Indice
- Una strategia alternativa: l’agroecologia
- I concetti di resistenza e resilienza nel vigneto
- Viticoltura rigenerativa
- Fertilità biologica dei suoli
- Microrganismi presenti nel suolo e nella rizosfera
- Sovescio verde e compostaggio aziendale dei residui colturali
- Difesa ecocompatibile nella viticoltura rigenerativa
L’agricoltura moderna ha comportato la semplificazione della componente floristica e faunistica (biodiversità) degli ecosistemi, raggiungendo una forma estrema nelle monocolture. Il risultato finale è un ecosistema artificiale che per sopravvivere richiede un costante intervento dell’uomo. Nella maggior parte dei casi tale intervento corrisponde agli input agrochimici, i quali – oltre a dare un temporaneo impulso alle rese – si traducono in una serie di costi ambientali e sociali. Il processo di semplificazione ambientale in agricoltura giunge a una forma estrema nelle monocolture, le quali modificano la biodiversità in diversi modi:
- espansione dei terreni coltivati con perdita di habitat naturali;
- costituzione di paesaggi agrari omogenei dotati di un basso valore come habitat per le specie selvatiche;
- scomparsa di specie e riduzione di biodiversità funzionale come conseguenza diretta degli input chimici e di altre pratiche colturali;
- erosione di risorse genetiche preziose dovuta a un maggior ricorso a poche varietà con alte rese.
In questo contesto, uno dei problemi derivante dall’omogeneizzazione dei sistemi agricoli è la maggiore vulnerabilità delle colture agli insetti fitofagi e alle malattie, che possono essere devastanti su una coltura uniforme, in special modo quando questa si estende su una vasta superficie. Per la difesa di tali colture, un ingente quantitativo di prodotti fitosanitari viene immesso nella biosfera, con ingenti costi umani e ambientali. Un contesto non sostenibile, che ha reso sempre più necessario un approccio alternativo, basato su principi ecologici, al fine di progettare sistemi agricoli più sostenibili che traggano pieno beneficio dalla biodiversità agraria.
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Una strategia alternativa: l’agroecologia
Da un punto di vista generale, lo studio dell’agroecologia promuove un’impostazione dell’agricoltura più sensibile all’ambiente e al tessuto sociale, mettendo a fuoco non solo il problema della produttività, ma anche la sostenibilità ecologica del sistema. L’agroecologia può essere ritenuta perciò come una integrazione di idee e metodi afferenti a diversi ambiti (scienze agrarie, ecologia teorica e applicata, studio della dinamica delle popolazioni, ecc.), piuttosto che una disciplina a sé stante. Essa si riferisce allo studio dei fenomeni prettamente ecologici del campo coltivato, come le relazioni preda-predatore, la competizione fra coltura principale e infestanti, il ciclo delle sostanze nutritive. In definitiva, lo scopo finale di questi studi interdisciplinari è di chiarire le dinamiche delle relazioni funzionali fra organismi nocivi e ambiente: è proprio comprendendo questi processi che gli agroecosistemi possono essere manipolati per produrre meglio, con minori impatti negativi, con maggiore sostenibilità e meno apporti esterni.
I concetti di resistenza e resilienza nel vigneto
Il termine resilienza, in ecologia e biologia, definisce la capacità di un sistema o di un singolo individuo di ritornare allo stato iniziale dopo aver subito uno stress di varia natura (biotico/abiotico). In pratica, la resilienza misura la velocità con cui un sistema biologico, naturale o coltivato, riesce a ritornare allo stato iniziale di equilibrio dopo aver subito gli effetti di una perturbazione. La resistenza, invece, misura il grado con cui un sistema biologico riesce a mantenere la propria integrità, quindi a evitare uno stress importante come può essere, per esempio, una malattia. L’agroecosistema vigneto, negli ultimi anni, sta diventando sempre più fragile, più esposto a malattie, più sensibile a stress, cioè meno resiliente. Si tratta di cambiamenti negativi che avvengono lentamente e gradualmente e che sfuggono, spesso, a osservazioni non accurate. Esempi possono essere rappresentati dalle problematiche fitosanitarie più difficili da gestire: fitoplasmosi, deperimenti e morie di viti, malattie vascolari e radicali, ecc.
