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Con il decreto del 10 giugno 2025, il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali ha ufficializzato le retribuzioni medie giornaliere valide per l’anno in corso, ai fini dei contributi e delle prestazioni previdenziali dei lavoratori agricoli. Un provvedimento tecnico, certo, ma con ricadute concrete e rilevanti in comparti come quello dell’uva da tavola, che continua a rappresentare un pilastro produttivo in alcune province del Mezzogiorno.
Il decreto (n. 365/2025) stabilisce le soglie retributive da applicare per operai agricoli a tempo determinato e indeterminato, e diventa un riferimento obbligatorio per la determinazione dei contributi previdenziali, nonché per il calcolo di indennità e prestazioni sociali legate all’attività lavorativa agricola.
Ma qual è il valore effettivo di una giornata di lavoro per chi opera nel comparto dell’uva da tavola? Sebbene i dati siano riferiti all’intero comparto agricolo, è utile concentrarsi sulle province dove questa coltura è predominante, per valutare meglio le implicazioni concrete del decreto su territori fortemente specializzati. Parliamo dunque di Bari, BAT e Taranto in Puglia, Ragusa e Agrigento in Sicilia.
Retribuzioni agricoltori 2025: confronto tra Puglia e Sicilia
Per quanto concerne le province che rappresentano i principali poli produttivi dell’uva da tavola, il decreto del 10 giugno 2025 mostra dati retributivi distinti, ma eloquenti. In Puglia, la tabella fa riferimento alla provincia di Bari, che nei documenti statistici e previdenziali include anche i comuni della Barletta-Andria-Trani (BAT). Aspetto rilevante, dato che proprio in quest’area si concentra gran parte della produzione italiana di uva da tavola.
Le due province pugliesi interessate, Bari e Taranto, presentano retribuzioni giornaliere sopra la soglia degli 80 euro. Di contro, in Sicilia, le province di Ragusa e Agrigento si collocano su livelli più bassi, tra i 72 e i 75 euro. Il divario è evidente: una giornata di lavoro vale di più in Puglia che in Sicilia, anche a parità di coltura e di professionalità richiesta.
Chiaramente si tratta di dati non concepiti per rappresentare specificamente la filiera dell’uva da tavola. E tuttavia offrono uno spaccato utile per interpretare le condizioni retributive in aree produttive fortemente identificate con questa coltura.

Un dato che riflette squilibri concreti
Queste retribuzioni, infatti, non sono solo cifre di riferimento formale: incidono direttamente sul calcolo dei contributi versati all’INPS, sulla maturazione del diritto a pensione, malattia, maternità o disoccupazione agricola. Costituiscono inoltre una soglia di riferimento per la regolarità dei rapporti di lavoro stagionali.
Il fatto che, nel cuore della filiera dell’uva da tavola, le province pugliesi risultino più “riconosciute” dal punto di vista retributivo rispetto a quelle siciliane, apre una riflessione più ampia sull’equilibrio economico del comparto. Una maggiore valorizzazione del lavoro agricolo in Puglia, d’altro canto, può essere legata a dinamiche sindacali più consolidate, a un tessuto imprenditoriale più strutturato o a una migliore capacità di formalizzazione dei rapporti di lavoro.
Un comparto nazionale solo di nome? Vale anche per le retribuzioni
Non è una novità: quando si parla di uva da tavola, in Italia il termine “nazionale” è spesso più formale che reale. A differenza di altri Paesi produttori – come la Spagna, la Grecia o l’Egitto, dove il comparto si presenta in modo coeso e strategicamente compatto – in Italia la narrazione si divide storicamente tra Puglia e Sicilia, con poco o nessun coordinamento a livello centrale. Si parla di “uva pugliese”, “uva siciliana”, quasi mai di “uva italiana”.
E ora, a questa frammentazione produttiva, se ne affianca anche una retributiva. I dati ufficiali del decreto 2025 lo confermano: a parità di comparto, di mansioni e di competenze richieste, un lavoratore agricolo percepisce una retribuzione più alta in Puglia rispetto alla Sicilia. E questo non può che rafforzare un divario già strutturale, che rende più difficile parlare di un comparto realmente unitario.
In tal senso, e nel contesto di un’agricoltura che guarda sempre più all’internazionalizzazione, all’organizzazione di filiera e all’efficienza logistica, la mancanza di una visione integrata nazionale sull’uva da tavola rappresenta un freno competitivo, che si riflette tanto sul posizionamento nei mercati esteri quanto sulla condizione economica di chi lavora nei campi.
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Ilaria De Marinis
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