Riforma PAC: bocciata l’architettura 2028-2034

Secondo i revisori, il nuovo impianto può generare incertezza, ridurre la prevedibilità delle risorse e rendere più complesso il processo di programmazione e approvazione

da Ilaria De Marinis
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Semaforo rosso per la riforma PAC post-2027. Il 9 febbraio 2026 la Corte dei conti europea ha pubblicato un parere critico sull’assetto proposto per la Politica agricola comune che – una volta approvato – disciplinerà l’agricoltura e il settore agroalimentare dell’Unione dal 2028 al 2034. I rilievi riguardano l’architettura complessiva: secondo i revisori, il nuovo impianto può generare incertezza, ridurre la prevedibilità delle risorse e rendere più complesso il processo di programmazione e approvazione, con il rischio di incidere anche sui tempi di erogazione.

Il punto sollevato entra nel merito della governance e della struttura finanziaria. La Corte evidenzia criticità nella chiarezza del quadro di bilancio, nella distribuzione delle responsabilità e nella coerenza tra obiettivi dichiarati e strumenti operativi. Se la cornice diventa meno leggibile e il percorso decisionale più articolato, la conseguenza ricade direttamente sulla capacità degli Stati membri di pianificare e sull’affidabilità delle scadenze. In un settore che programma investimenti su base pluriennale, la stabilità regolatoria e la puntualità dei pagamenti rappresentano una condizione strutturale, non un elemento accessorio.

Riforma PAC: un cambio di architettura che spaventa il settore

Il rilievo più pesante riguarda la cornice in cui la PAC verrebbe “inserita”. Nel parere, la Corte descrive una costruzione a più atti legislativi, con interventi agricoli che verrebbero programmati dentro piani nazionali e regionali e finanziati attraverso un contenitore più ampio (il cosiddetto “fondo unico”), con regole di governance e gestione condivise con altre politiche. Il risultato atteso, secondo i revisori, è un aumento della variabilità tra Stati membri: comparabilità più difficile, lettura delle risorse meno immediata, responsabilità più frammentate lungo la filiera decisionale. In questo schema, la PAC perde una parte della sua “standardizzazione” operativa: ciò che oggi è riconoscibile come politica comune tende a diventare più dipendente dalla capacità amministrativa nazionale, dalla qualità dei piani e dai tempi di approvazione, con il rischio di divergenze nella velocità di attuazione e nelle condizioni competitive. 

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L’Italia: “timori confermati” 

Il parere della Corte ha trovato immediata eco in Italia. Le principali organizzazioni agricole hanno parlato di rilievi che intercettano criticità già sollevate nei mesi scorsi: complessità procedurale, rischio di ritardi, minore trasparenza nell’allocazione delle risorse. Confagricoltura ha chiesto una revisione dell’impianto per evitare che l’obiettivo di semplificazione si traduca in un aggravio amministrativo; Cia-Agricoltori Italiani ha richiamato il tema dell’equità tra Stati membri, sottolineando come una maggiore flessibilità nazionale possa tradursi in condizioni competitive disomogenee; Copagri ha posto l’accento sulla tenuta del reddito agricolo e sulla necessità di preservare un quadro stabile in una fase già segnata da volatilità dei mercati e pressione sui costi.

Il punto di fondo è competitivo. Se le modalità di programmazione e gestione delle risorse diventano più differenziate, la capacità amministrativa dei singoli Paesi può incidere in modo diretto sulla velocità dei pagamenti, sull’accesso agli strumenti e sulla stabilità delle misure. In un mercato unico, anche differenze di attuazione possono generare vantaggi o svantaggi strutturali. È su questo terreno che la discussione tecnica si intreccia con la dimensione economica: la PAC non è soltanto una voce di bilancio, ma un fattore di equilibrio tra agricolture che operano nello stesso spazio competitivo.

Tra bilancio UE e fiducia nelle regole

Il parere della Corte non blocca la riforma, ma la riporta dentro il perimetro decisivo: il negoziato sul Quadro finanziario pluriennale 2028-2034 e la stesura dei regolamenti attuativi. È lì che si misurerà la reale tenuta dell’impianto proposto. La questione non riguarda solo l’ammontare complessivo delle risorse, ma la loro tracciabilità, la chiarezza delle regole di gestione e la coerenza tra obiettivi strategici e strumenti operativi.

La Corte richiama esplicitamente la necessità di una governance più lineare, di responsabilità ben definite e di meccanismi che garantiscano monitoraggio e controllo efficaci. Se questi elementi non verranno rafforzati nella fase negoziale, il rischio è di consegnare agli Stati membri una politica formalmente comune, ma sostanzialmente eterogenea nell’attuazione.

Per le imprese agricole la posta in gioco è concreta. La PAC incide sulla programmazione degli investimenti, sull’accesso al credito, sulla gestione del rischio e sulla stabilità del reddito. In un contesto segnato da volatilità dei prezzi, pressioni ambientali e crescente concorrenza internazionale, la prevedibilità delle regole diventa un fattore economico primario. In tal senso, la riforma PAC post-2027 si giocherà su questo equilibrio: mantenere una politica realmente comune, leggibile e governabile, oppure accettare un assetto più flessibile, ma più esposto a differenze e incertezze.

Ilaria De Marinis
©uvadatavola.com

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