Indice
- Sottospecie “fastidiosa” e malattia di Pierce
- Xylella su vite: le prime misure adottate dalle autorità fitosanitarie
- Il quadro epidemiologico e l’ampiezza dell’area infetta
- Xylella su vite: la patogenicità e l’impatto
- L’ipotesi di datazione
- L’avvio del programma di eradicazione
- Errori da evitare
- Il rischio della disinformazione
- Conclusioni
Xylella su vite: un titolo che non si sarebbe mai voluto leggere. Era febbraio 2024, quando l’Osservatorio fitosanitario della Regione Puglia annunciò il ritrovamento dapprima di sei mandorli e subito dopo di alcune viti infette dal genotipo ST1 della sottospecie “fastidiosa” di Xylella fastidiosa in agro di Triggiano, a pochi passi da Bari e vicino a uno dei principali distretti europei di produzione di uva da tavola. La “fastidiosa” di Triggiano, ritrovata nel corso del monitoraggio per la sottospecie “pauca”, dopo oltre un decennio di monitoraggi per il disseccamento rapido dell’olivo, era il primo caso di sottospecie diversa, ma fu seguito a distanza di breve tempo dal ritrovamento in mandorli della sottospecie “multiplex” in agro di Santeramo in Colle (BA), a una quarantina di chilometri di distanza. Una situazione inaspettata che rischiava di generare non poca confusione. Va chiarito infatti che le tre sottospecie sono geneticamente ben distinte, ed è assolutamente da escludere che i nuovi focolai possano essere conseguenza di mutazioni della “pauca” avvenute in Puglia o nell’ultimo decennio. In realtà, pur se compresi nella stessa specie batterica (Xylella fastidiosa), si tratta di tre organismi patogeni diversi, con diverse specie ospiti (ad esempio la “pauca” che infetta l’olivo non è in grado di infettare la vite, al contrario della “fastidiosa” che invece non è in grado di infettare l’olivo), e con impatto e malattie significativamente diversi. Pertanto ognuna di esse genera una analisi del rischio diversa e necessiterebbe di una strategia di gestione da adattare caso per caso. Una situazione che dovrebbe suggerire una modifica del Regolamento comunitario che invece, attualmente, prevede misure di controllo uguali per tutti i casi, con il concreto rischio che in alcune situazioni – si veda il caso della sottospecie “multiplex” – l’applicazione delle misure di eradicazione possa creare più danni del batterio stesso.
- Per “Xylella su vite” leggi anche: Xylella su vite: una nuova sfida?
Sottospecie “fastidiosa” e malattia di Pierce
Il ritrovamento di Triggiano suscitò preoccupazione tra gli operatori viticoli, per il rischio di contrarre la temuta “malattia di Pierce”, una ampelopatia ben conosciuta tra chi ha studiato scienze agrarie, ma sconosciuta ai più, raccontata in rete attraverso informazioni poco rassicuranti del tipo: “La malattia di Pierce è una patologia vegetale che colpisce la vite con effetti esiziali. È causata da ceppi della sottospecie fastidiosa del batterio Gram negativo Xylella fastidiosa, originario dell’America settentrionale, nella quale è assai diffuso”; “È stata descritta per la prima volta sulle viti negli Stati Uniti nel 1892 da Newton Pierce. Ha causato notevoli perdite, ad esempio, nel sud della California, distruggendo più di 35.000 ettari di vigneto, provocando lo spostamento della produzione verso nord”. Ma il danno non si è fermato con la devastazione di fine ‘800. Anche tralasciando la recrudescenza che ha interessato una quindicina di anni fa la valle californiana di Temecula, dove a cavallo del 2010 sono andati distrutti circa 2.000 ettari di vigneto, tuttora in California si stima un danno da malattia di Pierce di 90 milioni di dollari/anno. Va anche detto che quello pugliese non è il primo ritrovamento della sottospecie “fastidiosa” nel bacino del Mediterraneo: prima di Triggiano, infatti, era già stato segnalato nel 2017 in Spagna nell’isola di Maiorca dell’arcipelago delle Baleari e, successivamente, in Israele, in Portogallo e, più recentemente, nella Spagna continentale. Fortunatamente in nessuno di questi casi, probabilmente per condizioni epidemiologiche meno favorevoli al batterio di quelle presenti in nord America, si segnalano situazioni particolarmente gravi e confrontabili con l’epidemia californiana di fine ‘800. Nel caso di Maiorca, dove si dispone di maggiori informazioni, i ricercatori spagnoli riferiscono che, nonostante la probabile diffusione ventennale senza che fosse nota la presenza del batterio, la gestione dei vigneti con pratiche di viticoltura perlopiù convenzionale ha limitato l’incidenza e l’impatto della malattia di Pierce a livelli moderati o bassi (circa il 7%), che tuttavia – in vigneti condotti in regime di agricoltura biologica – hanno registrato un’impennata, raggiungendo livelli localmente elevati.
