Global Grape Group: un’alleanza globale per l’uva

Si tratta di una rete che riunisce produttori di Cile, Perù e Messico con l'obiettivo di rilanciare i consumi, investendo in una promozione generica e coordinata del prodotto

da Ilaria De Marinis
global grape group

Mentre il comparto dell’uva da tavola cerca nuove risposte al calo dei consumi e alla crescente pressione sui margini, prende forma un nuovo soggetto internazionale: si chiama Global Grape Group e nasce con un obiettivo dichiarato: aumentare il consumo di uva da tavola in tutto il mondo. 

Si tratta di una piattaforma che unisce i produttori di uva da tavola di Cile, Messico e Perù attorno a una strategia comune: rimettere al centro il consumatore, investendo in una promozione generica e coordinata del prodotto. Come spiegato in una recente intervista da Ignacio Caballero, direttore esecutivo del Comitato cileno per l’uva da tavola e tra i promotori dell’iniziativa, l’intento è “finanziare programmi di marketing che stimolino il consumo nei principali mercati di destinazione”.

Il Global Grape Group nasce infatti da una constatazione semplice: la competizione non si gioca più solo nei campi o nei magazzini, ma tra gli scaffali, davanti al consumatore che decreta il valore del prodotto.

Come si finanzia il Global Grape Group

A sostenere economicamente il progetto sono le associazioni nazionali che rappresentano i produttori nei rispettivi Paesi. Il meccanismo è proporzionale ai volumi. I membri principali – ovvero le associazioni che rappresentano i coltivatori – pagano una tassa per ogni cartone esportato. Una scelta che ha un valore politico prima ancora che operativo: chi esporta di più, contribuisce di più. E, soprattutto, investe non sulla propria azienda, ma sul prodotto in quanto tale. Una logica che se in molti comparti è ormai già consolidata, ma che nell’uva da tavola è sempre stata debole e stenta a decollare.

Un ruolo strategico è poi affidato ai retailer, intesi non come semplici clienti, ma come partner. Per questo, nella prima fase, il gruppo investirà in programmi di conversione: materiali per i punti vendita, buoni sconto digitali, degustazioni in-store, banner sugli e-commerce. Mentre in una seconda fase, l’obiettivo sarà allineare queste iniziative a una campagna comune: Have a Grape Day!.

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I primi numeri: +10 milioni di dollari

La campagna, lanciata in via sperimentale negli Stati Uniti, avrebbe già prodotto risultati significativi. Secondo quanto riferito da Caballero, Have a Grape Day! avrebbe infatti generato 10 milioni di dollari in vendite aggiuntive e un aumento del consumo pro capite di 1,4 kg. Numeri che, al di là dell’impatto economico immediato, raccontano qualcosa di più profondo: non basta più limitarsi a “vendere” l’uva, occorre inserirla stabilmente nelle abitudini alimentari, trasformarla in un gesto quotidiano, spontaneo, quasi automatico. In altre parole, non è solo una questione di offerta, ma di posizionamento, frequenza di consumo e costruzione di una relazione continuativa con il prodotto.

E l’Italia?

Guardando a iniziative come il Global Grape Group, il confronto con il sistema italiano diventa inevitabile. Il nostro Paese – pur essendo uno dei principali produttori mondiali di uva da tavola – resta strutturalmente debole sul piano della promozione e della strategia di consumo. La filiera ha investito molto su varietà, tecniche colturali e innovazione. Molto meno sull’immaginario del prodotto e sulla sua presenza nella vita quotidiana dei consumatori.  E se è vero che il Global Grape Group non risolverà i problemi del comparto, è altrettanto vero che può costituire un esempio virtuoso: quello di un comparto che fa rete – oltre i confini nazionali – e sceglie di parlare direttamente al consumatore. Un esempio tanto più illuminante per la nostra realtà, dove già solo unire Puglia e Sicilia – principali poli produttivi – talvolta può rappresentare un’impresa ardua. 

Ilaria De Marinis
©uvadatavola.com

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