La resilienza dei sistemi biologici può essere compromessa da pratiche come la riduzione della biodiversità coltivata, la micropropagazione e l’uso di difese chimiche. In particolare, i fitofarmaci endoterapici possono alterare le comunità di microrganismi endofiti benefici, che vivono in simbiosi con le piante. Questi microrganismi, tra cui batteri e funghi, contribuiscono alla salute e alla resistenza delle piante fornendo protezione e vigore. La longevità delle piante in ambienti naturali potrebbe dipendere proprio da questi endofiti, la cui tutela è fondamentale anche per la salute complessiva dell’ospite, sia esso pianta o animale.
Viticoltura rigenerativa
Passando attraverso l’esperienza e le conoscenze accumulate si possono osservare chiaramente i cicli e le transizioni che avvengono e che segnano ogni epoca. In viticoltura assistiamo a un’evoluzione che si è dispiegata dalla pratica convenzionale a quella integrata, passando per il biologico e il biodinamico, fino ad arrivare a quella che oggi conosciamo come viticoltura rigenerativa. Quest’ultima non è una fantasia o un semplice risultato dell’economia di mercato che ci spinge verso una maggiore meccanizzazione e volumi di produzione che non sempre si traducono in una giusta redditività. La viticoltura rigenerativa nasce altresì come risposta a una crescente consapevolezza delle sfide ambientali odierne.
La viticoltura rigenerativa è intesa come un metodo di coltivazione che non cerca solo la semplice produzione di uva, ma anche la cura e il ripristino degli ecosistemi che circondano i vigneti. Questo approccio promuove la salute del suolo, l’aumento della biodiversità e una riduzione dell’impronta ecologica, dando forma a sistemi di coltivazione duraturi. Essa può essere considerata, a tutti gli effetti, un pilastro fondamentale in un contesto globale che richiede pratiche sostenibili e responsabili dal punto di vista ambientale.
Per iniziare un percorso verso la viticoltura rigenerativa è fondamentale seguire una serie di passaggi strategici. Si parte dalla conoscenza e dall’impegno: comprendere i principi della rigenerazione e assumere un’autentica responsabilità verso la sostenibilità. Segue la valutazione del suolo, tramite analisi mirate che ne rilevino composizione e stato biologico. È poi essenziale ridurre gli input chimici, privilegiando la difesa naturale e i prodotti biologici. La gestione del suolo passa per l’apporto di sostanza organica e lavorazioni ridotte o assenti, così da preservarne la fertilità. Fondamentale è anche un’irrigazione efficiente, che ottimizzi l’uso dell’acqua e favorisca l’accumulo delle piogge nel suolo. Infine, promuovere la biodiversità arricchendo il vigneto di flora e fauna utili contribuisce a creare un ecosistema vitale ed equilibrato.
Per quanto concerne i principali “pilastri” su cui si basa la viticoltura rigenerativa, essi includono:
- salute del suolo – un terreno ricco e “vivace” è la base per ottenere uve di qualità superiore;
- biodiversità – un vigneto diversificato è sinonimo di resilienza ed equilibrio ecologico;
- irrigazione efficiente – una corretta gestione dell’acqua è vitale per la redditività a lungo termine del vigneto;
- uso ridotto di sostanze chimiche.
Per migliorare la salute del suolo e dell’ambiente vengono invece raccomandate le seguenti pratiche.
- Compostaggio e valorizzazione della materia organica: l’aggiunta di compost e rifiuti organici migliora la fertilità e la struttura del suolo.
- Copertura vegetale: l’uso di piante di copertura protegge dall’erosione e migliora la biodiversità.
- Rotazione e policoltura: sebbene meno comune nei vigneti, la rotazione delle colture può prevenire l’esaurimento dei nutrienti e la diffusione di malattie.
- Promozione della biodiversità: l’introduzione di una vegetazione variegata e la creazione di habitat per una fauna benefica sono fondamentali per un ecosistema sano.
Fertilità biologica dei suoli
Il suolo ospita fino a 10 milioni di propaguli microbici per grammo, ma solo una minima parte è coltivabile in laboratorio. Le tecniche di sequenziamento più recenti hanno permesso di analizzare il metagenoma del suolo, ovvero l’insieme del DNA microbico presente, offrendo nuove prospettive sul suo ruolo ecologico. A differenza delle proprietà chimiche e fisiche, quelle biologiche sono più complesse da studiare, poiché le comunità microbiche variano in risposta a interazioni reciproche e fattori ambientali mutevoli.
