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Il 2025 si sta rivelando un anno particolarmente complesso per il comparto dell’uva da tavola pugliese. A una campagna commerciale segnata da volumi abbondanti e prezzi che faticano a garantire la sostenibilità delle aziende, si sommano ora i furti di uva, un fenomeno che non solo priva i produttori di parte del raccolto, ma contribuisce anche ad alimentare un mercato parallelo capace di destabilizzare ulteriormente il settore. L’ultimo episodio denunciato a Noicattaro riguarda l’azienda Giovanni Grasso Srl, vittima dell’azione criminale di ignoti che – tra venerdì e sabato – hanno sottratto tra le 8 e le 10 tonnellate di uva della varietà Autumncrisp®, per un valore stimato tra i 30 e i 35mila euro.
Un danno enorme, che non si esaurisce nella perdita economica immediata, ma riguarda la capacità stessa delle aziende di restare sul mercato e continuare a investire in un comparto già fragile.
La denuncia e il paradosso dei controlli
L’azienda agricola ha sporto denuncia ai Carabinieri di Noicattaro e inoltrato segnalazioni a Prefettura di Bari, Comando Provinciale, Regione Puglia, Ministero dell’Interno e Presidenza del Consiglio. “Non si tratta di un episodio isolato, ma di un fenomeno organizzato che mette a rischio le aziende e la sicurezza del territorio”, spiega il titolare Giovanni Grasso.
Ed è qui che emerge una contraddizione evidente: lo Stato impiega risorse importanti per controllare il lavoro delle aziende agricole, verificando giornate lavorative, contratti, visite mediche e contributi. Nulla di sbagliato – è chiaro – ma quando si tratta di investigare furti su larga scala la stessa accuratezza sembra mancare.
Il sistema appare così squilibrato. Da una parte gli agricoltori devono sottostare a verifiche serrate e burocratiche, spesso percepite come vessatorie; dall’altra, chi organizza veri e propri colpi continua ad agire con relativa impunità. Non si tratta di piccoli furti: portare via decine di quintali di uva richiede mezzi adeguati, squadre operative e una logistica ben pianificata. Eppure il prodotto rubato riesce a essere collocato con facilità attraverso canali paralleli di distribuzione, a quanto pare difficili da intercettare ma redditizi. È proprio lì che si alimenta un mercato nero che prospera sulle spalle dei produttori, alterando la concorrenza e annullando il lavoro onesto di un’intera filiera.

Furti di uva: un problema di sicurezza e di economia
Il furto agricolo non è un semplice reato contro il patrimonio, ma un fenomeno che incide sulla tenuta economica e sociale di interi territori. Sul piano economico significa vedere svanire in poche ore il frutto di mesi di lavoro, senza garanzie di ristoro. Sul piano sociale alimenta la sfiducia verso istituzioni percepite come assenti o incapaci di fornire risposte. E sul piano della sicurezza contribuisce a rafforzare reti criminali che spesso si intrecciano con altri traffici illeciti.
Non sorprende, infatti, che associazioni di categoria e sindacati agricoli parlino sempre più spesso di agromafie, mettendo in luce come l’agricoltura sia diventata un settore vulnerabile e dunque appetibile per chi agisce ai margini della legalità.
Chi c’è dietro?
La domanda resta inevasa. È difficile immaginare che simili furti siano opera di iniziative isolate. La quantità di uva sottratta, la precisione delle operazioni e la rapidità con cui la merce viene immessa sul mercato suggeriscono l’esistenza di gruppi ben strutturati. Fermarsi ai manovali del crimine non basta: è necessario risalire a chi gestisce i canali di distribuzione, a chi ha i contatti e soprattutto a chi trae vero profitto da queste attività. Specialmente in un territorio come la Puglia che di uva vive.
Cosa chiedono gli agricoltori
La richiesta di Giovanni Grasso, comune a tutti gli imprenditori agricoli, non riguarda soltanto la presenza di pattuglie nelle campagne, ma un impegno più incisivo. Servono indagini mirate capaci di smantellare le filiere criminali, strumenti di sorveglianza e politiche di sostegno per chi subisce danni tanto gravi da mettere a rischio la continuità dell’attività. Il rischio è che si consolidi una percezione già diffusa: quella di uno Stato che chiede molto in termini di regole e sacrifici, ma offre ancora troppo poco in termini di protezione reale.
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Ilaria De Marinis
©uvadatavola.com