Xylella su vite: le prime misure adottate dalle autorità fitosanitarie
In occasione del primo ritrovamento le autorità fitosanitarie pugliesi invitarono a mantenere i nervi saldi in attesa di conoscere le dimensioni del focolaio, valutare la possibilità di eradicarlo, ma anche di acquisire i primi elementi utili a comprendere il potenziale impatto alla luce del quadro epidemiologico del territorio interessato, nonché a formulare un’ipotesi di datazione della prima introduzione del patogeno che – ricordiamo – è da quarantena. Tutti questi aspetti costituivano passi fondamentali per decidere quale opzione adottare tra le due consentite dal Regolamento comunitario – eradicazione o contenimento – e pianificare di conseguenza la gestione del patogeno. Tuttavia, la scelta necessitava di tempo, almeno diversi mesi di monitoraggio e ricerche, in attesa dei quali lo stesso Osservatorio si è limitato all’eliminazione delle piante che risultavano infette man mano che il monitoraggio andava avanti.
Il quadro epidemiologico e l’ampiezza dell’area infetta
Per rispondere al primo quesito, l’ampiezza dell’area interessata dalla presenza del batterio, l’Osservatorio e l’ARIF (Agenzia Regionale Irrigazione e Foreste) hanno investito in una intensa campagna di monitoraggio che nel 2024 ha visto il campionamento e l’analisi di 45.000 piante rappresentative dell’area monitorata che, con l’aumento del numero di piante risultate positive, è stata gradualmente allargata fino a comprendere un anello esterno della larghezza di 2,5 km in cui tutte le piante campionate sono risultate negative. In questo modo è stato possibile individuare con ragionevole affidabilità l’area “infetta”, abbastanza estesa, ma non tanto da escludere il successo di un tentativo di eradicazione. Come si può osservare dalla mappa in Figura 1, si tratta di un’area inclusa in una sorta di ovale immediatamente a est dei centri abitati di Triggiano e Capurso, con un asse maggiore che si estende in direzione nord-sud per circa 4 km e uno minore di un paio di chilometri.

È un’area caratterizzata soprattutto da piccoli appezzamenti a conduzione familiare con una gestione agronomica minimalista o, non raramente, in stato di semi-abbandono, in cui prevalgono olivi (immuni a questa sottospecie) consociati con poche piante di mandorlo e di altri fruttiferi. Un contesto in cui si trovano, in ordine sparso, anche alcuni vigneti, per lo più tendoni di uva da tavola, avamposti del noto comprensorio regionale di uva da tavola che ruota intorno ai comuni di Noicattaro e Rutigliano, come si può chiaramente vedere dalla mappa in Figura 2.

I punti salienti della caratterizzazione del quadro epidemiologico, estratti da una relazione inviata dall’Istituto Agronomico Mediterraneo all’Osservatorio fitosanitario, sono stati sintetizzati dallo stesso Osservatorio e pubblicati nell’Atto Dirigenziale N. 00022 del 15/02/2025:
- gli insetti risultati positivi a Xylella fastidiosa appartengono alle specie Neophilaenus campestris e Philaenus spumarius;
- la trasmissione di Xylella fastidiosa su vite sarebbe di tipo bimodale, cioè la trasmissione primaria del patogeno avverrebbe partendo da fonti d’inoculo esterne al vigneto, in particolare da piante di mandorlo, ad opera del Neophilaenus campestris e successivamente ci sarebbe una trasmissione secondaria da vite a vite tramite Philaenus spumarius;
- l’eliminazione di piante di mandorlo infette nelle vicinanze dei vigneti, pertanto, potrebbe ridurre l’incidenza della trasmissione da mandorlo a vite.