La biomassa microbica, composta da batteri, Archaea, funghi, alghe e altri microrganismi, è la parte viva della sostanza organica ed è un indicatore sensibile della qualità del suolo. Questi organismi, concentrati nei primi 30 cm, svolgono funzioni chiave nel ciclo dei nutrienti e della sostanza organica, contribuendo a fertilità, struttura, salute vegetale, gestione idrica e sequestro del carbonio. Le piante, a loro volta, rilasciano essudati radicali che stimolano la crescita microbica, ottenendo benefici in termini di salute, nutrizione e produttività agricola.
Microrganismi presenti nel suolo e nella rizosfera
Da più di un secolo la comunità scientifica ha studiato e dimostrato che i microrganismi del suolo (eubatteri, archaea, funghi e alghe) svolgono nell’ecosistema sia ruoli positivi che negativi. Essi sono ormai definiti BSM (Beneficial Soil Microrganism) e svolgono numerose funzioni, tra cui:
- aumentare la fertilità dei suoli;
- promuovere la crescita delle piante, migliorando l’assorbimento dei nutrienti e i sistemi di difesa attraverso la secrezione di metaboliti;
- ridurre gli stress biotici e abiotici delle piante;
- contribuire alla detossificazione dei suoli da sostanze inquinanti (es. prodotti fitosanitari, metalli, ecc.);
- incrementare la sostanza organica nel suolo, che a sua volta – attraverso l’aggregazione delle particelle – ne migliora le proprietà fisico-chimiche.
A fronte di quanto visto, è bene comunque sottolineare che i microrganismi non sono uniformemente distribuiti nel suolo: ogni specie o gruppo trova la sua nicchia appropriata in funzione della disponibilità di nutrienti e umidità, dei valori di pH e salinità, ma anche della competizione con altri microrganismi.
I rapporti tra microrganismi e radici sono regolati principalmente dagli essudati radicali, suddivisi in molecole a basso peso molecolare (acidi organici, zuccheri, fenoli, amminoacidi) e ad alto peso molecolare (polisaccaridi e proteine). Alcuni essudati sono coinvolti nella segnalazione chimica tra pianta e microrganismi, altri regolano interazioni con piante vicine, nematodi o insetti.
I microrganismi benefici si distinguono in due categorie: quelli che stimolano direttamente o indirettamente la crescita della pianta (PGP) e quelli che la proteggono dai patogeni (BCA). I PGP agiscono attraverso meccanismi metabolici (fissazione dell’azoto, produzione di ormoni, solubilizzazione del fosforo) o attivando risposte enzimatiche e difensive. I BCA competono con i patogeni per spazio e nutrienti, oppure producono enzimi o metaboliti che ne inibiscono lo sviluppo. I principali gruppi microbici coinvolti sono Actinobacteria, Bacteroidetes, Firmicutes e Proteobacteria.
Le micorrize arbuscolari, simbionti biotrofi obbligati, instaurano simbiosi con le radici formando arbuscoli, strutture deputate allo scambio di nutrienti. La pianta fornisce fotosintetati, mentre il fungo apporta fosforo, azoto, microelementi e acqua. Questa simbiosi induce anche cambiamenti fisiologici e ormonali nella pianta, che ne migliorano la resilienza agli stress abiotici (idrici, termici, salini) e biotici, generando uno stato noto come Mycorrhiza-Induced Resistance (MIR).

Inerbimento temporaneo polifita in vigneto, una pratica agronomica che permette di aumentare il contenuto di biomassa nel sistema suolo.
Sovescio verde e compostaggio aziendale dei residui colturali
L’azotofissazione simbiotica con leguminose, attuata attraverso il sovescio, è una pratica antica ed efficace per migliorare la fertilità del vigneto, ma richiede ancora approfondimenti tecnici per ottimizzarne i benefici. Sono necessarie prove agronomiche su specie, epoche di semina, tempi e modalità di trinciatura e mineralizzazione. L’impiego di seme conciato con inoculi specifici è fondamentale, soprattutto se la leguminosa non è stata coltivata di recente sullo stesso suolo. Le dosi di semina (specie a seme piccolo o medio) sono 2-4 volte superiori a quelle tradizionali, per massimizzare l’attività dei noduli radicali. In Italia meridionale, è consigliabile seminare già in settembre-ottobre, per sfruttare i primi mesi autunnali di fissazione azotata. Trinciatura e interramento devono avvenire entro marzo, prima della fioritura, affinché la mineralizzazione renda gli elementi disponibili nei momenti di maggior bisogno della vite. In caso di eccessiva vigoria, è opportuno monitorare l’azoto e alternare il favino con altre specie.
