Peronospora, nuove difese dal gene editing

A offrire nuovi spunti, uno studio sull’editing simultaneo dei geni DMR6, che potrebbe ridurre la suscettibilità della vite a Plasmopara viticola, agente causale della malattia

da Ilaria De Marinis

Quando si parla di peronospora, il pensiero corre quasi sempre ai trattamenti; eppure una delle domande più interessanti oggi è un’altra: quali meccanismi genetici la rendono vulnerabile a Plasmopara viticola? È proprio da questo cambio di prospettiva che trae spunto lo studio condotto da Fondazione Edmund Mach con Enza Zaden Research & Development B.V., braccio scientifico del gruppo sementiero olandese Enza Zaden, volto a ridurre la suscettibilità della vite alla peronospora attraverso l’editing di specifici geni della pianta. 

Al centro del lavoro di ricerca, due geni della famiglia DMR6, VviDMR6-1 e VviDMR6-2, modificati tramite CRISPR/Cas9 in due cultivar di uva da tavola, Crimson Seedless e Sugraone. L’obiettivo? Verificare se il silenziamento di questi geni potesse ridurre la vulnerabilità della vite a Plasmopara viticola, agente della peronospora, senza alterare in modo evidente il comportamento della pianta.   

Il ruolo dei geni DMR6

A spiegare perché i geni DMR6 siano un bersaglio interessante è il loro legame con l’acido salicilico, molecola chiave nelle risposte immunitarie delle piante contro patogeni come Plasmopara viticola, capaci di colonizzare tessuti vivi e sfruttare a proprio vantaggio la fisiologia dell’ospite. Questi geni, come spiegano gli autori, codificano enzimi coinvolti nella regolazione dell’acido salicilico e funzionano da regolatori negativi dell’immunità: in sostanza, contribuiscono a tenere sotto controllo la risposta difensiva della pianta. Disattivarli significa quindi provare ad alzare la soglia di sorveglianza interna della vite, rendendola meno favorevole all’insediamento del patogeno.

Il punto delicato è che, nella vite, il sistema è più articolato di quanto sembri. Accanto ai due geni VviDMR6-1 e VviDMR6-2, la famiglia comprende anche tre geni DLO, anch’essi coinvolti nell’equilibrio dell’acido salicilico. Per questo i ricercatori hanno voluto capire se fosse sufficiente intervenire su un solo gene o se, al contrario, servisse colpire entrambi i bersagli DMR6. La risposta emersa dallo studio è netta: la mutazione singola non basta. Solo il doppio knock-out di VviDMR6-1 e VviDMR6-2 ha ridotto in modo consistente la suscettibilità alla peronospora, indicando una possibile ridondanza funzionale tra i due geni e confermando che, nella vite, la resistenza non si costruisce agendo su un unico interruttore molecolare.

La differenza del doppio editing 

A dare peso alla ricerca è soprattutto la prova sperimentale. I ricercatori non si sono fermati alla costruzione delle linee editate, ma hanno messo le piante a confronto con Plasmopara viticola, prima su dischi fogliari e poi direttamentes su piante intere, valutando la severità della malattia in base alla sporulazione osservata sulle foglie. È qui che il risultato diventa interessante: le piante modificate in un solo gene, VviDMR6-1 oppure VviDMR6-2, non hanno mostrato una riduzione sufficiente della suscettibilità; al contrario, l’effetto emerge con maggiore chiarezza quando entrambi i geni vengono disattivati.

Secondo quanto riportato, il doppio mutante dmr6-1_2 ha ridotto la suscettibilità alla peronospora in entrambe le cultivar considerate, anche se con una risposta più marcata nella prima. Che vuol dire: l’editing funziona, ma non allo stesso modo in ogni assetto genetico. 

Un altro elemento rilevante riguarda il comportamento delle piante dopo la modifica. Stando a quanto osservato dagli autori, i mutanti mantenuti in serra per oltre un anno non hanno mostrato alterazioni evidenti nella crescita. Il dato va letto con prudenza, perché una pianta in serra non è ancora una pianta in vigneto, esposta a stress idrici, carichi produttivi, patogeni multipli e oscillazioni climatiche. Tuttavia, rappresenta un primo segnale utile: la riduzione della suscettibilità non sembra accompagnarsi, almeno nelle condizioni testate, a complicazioni dello sviluppo.

peronospora gene editing

Confronto tra piante di Crimson Seedless e Sugraone editate nei geni DMR6. Per ciascuna cultivar sono riportati, da sinistra a destra, il controllo non editato (wt), il mutante dmr6-1, il mutante dmr6-2 e il doppio mutante dmr6-1_2. Le immagini mostrano piante acclimatate in serra sei settimane dopo la potatura, al momento dell’inoculo con Plasmopara viticola.

Dalla serra al campo

Il risultato più interessante riguarda il legame tra doppio editing e aumento dell’acido salicilico libero nelle foglie, osservato nei mutanti dmr6-1_2 rispetto alle piante non editate. Per i ricercatori, questo dato rafforza l’ipotesi che la minore suscettibilità alla peronospora derivi da una diversa regolazione della risposta immunitaria della vite. La prospettiva è rilevante, perché apre alla possibilità di ottenere cloni meno vulnerabili a Plasmopara viticola intervenendo su geni propri della pianta, anche attraverso approcci di editing potenzialmente DNA-free. Al tempo stesso, lo studio mantiene un perimetro prudente: l’aumento dell’acido salicilico può incidere anche su crescita, sviluppo e fitness, e la risposta osservata in serra dovrà essere verificata in vigneti sperimentali, sotto pressione naturale del patogeno e in condizioni produttive reali. La strada indicata dal lavoro è quindi promettente, ma ancora da validare: il doppio editing dei geni DMR6 offre un bersaglio credibile per ridurre la suscettibilità della vite, mentre la piena utilità agronomica dipenderà dalla capacità di confermare stabilità, efficacia e assenza di effetti indesiderati nel tempo.

 

Ilaria De Marinis
©uvadatavola.com

Articoli Correlati