Indice
Una cassetta di uva bianca da circa 2,5 chilogrammi a 0,99 euro al chilo, a condizione di acquistarne almeno due. È bastata l’ultima promozione comparsa nella Grande Distribuzione Organizzata per riaccendere un confronto che, in realtà, accompagna la campagna pugliese ormai da settimane. A denunciarlo – per quanti fossero ancora convinti che certe criticità prendano forma solo sulle nostre pagine – è Coldiretti Puglia, che attraverso un post Facebook ha denunciato una pressione sul prezzo che finirebbe inevitabilmente per trasferirsi a monte, fino al vigneto. Secondo l’associazione, con un prodotto agricolo valorizzato nell’ordine di 0,30-0,40 euro al chilogrammo, la remunerazione riconosciuta al produttore rischia di diventare incompatibile con i costi sostenuti per arrivare alla raccolta. La promozione a 0,99 euro è dunque il nuovo episodio di una stagione nella quale il problema non sembra più essere soltanto a quanto vendere l’uva, ma riuscire a venderla. A inizio agosto il quadro era già evidente: gli operatori segnalavano trattative rallentate, ordini ridotti e prodotto che rimaneva sulle piante. La discesa delle quotazioni, quindi, appariva già allora più come l’effetto visibile di una difficoltà commerciale che come la sua causa.
L’uva 0,99 euro, quanto rimane davvero?
Il conto presentato da Coldiretti è eloquente. Su una cassetta da 2,5 chilogrammi venduta al consumatore per 2,475 euro, l’associazione considera 0,75 euro per il prodotto agricolo, ipotizzando 0,30 euro al chilogrammo; 0,40 euro per il cartoncino, 0,10 per la copertina, altri 0,05 tra etichetta, pedana e reggia, 0,35 euro per il trasporto, 0,09 per la quota di fine anno, 0,50 euro per la raccolta e circa 0,10 euro di Iva.
Secondo questa ricostruzione, si arriva già a circa 2,34 euro per cassetta. Il punto, naturalmente, non è trasformare questa scomposizione in un listino universale della filiera: costi, condizioni contrattuali e margini cambiano tra operatori e forniture. Il dato serve però a mostrare quanto poco spazio rimanga quando il prezzo finale viene utilizzato come leva promozionale.
Ed è proprio qui che la denuncia di Coldiretti intercetta una questione più ampia. Il produttore sostiene per mesi costi che non può rinviare: coperture, strutture, carburanti, manodopera, difesa, irrigazione, nutrizione, mezzi tecnici, gestione del vigneto. Quando arriva il momento della raccolta, però, non conosce ancora quale sarà la reale capacità del mercato di assorbire l’uva prodotta né a quale prezzo. Gli altri anelli della catena possono reagire alla domanda: la distribuzione modifica i programmi, il buyer riduce gli ordini, il confezionatore evita di acquistare quantità che non ha già collocato. L’uva da tavola, invece, continua il proprio ciclo e arriva comunque a maturazione.

Anche la corsa alle seedless mostra i suoi limiti
Dentro questo scenario va riletta anche la trasformazione varietale che negli ultimi anni ha cambiato radicalmente il comparto italiano. Le uve senza semi hanno intercettato correttamente un mutamento delle preferenze del consumatore, soprattutto nelle famiglie giovani, e continuano a rappresentare una parte fondamentale dell’offerta italiana. Pensare però che una varietà brevettata o l’apirenia possano garantire automaticamente un prezzo elevato sarebbe oggi pericoloso.
Quando numerosi impianti entrano contemporaneamente in produzione e molte varietà rispondono alla stessa richiesta commerciale – uva bianca, croccante, senza semi, con buona conservabilità – la caratteristica che inizialmente distingueva il prodotto tende progressivamente a diventare uno standard.
Il rischio era già emerso prima dell’avvio della campagna. A giugno le prospettive qualitative apparivano buone e i carichi generalmente regolari, ma per alcune varietà, come Autumncrisp®, venivano segnalati volumi particolarmente elevati. Allora l’assenza degli acquisti anticipati poteva ancora essere letta come un ritorno alla normalità dopo alcune campagne anomale. Oggi, però, l’acquisto in campo a poco più di 0,70 euro al chilogrammo, a fronte di un potenziale commerciale che può arrivare a essere anche quattro volte superiore, restituisce la misura di quanto il mercato stia comprimendo il valore riconosciuto alla produzione.
Programmare. Programmare. Programmare.
È qui che la promozione a 0,99 euro assume un significato che va oltre la singola insegna della GDO. Coldiretti chiede maggiore trasparenza nella formazione dei prezzi, controlli sulle pratiche commerciali sleali e una remunerazione capace di coprire i costi di produzione. Richieste comprensibili, soprattutto davanti a quotazioni agricole nell’ordine di pochi decimi di euro al chilogrammo. Ma intervenire soltanto sul prezzo rischierebbe di non risolvere il problema.
Se l’offerta disponibile supera, in determinati momenti, i programmi della distribuzione e dell’export, la pressione al ribasso continuerà a ripresentarsi. E se ogni azienda decide autonomamente cosa piantare, quanto produrre e quando entrare sul mercato, mentre la domanda è concentrata nelle mani di pochi grandi interlocutori commerciali, il produttore continuerà ad arrivare alla raccolta con l’incognita più importante ancora aperta: chi comprerà quell’uva e a quali condizioni?
Per questo il tema delle OP, dell’aggregazione e della programmazione commerciale diventa sempre meno rinviabile. Occorre conoscere prima le potenzialità dei mercati, costruire programmi con i clienti, coordinare volumi e calendari e decidere gli investimenti varietali anche sulla base della domanda attesa. È forse l’eredità più tangibile che la stagione 2026 sta lasciando al comparto. Con buona pace di quanti continuano ad attribuire a queste pagine la singolare capacità di condizionare le quotazioni dell’uva o persino i piani alti della GDO. Del resto, prendersela con la cronaca per le criticità del mercato è un po’ come prendersela con il termometro perché sale la febbre: assurdo e inutile.
Ilaria De Marinis
©uvadatavola.com