La semina si esegue in genere a filari alterni per non ostacolare le operazioni colturali. Le Fabaceae (favino, trifoglio, sulla) sono preferite per l’apporto di azoto, mentre le Poaceae (orzo, avena, loietto) sono utili per aumentare la sostanza organica e garantire una copertura permanente del suolo con funzione pacciamante. Il sovescio va inteso nell’ottica della fertilità biologica, ovvero come capacità del suolo di sostenere produttività e salute dell’ecosistema: non solo fonte di azoto, ma strumento per aumentare biomassa e uniformità vegetativa.
In questa visione circolare rientra anche il compostaggio dei residui aziendali (sarmenti, vinacce, foglie, raspi), che permette di chiudere il ciclo produttivo migliorando la qualità del compost (maggiore biodisponibilità, ricchezza microbica, minore presenza di patogeni) e riducendo la dipendenza da ammendanti esterni. Una pre-triturazione in campo, tramite biotrituratori, è indispensabile per una corretta umificazione. Il compost può poi essere redistribuito a rotazione su un terzo dei vigneti ogni anno (2–3 kg/m²), completando il ciclo in 3-5 anni. Tuttavia, nei vigneti affetti da patologie, tale pratica può comportare rischi fitosanitari, rendendo necessaria un’attenta valutazione dello stato sanitario del materiale.
Difesa ecocompatibile nella viticoltura rigenerativa
Nella viticoltura rigenerativa la difesa ha un’impostazione di tipo agroecologico. Si tratta di un insieme di strategie eco-compatibili che si avvale, rispetto a un approccio di tipo tradizionale, dei seguenti interventi:
- maggior sfruttamento strategico della lotta naturale e della lotta biologica, sia per quanto riguarda gli artropodi dannosi, sia per alcuni patogeni vegetali;
- approfondimento delle relazioni multitrofiche pianta-fitofago-organismo utile;
- pianificazione e gestione razionale delle rotazioni, nonché associazioni e consociazioni fra le colture che risultano importanti punti di alimentazione e riproduzione per molti ausiliari.
Questi tipi di interventi confluiscono sotto il nome generico di “gestione ambientale”, dalle definizioni anglosassoni di habitat management, vegetational management, ecosystem management, landscape ecology, e possono considerarsi un sottoinsieme dell’agroecologia propriamente detta. La parte veramente innovativa di tali tipi di intervento, rispetto alle tradizionali gestioni fitoiatriche, riguarda un punto fondamentale: rendere l’ambiente meno favorevole alla riproduzione, dispersione e sopravvivenza degli organismi, vegetali e animali, nocivi o potenzialmente nocivi.
Per quanto riguarda la “scala” di intervento ecologico si possono invece distinguere le seguenti azioni:
- sul campo, che riguardano, ad esempio, la riduzione dell’intensità e frequenza delle lavorazioni;
- a livello aziendale, come la conservazione e la gestione delle infrastrutture ecologiche non coltivate (bordure di piante utili o strip-cropping, siepi), il tipo di rotazione e successione colturale, fino ad arrivare alle consociazioni colturali (intercropping);
- sul paesaggio o comprensoriali, che riguardano la struttura globale dei sistemi produttivi e delle aree marginali in quanto i nemici naturali beneficiano dei paesaggi maggiormente diversificati (“a mosaico”), rispetto a quelli semplificati, per la presenza, appunto, di aree di rifugio e spazi naturali, che agiscono da corridoi ecologici.
In definitiva, l’obiettivo della viticoltura rigenerativa è quello di creare un sistema agricolo sostenibile e resiliente, in grado di resistere a stress ambientali come i cambiamenti climatici. Questo approccio va oltre l’agricoltura biologica e biodinamica, concentrandosi sul ripristino degli ecosistemi e sulla rigenerazione del suolo.
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A cura di: Silverio Pachioli
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