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In un anno in cui le piogge hanno riportato acqua nei bacini del Mezzogiorno, il punto non è solo quanto ne sia caduta. Il punto, semmai, è quanta di quella risorsa il territorio riesca davvero a trattenere, trasferire e rendere disponibile quando serve. È da qui che acquista significato il riempimento dell’invaso del Pappadai, nel territorio di Monteparano, nel Tarantino, al centro del recente sopralluogo del presidente della Regione Puglia Antonio Decaro e dell’assessore regionale all’Agricoltura Francesco Paolicelli. Più che un semplice passaggio istituzionale, il sopralluogo restituisce l’immagine di un’infrastruttura che, dopo decenni di attese e rallentamenti, torna finalmente a collocarsi dentro una logica di utilizzo concreto.
La vicenda del Pappadai ha, in effetti, un peso che supera la cronaca del momento. Pensato già nel dopoguerra e realizzato tra gli anni Novanta, l’invaso entra oggi in una fase decisiva proprio mentre il quadro climatico mostra con sempre maggiore evidenza quanto la gestione dell’acqua non possa più essere affrontata soltanto in chiave emergenziale. La disponibilità idrica, soprattutto nel Sud, non dipende infatti soltanto dalle precipitazioni, ma dalla capacità di organizzare la risorsa, accumularla e inserirla in un sistema di distribuzione efficiente.
Un invaso che misura il cambio di approccio
Uno degli aspetti più interessanti dell’operazione riguarda il principio stesso su cui si fonda il riempimento del bacino. Secondo quanto comunicato dalla Regione, l’invaso viene alimentato anche grazie al trasferimento delle eccedenze della diga di Monte Cotugno, in Basilicata, attraverso manovre idrauliche che consentono all’acqua di percorrere circa 160 chilometri prima di raggiungere il Tarantino. È un dato che, da solo, basta a chiarire un punto: la gestione della risorsa idrica non può più essere letta in termini locali, come se ogni territorio fosse un compartimento chiuso. Richiede, al contrario, una visione di sistema, capace di collegare invasi, reti e distretti agricoli, trasformando anche gli eventi meteorici più intensi in una risorsa governabile.
In questa prospettiva il Pappadai si inserisce nel progetto “Irrigazione Salento” e torna ad assumere il ruolo per cui era stato concepito: raccogliere le acque provenienti dal Sinni, tramite Monte Cotugno, e alimentare la distribuzione attraverso il nodo di Monteparano e quello di Sava. La capacità dell’invaso è di circa 20 milioni di metri cubi, ma il dato che più interessa il mondo agricolo riguarda la superficie potenzialmente servita, stimata tra 10mila e 12mila ettari. Non è soltanto una questione di estensione. Il valore strategico dell’opera sta nel fatto che, dopo anni in cui la disponibilità idrica è stata percepita soprattutto come elemento di incertezza, il Pappadai torna a rappresentare un tassello di programmazione. In altri termini, non si parla soltanto di acqua presente, ma di acqua gestibile.

Per l’uva da tavola la questione è tutt’altro che secondaria
Per la viticoltura da tavola pugliese, il tema dell’acqua incide in modo diretto sull’impostazione tecnica della stagione. In una Regione che rappresenta il principale polo produttivo nazionale, la disponibilità irrigua incide direttamente sulla regolarità dello sviluppo vegetativo, sulla continuità dell’accrescimento degli acini, sull’equilibrio del grappolo e, più in generale, sulla possibilità di condurre la stagione con criteri tecnici meno esposti all’improvvisazione. La gestione dell’acqua, in altre parole, non è un elemento accessorio del processo produttivo, ma uno dei fattori che orientano qualità, uniformità e stabilità delle produzioni.
Lo si era visto con chiarezza anche nella scorsa campagna produttiva, quando nelle aree del Barese e del Tarantino la scarsità di risorsa aveva riaperto interrogativi concreti su rese, pezzature e tenuta qualitativa. È per questo che il Pappadai interessa da vicino anche il comparto dell’uva da tavola, pur non essendo un’opera legata a una singola filiera. In una coltura in cui il calendario irriguo accompagna fasi fisiologiche delicate e in cui l’acqua si intreccia sempre più con fertirrigazione, monitoraggio e precisione degli apporti, la solidità delle infrastrutture di accumulo e distribuzione entra a pieno titolo nel quadro tecnico dell’azienda.
Il tema, del resto, si collega a una traiettoria già evidente anche sul piano degli investimenti. La crescente attenzione verso impianti più efficienti, microirrigazione, sensoristica e razionalizzazione dei consumi segnala da tempo che il nodo non è soltanto avere accesso all’acqua, ma disporre di strumenti per governarla meglio. In questo senso, il ritorno in funzione del Pappadai si inserisce in una riflessione più ampia che riguarda la competitività stessa delle colture intensive pugliesi.

Oltre l’emergenza, verso una gestione più strutturata
L’aspetto più rilevante, allora, è forse proprio questo. Il Pappadai arriva in un momento in cui il discorso sull’acqua sembra provare, almeno in parte, a uscire dalla sola dimensione dell’urgenza. Nelle dichiarazioni che hanno accompagnato il sopralluogo, la Regione ha infatti collegato questa operazione a un disegno più ampio, che comprende nuove connessioni infrastrutturali, il riuso irriguo delle acque affinate e interventi capaci di ridurre la dispersione della risorsa idrica. È un indirizzo che va letto con attenzione, perché indica la consapevolezza crescente di un fatto ormai evidente: in territori agricoli ad alta intensità produttiva, la resilienza non si costruisce soltanto con la pioggia, ma con la capacità di organizzare ciò che la pioggia rende disponibile.
Il Pappadai, da solo, non risolve certo il problema della gestione idrica pugliese. Sarebbe illusorio pensarlo. Ma il suo riempimento, dopo una lunga stagione di attese, offre una misura concreta di come qualcosa si stia effettivamente muovendo. E il punto da mettere a fuoco è proprio questo: in un anno in cui l’acqua è tornata a scorrere nei sistemi, la vera differenza non dipenderà solo da ciò che è caduto dal cielo, ma da ciò che il territorio saprà trattenere, governare e portare in campo nei momenti in cui quella risorsa tornerà a essere decisiva.
Donato Liberto
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