Indice
- Andiamo con ordine: come e quando è stata sviluppata?
- Quanto tempo richiede il processo di selezione e sviluppo di una nuova varietà?
- Come si comporta IVC A1 in campo e quali sono i suoi punti di forza?
- Quali benefici potrà offrire ai produttori rispetto ad altre varietà?
- Quale crede sarà la domanda di mercato per questa varietà?
- Il lavoro varietale, però, non si chiude con la selezione.
Nel panorama dell’uva da tavola italiana, l’innovazione varietale non passa più soltanto attraverso l’introduzione di cultivar internazionali, ma anche dalla capacità della filiera di costruire programmi genetici propri, radicati nei territori produttivi e nelle esigenze reali delle aziende. È in questa direzione che lavora Italian Variety Club, Rete di Imprese nata nel 2015 dall’iniziativa di 20 aziende agricole e 2 enti di ricerca, Sinagri, spin-off dell’Università di Bari, e CRSFA Basile Caramia. Un progetto che ha scelto di investire nel breeding come leva strategica per sviluppare nuove varietà apirene, valorizzando al tempo stesso il patrimonio genetico della tradizione italiana. Tra le selezioni oggi in fase di sviluppo rientra IVC A1, una delle 13 varietà finora ottenute dal programma. A raccontarne origine, caratteristiche agronomiche e prospettive commerciali è Costantino Pirolo, responsabile tecnico IVC.
Andiamo con ordine: come e quando è stata sviluppata?
La varietà IVC A1 è una delle 13 varietà sviluppate finora nell’ambito del programma di breeding avviato da Italian Variety Club. Parliamo di un semenzale ottenuto da uno dei primi incroci eseguiti: ha fruttificato per la prima volta nel 2019 e ha espresso un’ottima produzione soprattutto nel 2020. Proprio in seguito a quei risultati, il Comitato Tecnico Scientifico ha proposto e il Comitato di Gestione ha deliberato l’avvio dell’iter di brevettazione e registrazione varietale.
Quanto tempo richiede il processo di selezione e sviluppo di una nuova varietà?
Si tratta di un processo più lungo di quanto si possa pensare. Dal momento in cui viene eseguito l’incrocio in vigneto, cioè l’impollinazione di un fiore emasculato, fino al recupero del vinacciolo o dell’embrione, all’allevamento e al pieno sviluppo del semenzale, passano circa 4 anni. In alcuni casi questo tempo può essere ridotto a 3 anni, ma con un grande dispendio di energie. Una volta che il semenzale entra in produzione, ritengo indispensabile osservarlo per almeno 2, se non 3 annate, così da verificare la costanza quantitativa e qualitativa ed escludere eventuali difetti che potrebbero manifestarsi in vigneto o durante la conservazione in cella.
Come si comporta IVC A1 in campo e quali sono i suoi punti di forza?
La varietà di uva da tavola IVC A1 non presenta particolari esigenze agronomiche e questo rappresenta, già di per sé, un elemento interessante per i produttori. Può essere gestita con un’impostazione colturale piuttosto tradizionale, senza richiedere interventi particolarmente complessi o protocolli troppo distanti dalle pratiche già diffuse nei principali areali produttivi. Nell’areale barese, a circa 100 metri sul livello del mare, raggiunge la maturazione nel mese di agosto, collocandosi in una fase della campagna in cui la disponibilità di prodotto con buone caratteristiche qualitative può trovare un riscontro positivo sul mercato. Dal punto di vista organolettico, presenta inoltre un profilo aromatico interessante, con lievi note di moscato a piena maturazione. È un tratto non secondario, perché oggi il consumatore cerca sempre più spesso uve apirene, ma riconosce valore anche al gusto, alla personalità del frutto e alla sua capacità di distinguersi.
Proprio per la sua gestione agronomica non particolarmente complessa, IVC A1 può inserirsi bene anche in sistemi produttivi orientati alla sostenibilità. Si presta alla produzione integrata e, dove le condizioni aziendali e pedoclimatiche lo consentono, anche a percorsi orientati al biologico, naturalmente nel rispetto dei protocolli tecnici, della pressione fitosanitaria e delle specificità dell’areale di coltivazione.

Quali benefici potrà offrire ai produttori rispetto ad altre varietà?
I produttori stanno aderendo con grande interesse al progetto IVC. Il finanziamento dei soci ha permesso di dare continuità al lavoro genetico e oggi il vero patrimonio della Rete è rappresentato dal germoplasma creato: oltre 300 nuove candidate varietà apirene, che saranno testate anche quest’anno durante un open day estivo. Questo percorso offre ai produttori la possibilità di accedere a materiali genetici nuovi, sviluppati a partire da un progetto italiano e pensati per rispondere alle esigenze della filiera.
Quale crede sarà la domanda di mercato per questa varietà?
Credo che il mercato apprezzerà molto questa e tutte le varietà IVC, perché sono state costituite utilizzando varietà della tradizione italiana, come Cardinal, Italia, Primus, Baresana e Moscato. Questo significa che portano con sé un valore aggiunto importante: il gusto aromatico.
In un mercato sempre più orientato verso l’apirenia, ma allo stesso tempo alla ricerca di identità e riconoscibilità, il profilo aromatico può rappresentare un elemento distintivo.
Il lavoro varietale, però, non si chiude con la selezione.
No, infatti. IVC è rappresentato da persone molto capaci nel settore agricolo. Il presidente Nicola Borracci e i soci sono imprenditori che conoscono bene le dinamiche del mercato globale e sanno che una varietà, per affermarsi, non può limitarsi a essere interessante dal punto di vista agronomico: deve essere riconoscibile, gestibile in campo, coerente con le richieste commerciali e sostenuta da una strategia chiara. In questa fase stiamo lavorando proprio su questi aspetti: la definizione dei protocolli di produzione, la registrazione dei marchi commerciali e l’estensione delle privative vegetali in altri Paesi del mondo. Sono passaggi fondamentali per dare alle varietà IVC un’identità precisa e per accompagnarne l’ingresso nei diversi areali produttivi con indicazioni tecniche solide.
In prospettiva, l’obiettivo è costruire attorno alle nuove selezioni un percorso tecnico e commerciale strutturato, capace di valorizzarne il potenziale anche oltre i confini nazionali. Il lavoro di breeding ha creato un patrimonio genetico importante; ora la sfida è trasformarlo in un progetto di filiera, in grado di generare valore per i produttori, dialogare con i mercati e rafforzare il ruolo dell’innovazione varietale italiana nel panorama internazionale dell’uva da tavola.
Ilaria De Marinis
©uvadatavola.com