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Mentre l’estate si prepara a entrare nel vivo con le prime ondate di caldo, l’emergenza idrica nel Sud Italia si conferma una minaccia concreta e crescente. Le piogge primaverili, troppo brevi e localizzate, non sono bastate a ristabilire un equilibrio idrico già fortemente compromesso. Puglia, Basilicata e Sicilia si trovano oggi ad affrontare una crisi che non è più straordinaria, ma sistemica. E che rischia di colpire in pieno le diverse colture locali, prima fra tutte l’uva da tavola.
Emergenza idrica in Puglia: sotto stress il cuore dell’uva da tavola italiana
In Puglia – prima regione italiana per produzione di uva da tavola – la stagione si annuncia difficile. Specialmente nei campi del barese e del tarantino, dove la mancanza d’acqua rischia di compromettere rese, pezzature e qualità.
Secondo Coldiretti Puglia, le perdite nei campi superano già il 30% in molte aree, e la situazione peggiora ogni settimana. La diga di Occhito, risorsa chiave per l’irrigazione, contiene il 30% in meno d’acqua rispetto allo stesso periodo del 2024. I sistemi irrigui non reggono la domanda: la pressione cala, le turnazioni si allungano e molti produttori stanno ricorrendo ai pozzi, con costi sempre più alti e falde in costante discesa.
Il problema è che proprio adesso l’uva inizia ad aver bisogno d’acqua. La fase cruciale dell’ingrossamento dei grappoli richiede irrigazione costante e calibrata. In sua assenza, la pianta va in stress idrico: gli acini restano piccoli, la buccia si ispessisce e aumenta il rischio di spaccature. E con i primi caldi sopra i 35 °C – già registrati in Capitanata – il conto per i viticoltori rischia di diventare insostenibile.
Basti pensare che nel primo trimestre del 2025 gli invasi del Tavoliere pugliese hanno registrato una riduzione drastica delle riserve: al 10 marzo, le dighe contenevano solo 78 milioni di m³, contro i 179 milioni nel 2024 (‑56 %). L’invaso di Occhito, in particolare, è passato da 115 M m³ lo scorso gennaio a soli 31,5 M m³ a inizio gennaio 2025, una perdita secca di circa 83,5 M m³ (‑73 %). La pressione nelle condotte irrigue cade drasticamente e le turnazioni sono estese, con pochissime ore di acqua garantite quotidianamente ai vigneti da tavola di Fasano, Ginosa e Taranto, le aree più vocate.
Il confronto con il 2024 è impietoso: già allora la siccità aveva accelerato la maturazione dell’uva da tavola di 15 – 20 giorni, riducendo il °Brix medio a 15-16 anziché 18-19 per la raccolta, e le rese per ettaro erano risultate inferiori rispetto alla media storica. Tuttavia, grazie ai prezzi più elevati – supportati da un’offerta limitata – il comparto aveva comunque chiuso con un bilancio positivo.
Per la stagione 2025, però, la situazione è critica: con il livello dei serbatoi dimezzato rispetto al 2024 e senza piogge significative previste, l’irrigazione delle uve da tavola rischia di non essere garantita nemmeno nelle fasi fenologiche più sensibili.
In termini agronomici, senza l’integrazione di supporti tecnici come irrigazione a goccia a pressione controllata, sonde nel terreno per monitorare l’umidità e pozzi di supporto, la stagione 2025 rischia di causare gravi ripercussioni sui volumi esportabili e sul valore economico del comparto.
Basilicata: crisi alle porte nel metapontino
Anche in Basilicata, la situazione è tesa, soprattutto nel metapontino, dove si concentra la produzione di uva precoce destinata ai mercati esteri. La diga di Monte Cotugno contiene meno del 40% della sua capacità, e la rete di distribuzione è al collasso. Le turnazioni irrigue non vengono rispettate e si parla già di tagli alle dotazioni settimanali proprio mentre l’uva entra in una fase vitale di sviluppo.

