Uva senza semi e le contraddizioni della GDO

I supermercati oggi richiedono uva di qualità e sicura. Ma di fronte a una disponibilità di prodotto siciliano già in maggio, si continua a preferire l’estero fino a luglio

da Ilaria De Marinis
uva senza semi brunetti (1)

In Italia la stagione dell’uva senza semi inizia molto prima di quanto raccontino gli scaffali dei supermercati. Come avvenuto anche quest’anno, già tra la fine di maggio e i primi di giugno in Sicilia sono disponibili le prime produzioni, frutto di investimenti, ricerca varietale e un anticipo che negli ultimi anni ha permesso ai produttori di competere con i grandi esportatori extra UE.
Eppure, la grande distribuzione continua a proporre per settimane uve provenienti dall’estero, aprendo le linee dedicate alla produzione nazionale soltanto da luglio, quando parte la raccolta in Puglia. Una scelta che molti addetti ai lavori considerano incoerente rispetto alle promesse di freschezza e prossimità che la stessa GDO utilizza nella comunicazione ai consumatori.

Ne abbiamo parlato con Angelo Brunetti, produttore siciliano e fondatore della linea Uva Brunetti Seedless, che definisce questa dinamica “un’anomalia che si ripete ogni anno”. A suo dire, “la GDO italiana incorre nella contraddizione di professare qualità e freschezza, pur continuando ad approvvigionarsi dalle zone di produzione extra UE, nonostante già da fine maggio sia disponibile l’uva senza semi siciliana”.
E aggiunge: “Aprire le linee di vendita nei negozi italiani con la senza semi soltanto a luglio quando inizia, con circa un mese di ritardo rispetto a noi, la raccolta della Puglia, è quantomeno paradossale. Noi siamo nelle condizioni di far partire i programmi già agli inizi di giugno”. 

La questione d’altronde non riguarda solo i produttori più strutturati, ma un intero comparto che negli ultimi anni ha investito per anticipare il calendario e offrire un prodotto certificato, tracciato, con controlli fitosanitari stringenti.

Dalla folgorazione per l’uva senza semi alla crescita: il caso Brunetti

Brunetti è uno dei tanti produttori che hanno puntato sull’uva senza semi quando ancora il mercato italiano non sembrava pronto. La sua storia personale nasce da un episodio del 2010: durante un viaggio, in hotel, gli servono un grappolo d’uva senza semi. Per abitudine cerca il seme acino dopo acino, senza trovarlo; finisce per mangiare l’intero grappolo. Quell’esperienza lo convince che la seedless possa avere un potenziale enorme. Avendo già a disposizione alcuni terreni, avvia le prime prove di coltivazione. Dal 2015 l’azienda cresce stabilmente: pochi ettari diventano decine, poi centinaia. Oggi la Brunetti Seedless si prepara a raggiungere circa 200 ettari. Molteplici le varietà coltivate (dalla serie Arra – con in particolare l’Arra 30 – Sugar Drop™, fiore all’occhiello della produzione – alla Millennium, dalla Summer Royal all’AutumnCrisp®, dalla Timco alla Ruby Rush®), tutte seguendo protocolli di tracciabilità e certificazioni di qualità rilasciate da enti terzi.
I mercati mostrano una preferenza crescente per l’uva senza semi di produzione europea, sana, salubre e garantita. Infatti riusciamo a competere efficacemente con i prodotti d’oltremare, puntando su qualità e sicurezza”, spiega Brunetti. E in relazione alla stagione appena conclusa, sottolinea i risultati molto positivi ottenuti “grazie all’attenzione che abbiamo posto alle esigenze agronomiche specifiche di ogni varietà e alle favorevoli condizioni climatiche. Per il futuro puntiamo ad ampliare ulteriormente le superfici dedicate alle varietà seedless e a consolidare la nostra presenza sui mercati esteri”.

uva senza semi arra

Occorre maggiore coerenza

Il paradosso segnalato da Brunetti non è solo una critica, ma una richiesta di allineamento tra la disponibilità reale del prodotto e le scelte commerciali della GDO. Il mercato italiano dell’uva seedless, secondo i dati del CSO, è in crescita (+5% nella produzione), così come la domanda dei consumatori, sempre più orientata verso uve europee, tracciabili e sicure.

Per molti produttori si tratta di una questione non solo economica, ma culturale: rendere visibile la produzione nazionale nel momento in cui è disponibile significherebbe valorizzare investimenti, competenze e un anticipo stagionale che è diventato un vantaggio competitivo del Mezzogiorno. E se per il 2025, il dado ormai è tratto, l’auspicio è che le scelte distributive dei prossimi anni possano finalmente riflettere il potenziale di un comparto che chiede semplicemente di essere messo nelle condizioni di competere ad armi pari, partendo dal calendario reale dei campi e non da quello, più rigido, degli scaffali.

Ilaria De Marinis
©uvadatavola.com

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