Nematodi: quali danni causano?

L’agronomo Giuseppe Lucarelli di “Horto Service - Nemalab” indaga i danni che i nematodi possono arrecare alle produzioni di uva da tavola.

da Silvia Seripierri

L’intensificazione della coltivazione di uva da tavola negli areali pugliesi ha contribuito all’aumento delle popolazioni di nematodi nei terreni. Scopriamo quali specie di nematodi interessano la vite da tavola e quali danni possono arrecare.

I nematodi della vite da tavola

I nematodi che interessano la vite sono organismi spesso poco considerati da parte dei viticoltori. Erroneamente e di frequente questi vermi cilindrici sono considerati come un gruppo omogeneo di parassiti. Le differenze tra i nematodi, invece, sono profonde e a seconda della loro specie è possibile mettere in campo diverse tecniche per il controllo.
I nematodi fitoparassiti sono tipicamente vermiformi, microscopici, sottili, trasparenti e dotati di un organo boccale chiamato stiletto, che serve a suggere i contenuti cellulari.

Sono numerose le specie di cui è nota la capacità di sopravvivenza a spese della vite: con elevata frequenza nei terreni ritroviamo alcune appartenenti alla famiglia dei Criconematidae e numerose altre appartenenti ai generi Helicotylenchus, Longidorus, Rotylenchus, Paratylenchus, Pratylenchus, Tylenchorhynchus, Paratrichodorus, Trichodorus. Non sono molti gli studi che indagano i danni arrecati alla vite dai nematodi appartenenti a tutti questi generi e famiglie. Tuttavia è noto che negli areali pugliesi l’elevata presenza di diverse specie di nematodi, soprattutto nei terreni “stanchi”, può talvolta superare la soglia di danno. Ciò influisce sulla produzione della vite da tavola diminuendo il vigore degli impianti.

Un discorso ben più approfondito meritano i nematodi dei generi Xiphinema e Meloidogyne.

Quelli del genere Xiphinema presentano dimensioni relativamente grandi e raggiungono anche 3-4 mm di lunghezza. Essi riescono a percorrere lunghe distanze nel terreno e si comportano da ectoparassiti delle radici in tutte le fasi del loro ciclo vitale. Ciò significa che restando nel terreno entrano in contatto con le radici. Grazie al loro lunghissimo stiletto penetrano profondamente negli apici radicali per nutrirsi, causando così ipertrofia delle cellule e ingrossamento delle pareti, con possibile distruzione degli apici stessi.

Xiphinema index, pungendo le radici, può anche entrare in contatto con viti affette da Grapevine Fanleaf Virus (GFLV) assimilare le particelle virali e trattenerle fino alla muta successiva o per tutta la durata della sua vita (anche fino a 4 anni). Durante questo periodo, gli individui vettori di GFLV possono spostarsi verso gli apparati radicali di viti ancora sane e infettarle attraverso la puntura. La presenza del virus in campo potrebbe derivare da residui colturali presenti in campo, dall’introduzione in vigneto di terreno infetto oppure da materiale di propagazione infetto adoperato al momento dell’impianto.

Con un meccanismo simile, invece, Xiphinema diversicaudatum è in grado di trasmettere Arabis Mosaic Virus (ArMV).

Altre specie di Xiphinema (come Xiphinema pachtaicum, che pure infetta la vite) arrecano danni alle radici, ma non sono in grado di trasmettere i virus GLFV o ArMV. Gli Xiphinema, infatti, depongono le loro uova nel terreno e possono vivere anche a importanti profondità (2 o 3 metri sotto terra), in funzione dell’apparato radicale della vite.

Anche i nematodi del genere Meloidogyne, conosciuti come nematodi galligeni, interessano la vite e sono accomunati da uno stesso comportamento biologico. Le specie più comuni sono M. incognita, M. javanica, M. hapla e M. arenaria. Generalmente popolano i primi 30-40 cm di profondità del terreno e sono sempre in stretta associazione con gli apparati radicali.

Si tratta, infatti, di endoparassiti sedentari che penetrano negli apici radicali e vi si stabiliscono al loro interno durante la fase giovanile, perdendo così la capacità di movimento.

Essi hanno dimensione ridotta (circa mezzo millimetro), vita relativamente breve (al massimo alcuni mesi) e limitate capacità di spostamento individuale. Nonostante ciò, possono moltiplicarsi in maniera estremamente rapida e determinare malformazioni a livello radicale (dette “galle”). Nel caso della vite si tratta di malformazioni spesso poco appariscenti, che però sono in grado di compromettere fortemente la produttività di un vigneto. Non è insolito, infatti, che impianti effettuati su terreni fortemente infestati periscano senza manifestare sintomi specifici anche a livello radicale.

