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In Croazia l’uva da tavola è diventata un piccolo lusso quotidiano. A confermarlo è il quotidiano Večernji list, che denuncia l’impennata anomala dei prezzi: a Sebenico un chilo di uva bianca viene venduto a 6 euro, a Zara e Dubrovnik si sale a 7, mentre a Pola si toccano addirittura gli 8 euro al chilo. Un paradosso, perché significa pagare un grappolo più o meno quanto la carne di vitello, come spalla, costolette o collo, sugli scaffali dei supermercati. Nemmeno la capitale sfugge a questa tendenza: a Zagabria i consumatori segnalano con crescente frustrazione che anche durante l’alta stagione l’uva difficilmente scende sotto i 5 euro al chilo.
Il divario tra i prezzi praticati all’ingrosso – attorno ai 2,50-2,75 euro al chilo, con medie nazionali fino a 3,50 euro – e quelli finali al dettaglio è enorme e contribuisce a generare malcontento, alimentato dal fatto che, in molti casi, i grappoli offerti non sono nemmeno di origine croata, ma importati dall’estero, spesso con qualità non sempre all’altezza delle aspettative.
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Italia, regina delle forniture
Dietro a questo mercato dai prezzi vertiginosi c’è una verità poco nota: la maggior parte dell’uva venduta in Croazia non è locale. E il principale fornitore è l’Italia, che nel 2024 ha esportato oltre 8.600 tonnellate per un valore di 15,1 milioni di euro. Un primato che mette in luce la forza della filiera italiana, capace di soddisfare un mercato sempre più dipendente dall’import. Seguono – a distanza – Paesi Bassi, Germania, Slovenia, Moldavia e Macedonia del Nord. Curiosamente, nonostante la dipendenza dalle importazioni, anche la Croazia esporta piccoli volumi di uva, diretti soprattutto verso Slovenia, Bosnia-Erzegovina e Ungheria.
Prezzi uva record, produzione interna ai minimi
La produzione nazionale di uva da tavola in Croazia è quasi simbolica: appena 1.304 tonnellate lo scorso anno, su circa 220 ettari, con una resa media di poco inferiore alle sei tonnellate per ettaro. Numeri minuscoli se confrontati con le 16.800 tonnellate importate, pari a oltre il 1100% in più rispetto a quanto coltivato internamente, per un valore di 31,2 milioni di euro. A rendere ancora più amara la realtà è il fatto che, nei mercati, gran parte dell’uva in vendita arriva da Spagna, Cile e Turchia, spesso con qualità discutibile.

Prezzi uva: i supermercati battono i mercati
Chi cerca prezzi più abbordabili deve rivolgersi alle catene di supermercati. A Konzum, ad esempio, l’uva bianca cilena si trova a 2,99 euro, quella rossa italiana a 3,99, mentre mezzo chilo di uva turca senza semi costa 2,19 euro. Le promozioni spingono i listini ancora più in basso, con una dinamica che rende i mercati tradizionali sempre meno competitivi. Tuttavia, ridurre la questione al solo confronto di listini rischia di offrire una lettura parziale: dietro i numeri si nasconde un fenomeno più ampio, legato alla percezione stessa dell’uva sul mercato croato.
Provando a cambiare prospettiva, i prezzi record dell’uva in Croazia non andrebbero letti soltanto come l’effetto di un mercato dipendente dall’import, ma come un indicatore di quanto il consumatore sia disposto a pagare per un frutto che altrove è percepito come comune. In un contesto in cui i grappoli raggiungono valori pari alla carne, emerge con chiarezza la distanza tra la disponibilità croata a riconoscere un premium price e il livello medio dei listini nei Paesi produttori. È qui che l’Italia, primo fornitore del mercato, potrebbe trovare un terreno fertile non tanto nell’incremento dei volumi, quanto nella costruzione di un posizionamento distintivo. Non si tratterebbe di “vendere di più”, ma di offrire costanza, affidabilità e qualità certificata, elementi che in un mercato maturo e con prezzi elevati diventano parte integrante del valore percepito. In altre parole, la Croazia non rappresenterebbe soltanto un canale commerciale di prossimità, ma un osservatorio privilegiato per capire fino a che punto l’uva italiana possa affermarsi come bene premium.
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Ilaria De Marinis
©uvadatavola.com