Comparto viticolo tra limiti e futuro

Le difficoltà che negli anni hanno interessato il comparto hanno contribuito a generare molta incertezza tra gli operatori. Cosa aspettarsi dal futuro?

da uvadatavoladmin
comparto viticolo futuro

Come ogni coltura, anche l’uva da tavola ha una storia da raccontare. Il suo passato è stato la fortuna di tanti agricoltori. Il presente, invece, sembra porre troppo spesso i produttori di fronte a molteplici difficoltà. A questo punto quale potrebbe essere allora il futuro del comparto viticolo italiano? Ne abbiamo parlato con Antonio Mastropirro, agronomo Agriproject Group, nell’ultimo numero di uvadatavola magazine.

Le difficoltà affrontate negli anni dal comparto viticolo italiano, soprattutto per quanto riguarda gli aspetti commerciali, hanno contribuito a generare molta incertezza tra gli operatori. Prevedere e cercare di capire come sarà il futuro della viticoltura tavola in Italia, dunque, è tutt’altro che semplice. Proviamo a farlo con Antonio Mastropirro, agronomo da 30 anni all’attivo in Agriproject Group – gruppo strutturato e articolato per competenze che offre servizio di assistenza tecnica di campo alle aziende agricole in Italia, Portogallo e Australia, che, anche attraverso una visione delle dinamiche internazionali, offre così una panoramica del comparto.

Partiamo da un inquadramento “geografico”: come si distribuisce la produzione di uva da tavola nel mondo?

I dati disponibili su produzioni e superfici vitate non sempre sono realmente rappresentativi e non sempre sono consultabili, soprattutto se consideriamo i dati sulla distribuzione della produzione di uva da tavola in Italia, dove non esiste al momento un vero e proprio censimento. Stando ai dati e alle statistiche dell’Organizzazione Internazionale della Vigna e del Vino (OIV), l’Italia è attualmente il settimo Paese al mondo per produzione di uva da tavola con quasi 1 milione di tonnellate prodotte. Considerando il panorama mondiale, se si guarda alla produzione, in vetta troviamo la Cina. Nel contempo, Paesi come Turchia, India, Iran ed Egitto si sono affacciati sullo scenario viticolo mondiale a dimostrazione del fatto che la produzione di uva da tavola si sta spostando e diffondendo anche in nuove e diverse parti del mondo. Il tutto a discapito di Paesi che – seppur storici in termini di coltivazione dell’uva da tavola – hanno così progressivamente perso posti in classifica per superfici investite e quantità prodotte. Al contrario, forti dell’acquisizione di know-how sufficiente, i nuovi “Paesi” hanno via via conquistato importanti fette di mercato interno ed estero. Ne è un esempio la Turchia che, per quanto riguarda il mercato estero, è oggi diretta concorrente dell’Italia, soprattutto sul mercato tedesco.

1. Evoluzione secondo dati OIV, della produzione mondiale di uva da tavola (dal 2000 al 2021) comparto viticolo

Evoluzione della produzione mondiale di uva da tavola dal 2000 al 2021 secondo dati OIV.

Lo scenario mondiale attuale, quindi, è in continuo cambiamento.

E tuttavia, quasi in controtendenza rispetto a questa evoluzione, che vede oggi protagoniste le varietà di uva seedless, sembra muoversi il comparto viticolo italiano la cui particolarità è da sempre rappresentata dalle uve con semi made in Italy. Varietà che hanno trovato sul territorio nazionale le migliori condizioni tecniche e agronomiche per esprimere una caratterizzazione e un marchio di fabbrica. Un esempio è l’uva della varietà Italia, prodotta quasi esclusivamente nelle regioni meridionali che, in passato, proprio grazie a questo prodotto, si sono posizionate in maniera dominante e riconoscibile sui mercati.
Posto, quindi, che da un lato ci sono i Paesi concorrenti con le varietà di uva da tavola seedless e dall’altro l’Italia con l’uva con semi, tanti produttori e commercianti italiani si sono dovuti adeguare alle tendenze di mercato mondiali e hanno iniziato a rinnovare il panorama varietale optando per le varietà senza semi. Le differenze tra i mercati dei diversi Paesi si sono così appiattite, a discapito della specificità dell’uva italiana.
Una situazione che, a ben vedere, ha causato una vera e propria competizione tra le diverse varietà e generato crisi tra gli operatori del settore, soprattutto tra i produttori “affezionati” alle classiche e storiche varietà di uva da tavola con semi. A contribuire a questa situazione di crisi, oltre ai cambiamenti nel panorama varietale, anche altri fattori: dalle maggiori e stringenti richieste avanzate dall’Unione Europea ai Paesi membri in materia di conduzione agronomica all’importanza di strutturare meglio il comparto e rivedere le dinamiche di una produzione ancora troppo frammentata.

