Autumn Crisp®, AllisonTM, Apulia Rosé: oggi tenere il passo con le nuove varietà di uva da tavola disponibili spesso può risultare complesso. Non solo per chi quelle uve le mangia, ma anche per tutti coloro che le producono. In particolare, per i più affezionati alla tradizione e, di conseguenza, all’uva da tavola Italia. Per decenni simbolo di un’intera produzione viticola, questa varietà è oggi alle prese con un crescente disinteresse che – in prospettiva – potrebbe renderla solo il ricordo di una stagione passata.
Le carte vincenti dell’uva Italia
Ottenuta nel 1911 dal professore Alberto Pirovano dall’incrocio tra le varietà Bicane e Moscato D’Amburgo, l’uva Italia è la varietà con semi più diffusa e commercializzata in Italia e in tutto il mondo. A sancirne il primato l’ottima produttività, la buona conservazione in pianta, ma soprattutto l’elevata qualità dei grappoli che nel tempo l’ha resa la regina indiscussa delle uve italiane.
“In passato l’uva Italia è stata l’uva italiana per eccellenza – racconta ai nostri microfoni il produttore Stefano Borracci – quando è arrivata, circa 40 anni fa, ha sostituito le vecchie varietà precoci come Primus, Regina, Mennavacca, grazie alle sue caratteristiche. Prima la raccolta non andava oltre il 20 settembre, anche perché – non disponendo di teli di copertura – con l’arrivo delle prime piogge, la stagione poteva dirsi finita. Con l’avvento dell’uva Italia, invece, abbiamo scoperto una varietà che, oltre ad avere una maggiore shelf-life, si mostrava resistente anche alle intemperie. Due elementi che hanno inevitabilmente permesso all’Italia di diventare la varietà per eccellenza. Poi è anche arrivata la risposta positiva dei consumatori e così la strada è stata spianata”.
“Quando è arrivata sul mercato, l’uva Italia poteva vantare proprietà e caratteristiche importanti che ancora oggi possiamo riscontrare – ricorda l’agronomo ed esperto Vittorio Filì – il gusto dell’uva Italia è molto forte, dolce, moscato e sicuramente per tantissimi anni questo ha rappresentato un fattore di successo che ha permesso a tale varietà di tenere duro anche quando hanno fatto la loro prima comparsa le varietà apirene. E anzi, laddove – sin dagli anni Novanta – questa nuova tendenza verso le seedless iniziava a farsi sentire, specialmente nei nostri areali produttivi, l’uva Italia è diventata una roccaforte, determinando anche un rallentamento nell’introduzione di nuove varietà. Poi, però, sono subentrate diverse problematiche: penso alla necessità di manodopera – sempre più difficile da reperire – per il diradamento degli acini che l’uva Italia esige o alla richiesta di grappoli più uniformi e meno grandi, in opposizione rispetto alla tendenza abituale ad avere grappoli più pesanti e quindi “più remunerativi” per il produttori. Si è innescato così quel declino di cui si parla tanto”.
Il declino dell’uva Italia
Problematiche e nuove varietà apirene hanno dunque rimescolato le carte e, sebbene in tanti ancora difendano l’uva Italia e la tradizione viticola di cui è divenuta inconsapevolmente custode, la progressiva riduzione degli ettari destinati alla sua coltivazione testimoniano la parabola discendente che da qualche anni sembra stia vivendo.
“Che la produzione di uva Italia stia andando incontro a un declino è evidente da qualche anno – conferma Borracci – e questo si deve in parte all’invecchiamento dei vigneti, perché ovviamente nessuno sta impiantando nuovi vigneti di uva Italia, ma soprattutto alla possibilità di coltivare varietà più performanti. Da parte sua, però, l’uva Italia può ancora giocarsi la carta del periodo di raccolta, che le permette ancora di ritagliarsi la sua nicchia”.
“Sicuramente non è più la varietà di punta – fa notare Filì – il mondo cambia e oggi ci sono nuove prospettive, nuovi bisogni e nuovi gusti. Nel caso dell’uva da tavola, questo si manifesta con la richiesta di nuove varietà senza semi. Perché, al di là delle caratteristiche organolettiche o di gusto, il dibattito oggi è: con o senza seme?”.

Grappolo di uva Italia a maturazione tardiva
C’è ancora domani
Di fronte all’evidente calo della produzione e forse di interesse dell’uva Italia, le riflessioni che si aprono sono molteplici e in alcuni casi anche divergenti.
“Penso che il comparto possa ancora valorizzare questa varietà, collocando l’uva Italia nel periodo giusto e così preservando la tradizione della nostra produzione. Senza – confessa Borracci – rischiamo di perdere la nostra identità che, a mio parere, nel nostro comparto non deve mancare, specie se si considera che siamo uno dei primi Paesi produttori di uva da tavola e, senza un elemento distintivo come può essere l’uva Italia, il rischio è di entrare in piena concorrenza sprovvisti di qualsivoglia elemento di distinzione”.
“A mio parere mantenere questa visione che l’uva Italia è la migliore di tutte non è proficuo, anche perché ormai la tendenza è quella ad aprirsi verso le nuove varietà. D’altra parte – fa notare Filì – a mio parere porsi la domanda “uva Italia sì o no” non è più sufficiente: ci sono tantissimi aspetti e uno di quelli che non si possono tralasciare è proprio la questione con/senza semi. Un bambino che oggi è abituato all’uva senza seme, mangerà quella per tutta la vita. E allora, come si diceva, il dibattito non è più sul destino di una varietà specifica come può essere l’uva Italia, bensì sul futuro delle uve con seme”.
Ilaria De Marinis
©uvadatavola.com