Nello stesso Atto dirigenziale si legge anche che
- il 98% delle piante infette è costituito da mandorlo e vite con una netta prevalenza del mandorlo;
- le viti infette sono state generalmente individuate sui bordi dei vigneti e in prossimità di mandorli infetti;
- i mandorli infetti sono generalmente piante vecchie di oltre 50 anni e in condizioni agronomiche non ottimali, mentre in impianti di mandorlo specializzati di circa 4-5 anni non sono state rilevate piante infette.
Gli altri due quesiti, l’entità dell’impatto e la datazione della prima introduzione, non hanno ancora una risposta definitiva, anche se le indicazioni preliminari che stanno emergendo sono già abbastanza indicative.
Xylella su vite: la patogenicità e l’impatto
Riguardo all’impatto, come anticipato, siamo ancora ad osservazioni preliminari dalle quali però si può già escludere l’ipotesi più ottimistica, ossia la totale latenza senza impatto sulla vitalità e la produttività delle piante. In ogni caso è significativo che alcuni dei proprietari destinatari delle determinazioni di abbattimento affermano che avrebbero abbattuto comunque il loro – sia pur giovane – vigneto per l’emergere negli ultimi tempi di importanti fenomeni di declino.
Dalla letteratura sappiamo che le piante affette da Pierce’s Disease manifestano inizialmente sintomi di bruscatura fogliare; quindi, il disseccamento si diffonde su tutta la foglia facendola avvizzire e cadere lasciando attaccato solo il picciolo (matchsticks = fiammiferi). Inoltre i sarmenti malati spesso maturano in modo irregolare, con chiazze di tessuto lignificato, marrone e verde, definite green islands (isole verdi). Per quanto concerne i grappoli, in prossimità della maturazione possono avvizzire, con conseguente perdita della produzione. Nel loro insieme, i sintomi comportano una perdita generale di vigore della pianta seguita dalla morte di parte o dell’intera vite.
Dai rilievi effettuati in alcuni vigneti in cui il monitoraggio aveva già svelato la presenza di piante infette, sembra emergere una notevole variabilità tra cultivar diverse, in particolare di uva da tavola. Le osservazioni effettuate fino ad ora, seppur preliminari, non confermano una associazione dell’infezione a sintomi di matchsticks e di green islands, a differenza di manifestazioni di fenomeni di declino e morte che invece abbiamo riscontrato in diversi casi. In uno dei vigneti oggetti di studio, cv. Superior al quarto anno dall’impianto, nel corso del 2024, abbiamo registrato la morte del 10% e il parziale disseccamento di un ulteriore 15% di piante (Fig. 3), la grande maggioranza delle quali, a differenza delle viti asintomatiche, è risultata positiva al batterio.

Tuttavia nella stessa azienda, un tendone coetaneo coltivato con la varietà Arra 30, pur essendo anch’esso colpito dal batterio, non ha registrato nessuna moria. In ogni caso si tratta di osservazioni preliminari che necessitano di essere consolidate ed estese a un panorama varietale molto più ampio. A questo scopo nelle strutture da quarantena della sede di Bari dell’Istituto per la Protezione Sostenibile delle Piante del CNR sono stati avviati test di patogenicità per lo screening della suscettibilità delle varietà di maggior interesse per la viticoltura regionale, sia da vino che da tavola. A differenza dell’olivo in questo caso si conta di procedere molto più spediti visti i tempi relativamente ridotti, 12 settimane post-inoculazione, richiesti dal protocollo per questo tipo di verifica. I primissimi saggi fatti utilizzando un isolato del ceppo presente in Puglia, i cui risultati saranno pubblicati a breve, confermano la patogenicità del ceppo presente nella zona infetta (Fig. 4).