Un problema poco percepito

Oggi i nematodi costituiscono un problema ancora troppo poco considerato in viticoltura, infatti non si adottano specifiche strategie di difesa. Se in passato lasciare il terreno a riposo per alcuni anni dopo un estirpo era prassi comune, oggi è sempre più diffusa la tendenza ad anticipare il reimpianto. Da questo punto di vista probabilmente si è fatto qualche passo indietro. L’intensificazione della coltura ha inevitabilmente comportato un aumento del rischio per la stessa. Da analisi effettuate su tutto il territorio pugliese, è emersa la presenza di Meloidogyne nei vigneti di Cerignola (FG), Trinitapoli (BT), San Ferdinando (BT), Canosa (BT), Barletta (BT), Acquaviva delle Fonti (BA), Casamassima (BA), Castellaneta (TA), Palagianello (TA), Ginosa (TA), Palagiano (TA), Massafra (TA) e Novoli (LE).

La lista sarebbe decisamente più lunga se il ricorso alle analisi del terreno da parte dei viticoltori fosse più frequente.

Nella conoscenza comune Meloidogyne non è un nematode associato alla vite, per cui la ricerca sulle cause dei deperimenti osservati in campo spesso segue altre ipotesi. Purtroppo non è ancora molto diffusa l’idea di ricorrere alle analisi mirate a verificare la presenza di nematodi nel terreno su cui si opererà; questo semplice passo potrebbe consentire alle aziende una gestione più consapevole dell’impianto. Allo stesso tempo, però, si sprecano risorse per interventi effettuati “alla cieca”. A mio avviso, quindi, i programmi di impianto o reimpianto dovrebbero ragionevolmente basarsi su valutazioni che includano sempre lo stato di “salute nematologica” del terreno.

nematodi

Radici infestate dal nematode Meloidogyne javanica (sx) e femmina adulta di Meloidogyne javanica (dx) insediata nella radice

I danni

I danni che i nematodi possono arrecare ad un vigneto, in genere, sono legati alla sottrazione di sostanze elaborate e alla riduzione della funzionalità degli apparati radicali, che vengono danneggiati e limitati nell’accrescimento e che sviluppano malformazioni.

A volte ci si trova anche di fronte a danni di tipo indiretto.

Le “ferite” di alimentazione causate dai nematodi, infatti, possono essere comode e veloci vie di accesso per funghi, batteri e virus, che per la vite da tavola possono risultare più dannosi degli stessi nematodi. Secondo alcune fonti, l’entità di danno tollerata è quella associata alla presenza di circa 5 individui per 100 cc di suolo al momento dell’ impianto. Se invece in campo è presente qualche pianta infetta da virus come GFLV, la presenza di nematodi tollerabile scende a zero individui per l’intero impianto. Questo discorso vale se consideriamo, per esempio, Xiphinema index che è un parassita infeudato non solo alla vite, ma anche ad altre colture permanenti come fico e susino. Stabilire che la presenza di Xiphinema index è inferiore al limite di rilevabilità dovrebbe farci stare tranquilli. Tuttavia, se il parassita è presente in maniera sporadica non vuol dire che non ci saranno problemi: anche pochissimi individui possono essere pregiudizievoli per un nuovo impianto se dovessero essere presenti virus nel terreno. Per minimizzare il rischio, quindi, i campionamenti andrebbero ripetuti nel tempo.

Terreni stanchi: perfetti per i nematodi

Per il parassita la coltura rappresenta l’ospite del quale nutrirsi e grazie al quale moltiplicarsi, generazione dopo generazione. La presenza per diversi anni consecutivi di una stessa coltura offre al parassita la possibilità di proliferare in maniera continua. Quando effettuiamo l’estirpo in un terreno “stanco”, ciò che resta è una grande quantità di parassiti privi dell’ospite. Impiantando un nuovo vigneto troppo presto, quindi, i parassiti si riversano sulle barbatelle e ostacolano il normale accrescimento sin dal trapianto. Il limite alla crescita della popolazione di nematodi parassiti, poi, non dipende solo dalla presenza/assenza dell’ospite, ma anche da altri fattori che caratterizzano il campo. Ad esempio le condizioni idriche e termiche del suolo o la biodiversità nella rizosfera.

Un terreno ricco di biodiversità, infatti, ospita più categorie di organismi tra cui anche gli antagonisti dei nematodi parassiti, come batteri (Pasteuria, Bacillus), funghi (Hirsutella), insetti, acari e nematodi predatori. Questi ultimi, agendo collettivamente, possono anche limitare le popolazioni dei nematodi parassiti delle colture. A questo si aggiunge che spesso la mancata presenza di antagonisti è associata all’impoverimento del contenuto di sostanza organica dei suoli – condizione che purtroppo è molto frequente nei nostri ambienti. In genere tra un estirpo e un reimpianto dovrebbero passare dai 4 ai 7 anni, ma non è detto che sia indispensabile attendere per un periodo così lungo.

 

Giuseppe Lucarelli – agronomo Horto Service – Nemalab

©uvadatavola.com

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