solo un miraggio.
Autore: Teresa Manuzzi
Copyright: uvadatavola.com