L’ipotesi di datazione
L’indicazione della datazione, dipendente dalla disponibilità di un database di sequenze complete di genomi di un consistente numero di isolati dello stesso genotipo e di diverse aree geografiche, si basa sull’analisi bayesiana delle mutazioni e, pertanto, può essere solo probabilistica. Ovviamente più ampio è il database più elevata è la probabilità che l’indicazione sia corretta. In questo caso, dopo aver isolato in coltura pura e sequenziato il genoma di una ventina di isolati di piante infette dell’area di Triggiano, in collaborazione con l’Istituto per la Protezione Sostenibile delle Piante del CNR, la sede di Berkeley dell’Università della California e il Politecnico di Bari, è stata avviata l’analisi del più grande database di sequenze di ST1 disponibile presso l’Università di Berkeley. Anche se ancora in corso, i risultati molto preliminari dell’analisi lasciano ipotizzare che l’introduzione sia avvenuta in tempi recenti, pochissimi anni fa. Se questa indicazione dovesse essere consolidata e confermata, probabilmente non sarebbe una buona notizia perché, considerata l’ampiezza consistente dell’area già interessata dal batterio, indicherebbe un quadro epidemiologico favorevole alla rapida diffusione del batterio. Una indicazione che spingerebbe per la massima tempestività nell’attuazione delle misure di eradicazione, se si vuole sperare in un suo esito positivo.
L’avvio del programma di eradicazione
Al termine della campagna di monitoraggio 2024, l’Osservatorio fitosanitario di Bari ha rotto gli indugi e ha annunciato l’avvio di un ambizioso programma di eradicazione per ottemperare al Regolamento comunitario 2024/2507 mediante l’emanazione di un atto dirigenziale, il n. 188 del 12 dicembre 2024, con cui si prescrive “ai proprietari/conduttori i cui terreni rientrano in tutto o in parte nella zona infetta di 50 m attorno a ciascuna pianta infetta” l’estirpazione di tutte piante “specificate” (ossia di tutte le specie vegetali elencate nell’Allegato II del Regolamento comunitario come sensibili alla sottospecie “fastidiosa”). L’elenco non comprende solo le 4 specie ritrovate infette nell’area demarcata – mandorlo, vite, ciliegio e poligala – ma ben altri 39 generi o specie, tra cui agrumi, fico, noce, gelso e tutte le drupacee che, pertanto, se ricadenti nei 50 metri circostanti le piante infette, sono soggette a obbligo di abbattimento, a meno che non risultino indenni dopo essere state sottoposte a campionamento e ad analisi molecolare. Una misura particolarmente severa, derivante dal principio di precauzione a cui si ispira il Regolamento comunitario.
Successivamente, lo stesso Osservatorio fitosanitario ha emanato un altro Atto Dirigenziale, il n. 22 del 15 febbraio con cui, oltre a ribadire le misure già adottate, conseguenti al ritrovamento di 339 piante infette (212 mandorli, 119 viti, 7 ciliegi e 1 poligala) già abbattute, aggiunge di “adottare per la vite misure di eradicazione più stringenti” per impedire l’avanzata sul territorio. Le “misure più stringenti” consistono nella possibilità di effettuare la “estirpazione su base volontaria delle superfici vitate ricadenti entro i 400 metri dal perimetro della zona infetta” dietro la garanzia di congruo indennizzo, che per i vigneti di uva da tavola raggiunge i 58.000 euro a ettaro, a cui aggiungere 3.000 euro se il proprietario decide di estirpare a proprie spese. Inoltre – proprio per rischi di contagio tramite altre piante – si raccomanda di estirpare anche “mandorli marginali o abbandonati ricadenti entro i 400 metri dal perimetro della zona infetta” che, però, a differenza dei vigneti, non saranno oggetto di indennizzo.
Si tratta di una misura che, oltre a rafforzare l’azione di eradicazione coerentemente con il report dell’EFSA “Xylella fastidiosa Pest Report to support the ranking of EU candidate priority pests“, va incontro alla richiesta dei viticoltori che, in molti casi, con l’estirpazione obbligata di cerchi del diametro di 100 metri, si ritrovano con residui di vigneto di dimensioni e forma non idonei per una conduzione economicamente e tecnicamente razionale.
Tuttavia, al fine di prevenire il rischio di rimborsi ingiustificati, lo stesso Osservatorio ha stabilito che, ai fini dell’erogazione dell’indennizzo, i vigneti di uva da vino devono essere in regola con le norme comunitarie, nazionali e regionali; “per i vigneti di uva da tavola, il proprietario/conduttore deve dichiarare la varietà coltivata che potrà essere oggetto di verifica anche mediante indagini molecolari” e che “non sono oggetto di indennizzo i vigneti in evidente stato di abbandono”.
