Irrigazione sub-superficiale: novità dal Sudafrica

Si chiama DNA P1 ed è un sistema di irrigazione brevettato che punta a ridurre le perdite e aumentare l’efficacia dell’apporto idrico e nutrizionale, distribuendo in sub-superficie direttamente nella zona radicale

da Ilaria De Marinis
irrigazione uva

Nella filiera dell’uva da tavola – ma non solo – l’acqua è diventata una variabile di business, prima ancora che un input agronomico. Ogni turno irriguo si traduce in scelte molto concrete: uniformità della coltura, qualità del prodotto, gestione dei costi, sostenibilità. In questo scenario DNA Irrigation, azienda sudafricana attiva nello sviluppo di tecnologie e innovazioni in agricoltura, porta sul tavolo una proposta che ambisce a cambiare l’ordine delle priorità: irrigare dove serve davvero, nella zona della zolla radicale, e farlo seguendo una logica sub-superficiale. Il dispositivo si chiama DNA P1 ed è un sistema di irrigazione brevettato che punta a ridurre le perdite e aumentare l’efficacia dell’apporto idrico e nutrizionale, distribuendo in sub-superficie direttamente nella zona radicale.

Irrigazione interrata: affidabilità e manutenzione

L’irrigazione sotterranea, nella narrazione tecnica, è stata a lungo un traguardo evocato, più che raggiunto: ideale in termini di efficienza, complesso nella pratica. Da qui il lavoro di DNA Irrigation: come sottolineato in una recente intervista da Richard Clarke – che con David Wesson ha fondato l’azienda – i sistemi sub-superficiali, quando si intasano, diventano un problema operativo ed economico, perché la riparazione è difficile e costosa. Diversamente, questo dispositivo è concepito per lavorare in sub-superficie mantenendo un profilo di bagnatura stabile e verificabile. In sostanza: la superficie resta asciutta, la fertirrigazione diventa più puntuale, e la variabilità in campo si riduce.

Centotrenta millimetri che cambiano la fisica dell’irrigazione

Il cuore del DNA P1 è la scelta della profondità e della zona di rilascio: l’acqua (e con essa i nutrienti) viene distribuita a partire da circa 130 mm sotto la superficie, con l’obiettivo dichiarato di impedire che anche una sola goccia arrivi in alto. Per un vigneto da tavola significa limitare tre dispersioni tipiche in un colpo solo: evaporazione da sole e vento, deflusso superficiale, inefficienza di bagnatura quando il terreno “respinge” l’acqua. In campo è un fenomeno tutt’altro che raro: nel tempo, infatti, a seguito dell’accumulo di sali e delle pratiche di fertirrigazione, è frequente la formazione di uno strato idrofobico poco sotto la superficie che riduce l’infiltrazione, devia l’acqua lateralmente e rende meno efficace la quota che dovrebbe raggiungere la zolla radicale. Le conseguenze sono una bagnatura più irregolare e, spesso, la necessità di aumentare volumi o durata dei turni per ottenere lo stesso risultato agronomico. In tal senso, portare il punto di consegna dell’acqua direttamente nella zona radicale, e farlo in modo zonale, equivale quindi a trasformare la domanda agronomica “quanta acqua dare?” in una domanda di efficacia “quanta acqua deve arrivare dove serve?”. 

irrigazione p1

Il sistema DNA P1

I risultati registrati

L’azienda ha condotto test per tre stagioni complete, confrontando il P1 in una piantagione di agrumi con due riferimenti di mercato: un impianto a goccia top di gamma e un sistema a micro-irroratori, entrambi presentati come soluzioni ad alta efficienza. “I risultati verificati – ha confermato Clarke – sono stati letteralmente rivoluzionari e conclusivi”. Secondo quanto emerso, oltre a utilizzare circa il 50% di acqua in meno, con l’irrigazione sub-superficiale DNA è stato ottenuto un aumento del 19,4% della polpa del succo rispetto al sistema di irrigazione a goccia, insieme a un aumento dell’8,2% della massa totale del frutto e del 5% delle dimensioni del frutto. Traslare numeri da agrumi a uva da tavola richiede sempre prudenza, il messaggio, però, è evidente: se la radice riceve in modo più continuo ed efficace, la pianta risponde con più stabilità fisiologica. E stabilità, in viticoltura da tavola, vuol dire meno oscillazioni tra blocchi di crescita e ripartenze, più regolarità nella gestione del calibro, più controllo della nutrizione, maggiore coerenza di raccolta. Il dispositivo, inoltre, aggiunge un tassello strategico: per chi ha dotazioni idriche limitate, un risparmio del 50% aprirebbe la possibilità di aumentare la produttività aziendale a parità di acqua disponibile. La tesi andrà verificata coltura per coltura e contesto per contesto, ma la premesse sono incoraggianti.    

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Meccanismo di funzionamento del sistema di irrigazione sotterranea: l’acqua viene rilasciata in profondità tramite gocciolatore autocompensante, distribuendosi nella zona umida del suolo e raggiungendo direttamente l’apparato radicale, con minori perdite per evaporazione e deflusso superficiale. Fonte: DNA Irrigation

Verso nuovi contesti produttivi

A fronte di test indipendenti condotti con il supporto di un consulente esterno nella stagione 2024/25, l’idea è che i risultati possano persino migliorare nell’annata successiva, quando gli apparati radicali si saranno adattati pienamente a un’irrigazione “profonda”. Il lavoro, però, non può dirsi concluso. Come dichiarato, l’azienda è attualmente in trattativa con diversi coltivatori e tecnici in Sudafrica e in Europa per adattare la tecnologia alle diverse regioni. Accanto a questo, DNA Irrigation ha inoltre sviluppato una tecnologia P2 pensata per ambienti dove la percolazione nei suoli sabbiosi diventa un costo strutturale (Medio Oriente, California): un dispositivo a rilascio lento che trattiene umidità nel sottosuolo e la cede gradualmente.   

La strada è aperta: l’approccio sub-superficiale può ridurre i volumi irrigui e, al tempo stesso, sostenere le performance produttive. Ora, resta da testare un’applicazione più ampia che, attraverso adattamenti ai diversi contesti pedoclimatici, possa confermare se la direzione intrapresa sia effettivamente quella giusta.

 

Ilaria De Marinis
©uvadatavola.com

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