Il Ministero della Salute ha concesso l’autorizzazione temporanea all’impiego del Dormex nelle colture di actinidia nel Sud Italia, con riferimento agli areali di Lazio, Campania, Basilicata, Calabria e Puglia. Il provvedimento rimette in campo, per un periodo limitato e con prescrizioni operative, il noto fitoregolatore utilizzato per gestire la ripresa vegetativa quando l’accumulo di freddo invernale è insufficiente e la dormienza diventa irregolare, con ricadute su uniformità di germogliamento, fioritura e tenuta produttiva. È un passaggio che arriva dopo anni di stop e dopo un percorso istituzionale riaperto proprio perché la criticità climatica è sempre più frequente nei distretti mediterranei. Ma è soprattutto una notizia che, inevitabilmente, interroga il comparto dell’uva da tavola: perché nella vite – dove la stessa esigenza viene denunciata da anni – non si è mai arrivati a un passaggio equivalente?
Dormex su vite da tavola: un rapporto ostacolato
Come noto, infatti, nel comparto dell’uva da tavola, il Dormex è rimasto a lungo un riferimento tecnico per la gestione della dormienza. Il vero crinale non è quindi tecnico, ma normativo-sanitario: In Italia l’uso è stato vietato già nel 2008 per ragioni legate alla sicurezza e, dal 2022, il divieto è stato esteso in modo uniforme a livello europeo con la revoca dell’autorizzazione comunitaria. In altre parole: non si discute di effetti sulla pianta, ma di tutela della salute umana – esposizione degli operatori, rischi per la popolazione potenzialmente coinvolta – ed è su questi profili tossicologici che, negli anni, si sono concentrate le valutazioni più delicate e i freni alle deroghe.
È proprio questo impianto – divieto per motivi sanitari, domanda tecnica che non si spegne – ad aver alimentato una dinamica che nella vite da tavola è tutt’altro che marginale: la circolazione irregolare del prodotto e un mercato parallelo che prospera quando un’esigenza agronomica non trova una risposta legale. Il Dormex, pur vietato, continua infatti a muoversi attraverso canali clandestini, con importazioni non autorizzate, travasi anonimi e applicazioni sottratte a tracciabilità e controllo. Il risultato è un cortocircuito: non elimina l’uso, lo sposta fuori dalle regole e proprio per questo lo rende meno governabile e, in ultima analisi, più pericoloso.

Perché l’uva no
Un’autorizzazione in deroga come quella ottenuta per il kiwi, dunque, oltre ad accontentare gli operatori della filiera, limiterebbe l’illegalità. Sulla carta, inoltre, l’architettura normativa è uguale per tutti. La deroga, di fatti, segue un percorso definito: richiesta, istruttoria, valutazioni tecniche e sanitarie, condizioni operative. Ma nella realtà quello che fa la differenza è chi porta la richiesta e come la porta. Il comparto del kiwi, negli ultimi anni, ha imparato a parlare “da filiera”: dati, numeri, allineamento tra organizzazioni, pressione istituzionale. Ha costruito una narrazione credibile, mettendo nero su bianco che, nelle attuali condizioni climatiche, la perdita di produttività rischia di diventare strutturale e che, in assenza di alternative realmente equivalenti, l’unica risposta praticabile – per quanto discussa – resta il ricorso a quello strumento.
E l’uva da tavola? Il comparto, paradossalmente, ha tutto per essere ascoltato: peso economico, occupazione, export, territori leader. Ma non si presenta compatto: la filiera è forte sul mercato, molto meno quando deve fare sistema. E qui sta la risposta più scomoda alla domanda iniziale: “perché l’uva no?”. Perché le autorizzazioni straordinarie non si ottengono con la somma di richieste individuali, né con pressioni frammentate. Si ottengono quando una filiera si assume il compito di presentarsi come un blocco unico: con priorità definite, dati condivisi, obiettivi chiari e un interlocutore riconoscibile.
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Ilaria De Marinis
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