Errori da evitare
Come è noto, se su brevi distanze il batterio viene diffuso dagli insetti vettori, sulle lunghe distanze la responsabilità è attribuita all’uomo con lo spostamento di piante o parti di piante infette. Anche se il paziente zero non verrà mai trovato, l’ipotesi più plausibile su come il batterio possa essere stato introdotto in un’area a vocazione viticola rimanda all’utilizzo di gemme/marze importate da zone a rischio bypassando gli adeguati controlli. Visto l’oggettivo rischio fitosanitario dell’area interessata, nella realizzazione di nuovi vigneti i viticoltori farebbero bene ad abbandonare la pratica ancora in uso dell’innesto in campo con gemme prelevate da vigneti commerciali senza alcuna garanzia fitosanitaria e utilizzare esclusivamente materiale vegetale sottoposto a controlli e certificazione ai sensi del D.L.vo 16/2021. Allo stesso tempo vanno incoraggiate anche nei comuni circostanti tutte le pratiche utili a controllare le infestanti e a contenere la popolazione degli insetti vettori, analogamente a quanto si dovrà fare nell’area demarcata in ottemperanza all’obbligo imposto dal Servizio Fitosanitario.
Il rischio della disinformazione
Come c’era da aspettarsi, anche in questo caso comincia a materializzarsi qualche tentativo di disinformazione con l’obiettivo di ostacolare le azioni delle autorità fitosanitarie. Per esempio, in qualche chat di viticoltori ha cominciato a circolare la foto del titolo di un vecchio articolo di un quotidiano che recita “Sbagliata la medicina UE anti-Xylella – distrutti 21 milioni di ulivi per niente”, seguito dal messaggio “E ora si passa all’uva”. Chiaramente, è un messaggio disinformante di una superficialità pericolosa che rischia di passare per verità su soggetti non sufficientemente documentati. Forse è il caso di ricordare che dei “milioni” di ulivi irrimediabilmente compromessi (manca un inventario, ma probabilmente 21 milioni è una sovrastima) solo una piccolissima parte, circa 15.000 piante in 10 anni, è stata estirpata per le ingiunzioni derivanti dal Regolamento UE, a fronte di oltre 3 milioni di olivi compromessi già estirpati volontariamente dai proprietari e di numerosi altri milioni di alberi distrutti dal batterio che continuano a conferire un aspetto spettrale al paesaggio salentino. L’impatto di “quello che ha chiesto l’Europa” (15.000 piante) è di appena l’1 per mille di quello che ha fatto il batterio.
Conclusioni
La scoperta ai margini del più importante comprensorio nazionale di uva da tavola di un focolaio della sottospecie “fastidiosa” di Xylella, noto agente causale della Malattia di Pierce, non è certo una buona notizia, ma al tempo stesso, in una regione che – in virtù dell’esperienza dettata dall’emergenza olivo – è adesso ben attrezzata per fronteggiare questa situazione, non deve generare rassegnazione e sconforto. Grazie all’azione di monitoraggio dell’Osservatorio e dell’ARIF al momento la situazione è sotto controllo; inoltre, fortunatamente, le specie di insetti vettori particolarmente efficaci nella diffusione del batterio non sono presenti. Certo, in questa fase bisognerà fare dei sacrifici, ma contando sulla collaborazione di tutti i soggetti coinvolti ci sono le premesse per un successo del programma di eradicazione. Ovviamente non esiste una garanzia assoluta di successo, ma il Servizio Fitosanitario Regionale sta lavorando per garantire tutte le condizioni affinché venga realizzata una eradicazione completa, che non è solo una speranza, ma l’obiettivo concreto. Allo stesso modo, tutti i proprietari e gli agricoltori collaborino per intensificare la lotta ai vettori, per evitare di realizzare nuovi vigneti con gemme/marze non controllate e per contrastare il più possibile tentativi di disinformazione.
- Leggi anche: Xylella su vite, misure troppo restrittive?
A cura di: Donato Boscia – Ricercatore Emerito del CNR associato all’Istituto per la Protezione Sostenibile delle Piante
©uvadatavola.com