Diga di Rosamarina
ll paradosso dell’emergenza idrica in Sicilia
In Sicilia la crisi idrica assume contorni quasi grotteschi. A maggio 2025, nonostante una perturbazione che ha portato circa 3 milioni di m³ alle dighe in breve tempo, le riserve restano ben al di sotto dei livelli medi degli ultimi dieci anni. L’autorità di bacino stima attualmente circa 260 milioni di m³ d’acqua immagazzinati, rispetto a una media decennale di oltre 350-500 milioni – un deficit stimato tra il 20% e il 30%.
Le disuguaglianze territoriali complicano ulteriormente il quadro: la pioggia di maggio ha interessato soprattutto l’est Sicilia, lasciando vuoti gli invasi dell’ovest come Rubino e Arancio. L’invaso Rubino, nel Trapanese, ha visto la capacità utile ridursi da 11 a meno di 5 milioni di m³ a causa di criticità strutturali, rendendolo – di fatto – inutilizzabile per l’agricoltura locale. Il lago Arancio, nell’Agrigentino, non ha beneficiato delle recenti piogge, aggravando una situazione già al limite.
Il comparto dell’uva da tavola – concentrato nell’ovest isolano – si trova così a fronteggiare costi energetici per il pompaggio da acque di falda e dagli invasi profondi esorbitanti rispetto alla spesa media del 2024. Inoltre, la dispersione nella rete idrica siciliana supera il 50%, con giacimenti idrici distribuiti male e non interconnessi, aggravando il paradosso: l’acqua c’è in alcune aree, ma non può essere inviata dove serve davvero
La linea sottile tra redditività e nuova crisi
Nel 2024 il Sud Italia ha già affrontato una vera e propria crisi idrica, con variazioni significative nelle riserve d’acqua rispetto all’anno precedente. In Puglia, secondo dati dell’Anbi, le dighe contenevano meno della metà dell’acqua rispetto al 2023, con sbocchi giornalieri attorno a 1,4 milioni di m³, un segnale che la pressione sugli invasi era già altissima. Nello stesso periodo, la situazione non era migliore neppure in Sicilia: gli invasi regionali contenevano appena 348 milioni di metri cubi d’acqua, contro una media decennale di oltre 500 milioni, con punte critiche in province agricole chiave come Trapani e Agrigento.
Nonostante queste condizioni, l’uva da tavola è riuscita a mantenere, nella passata stagione, una qualità elevata. Grazie a una gestione attenta delle risorse idriche e a un clima che ha anticipato la maturazione, l’offerta si è ridotta, ma ha incontrato un mercato favorevole: i prezzi all’origine sono saliti e la spesa complessiva al dettaglio è cresciuta rispetto al 2023. Paradossalmente, in molte aree, la scarsità ha quindi migliorato la redditività.
Il confronto con il 2025, però, è preoccupante. I bacini regionali – come Occhito in Puglia o Monte Cotugno in Basilicata – registrano ora livelli idrici ancora più bassi rispetto al 2024, con cali stimati fino al 30% su base annua. In Sicilia, secondo i dati aggiornati della Regione, le riserve sono inferiori del 25% rispetto alla media degli ultimi dieci anni, e molte dighe dell’ovest dell’Isola sono ormai tecnicamente inutilizzabili.
Tutto questo implica un rischio concreto per il comparto dell’uva da tavola: non solo per i volumi produttivi, ma anche per la qualità finale del raccolto, messa in pericolo dall’assenza d’acqua nelle fasi più delicate dello sviluppo del grappolo.
Se dunque il 2024 ha dimostrato come un’offerta ridotta possa ancora garantire valore attraverso la qualità e la domanda, l’annata 2025 rischia invece di minare entrambi i pilastri della filiera: quantità e qualità. E questa volta, senza interventi rapidi e strutturali, la crisi idrica potrebbe non lasciare margini di recupero.
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Ilaria De Marinis
©uvadatavola.com