Invasi pieni in Sicilia, ora conta la gestione

Secondo i dati pubblicati dall’Autorità di Bacino, tra gennaio e inizio febbraio 2026, i volumi complessivi delle dighe pubbliche hanno registrato un incremento di +159,48 milioni di metri cubi

da Ilaria De Marinis
invasi sicilia

In Sicilia, in poche settimane, complici le piogge intense, gli invasi tornano a riempirsi. A fotografare il salto sono i dati pubblicati dall’Autorità di Bacino del Distretto Idrografico della Sicilia: complici gli eventi piovosi recenti, i volumi complessivi delle dighe pubbliche monitorate sono infatti passati da 229,95 a 389,43 milioni di metri cubi, con un incremento di +159,48 milioni di metri cubi tra gennaio e inizio febbraio 2026. 
Per i territori agricoli del Sud e del Sud-Est – e quindi anche per areali come Mazzarrone e Canicattì, centrali per la produzione di uva da tavola – il dato riporta a una questione ormai trita e ritrita: quanta parte di questo recupero potrà tradursi in disponibilità irrigua nei mesi in cui la domanda cresce e la siccità torna a farsi sentire. La risposta, però, risiede nella distribuzione del recupero tra i singoli bacini e nella loro funzione: è su questo punto che i dati pubblicati aiutano a leggere il cambio di passo, mostrando una curva dei volumi in risalita con pendenza netta, tipica di una ricarica concentrata.
Per quanto forte, infatti, il dato aggregato non rappresenta automaticamente una garanzia di acqua erogabile. La stessa tabella precisa che i volumi sono espressi al lordo di interrimenti e di eventuali quote non disponibili; significa che tra “acqua invasata” e “acqua utilizzabile” può esserci distanza, e quella distanza conta soprattutto quando si entra nella stagione più calda.
Inoltre, la ricarica non è omogenea: alcuni bacini crescono molto più di altri e, nel mosaico siciliano, questo dettaglio pesa perché la geografia degli invasi non coincide con la geografia dei fabbisogni.

Dove risalgono gli invasi negli areali dell’uva da tavola

Guardando agli invasi principali per gli areali di riferimento, spicca il Don Sturzo (Ogliastro): nel comprensorio del Calatino passa da 32,46 a 54,00 milioni di m³, cioè +21,54 in poche settimane. Un incremento importante perché riguarda un serbatoio che, per logiche irrigue territoriali, interessa le produzioni dell’area di Mazzarrone.
Nel quadrante sud-orientale crescono anche Ragoleto (Dirillo), da 5,03 a 10,03 (+5,00), e Santa Rosalia (Irminio), da 9,34 a 17,53 (+8,19): incrementi che, in un’annata normale, possono tradursi in settimane di “copertura” in più, a patto che la distribuzione non venga strozzata da inefficienze di rete o da ritardi nelle scelte.
Per l’area di Canicattì e l’Agrigentino, due variazioni meritano attenzione: Castello (Magazzolo) sale da 6,33 a 12,21 (+5,88), mentre Arancio cresce da 6,17 a 11,12 (+4,95). Non sono i volumi assoluti più alti della regione, ma sono quelli che raccontano un recupero tangibile anche nel Centro-Sud dell’Isola.

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Una risorsa da non perdere

Il salto dei volumi rimette al centro una questione pratica: cosa succede se la ricarica continua e alcuni bacini si avvicinano a soglie operative? I grafici mostrano crescite brusche; quando i terreni sono saturi e gli apporti proseguono, la gestione dei picchi diventa di primo piano, perché tra sicurezza dell’opera, rilasci e capacità di accumulo si gioca una parte della riserva idrica che potrebbe servire in estate.
Per l’uva da tavola, la differenza si misura in continuità: turni irrigui regolari, disponibilità prevedibile, capacità di accompagnare la pianta nelle fasi più sensibili senza oscillazioni che impongano correzioni affrettate. Naturalmente da sola l’acqua non basta, occorrono riduzione delle perdite, manutenzioni, coordinamento tra invasi e reti, criteri di riparto chiari.
Diversamente, il rischio è che questi dati restino solo una fotografia invernale: nitida, ma incapace di fare davvero la differenza.

 

Ilaria De Marinis
©uvadatavola.com

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