Ad oggi le difficoltà sono percepite indistintamente da tutti gli operatori del comparto viticolo italiano?

Quello che oggi la viticoltura da tavola italiana sta vivendo è un momento storico e particolare: questioni che in passato sono state messe da parte, perché ritenute secondarie, stanno richiedendo adesso maggiore attenzione. Tra le più discusse, il lento rinnovo varietale, la scarsa valorizzazione e promozione delle varietà storiche, come anche le difficoltà generate dalle anomalie climatiche, che stanno ponendo i produttori dinanzi a nuove sfide. Per tali motivi, appare evidente come oggi risulti sempre più necessario attuare modifiche e implementare la gestione tecnico-agronomica degli impianti con strategie sostenibili. Come previsto dalla normativa europea, infatti, è necessario che le aziende dirottino il loro interesse su tutte le pratiche sostenibili che prevedono un minor utilizzo di fitosanitari, la salvaguardia dei suoli e il mantenimento della loro fertilità e razionalizzazione delle risorse idriche.
Per quanto riguarda la dimensione aziendale, poi, le realtà produttive italiane sono molto piccole, soprattutto se confrontate con quelle di altri Paesi. In Italia le filiere sono poco strutturate, per cui i viticoltori non possono reggere il confronto con i viticoltori internazionali le cui realtà produttive sono il più delle volte inserite in contesti di filiere grandi e organizzate.

In tal senso, la scarsa aggregazione e collaborazione tra gli operatori contribuisce negativamente alla crescita del comparto, ostacolando anche un approccio globale ai problemi che le singole aziende non possono affrontare, se non in maniera puntiforme e parziale.

E nonostante ad oggi anche in Italia esistano realtà di collaborazione come le OP in cui, sebbene i ruoli tra parte produttiva e commerciale siano ben definiti e distinti, tutti concorrono allo stesso obiettivo, questa costruzione di filiera virtuosa è ancora all’anno zero. Fatta eccezione per pochissime realtà, infatti, il comparto è ancora estraneo a questo tipo di sistemi. Le filiere oggi esistenti spesso non sono propriamente virtuose, generano malcontento e non riescono a gestire bene tutte le sfide che vengono poste. Un primo, grande limite è di tipo culturale: la rivoluzione del comparto, infatti, prima ancora che colturale, dovrebbe essere culturale. Si dovrebbe cioè cambiare il modo di vedere le cose e di approcciarsi al comparto, affinché questo, una volta ristrutturato, possa rispondere bene alle nuove sfide cui è chiamato.

Cosa vedi nel futuro della viticoltura da tavola?

Purtroppo per i prossimi anni vedo un comparto molto ridimensionato nelle superfici con anche una progressiva uscita di scena di molti produttori e aree di produzione, a favore della costruzione di filiere più virtuose. Il grande gap tra noi e altre realtà, d’altra parte, è dovuto sia alla nostra incapacità di fare aggregazione e pianificazione seria, sia all’assenza di un sistema che unisce l’investimento nell’innovazione e nella ricerca con il mondo produttivo. Ognuno va da sé e questo comporta, tra le varie cose, anche un enorme dispendio di energie e il raggiungimento degli obiettivi in tempi più lunghi.
Quello che dovremmo fare è emulare altre situazioni virtuose e favorire momenti di collaborazione, anche tra le filiere concorrenti. Utile al comparto sarebbe poi la valorizzazione delle conoscenze legate all’adattamento di una specifica varietà in una certa zona produttiva. Considerare la vocazionalità dei territori, per esempio, consentirebbe ai produttori di ridurre problematiche agronomiche e costi di produzione.

Da chi dovrebbero partire queste iniziative?

Io credo molto nell’agire nel momento del bisogno e nel tirar fuori il meglio di noi stessi nei periodi di grande stress e necessità. Sicuramente l’iniziativa deve essere promossa per il bene comune e di tutto il comparto. A riguardo esistono realtà di aggregazione che tra le varie e diverse attività si impegnano anche nella promozione del territorio e del prodotto. Un esempio è il lavoro svolto dalla Commissione Italiana Uva da Tavola (CUT) o ancora dall’IGP Uva di Puglia che ultimamente sta lavorando particolarmente bene e che dovrebbe poter offrire la possibilità di fregiare della denominazione IGP Uva di Puglia anche le varietà di recente introduzione, purché prodotte sul territorio pugliese.
Anche le IGP siciliane potrebbero contribuire alla crescita del comparto e dare delle risposte in questo senso. Soprattutto lì dove esistono OP e realtà già strutturate, fare promozione è più semplice e quindi doveroso. Per quanto riguarda i singoli, invece, il consiglio è di iniziare a ragionare non più come individui indistinti, ma come parte di filiere organizzate, all’interno delle quali fare il salto di qualità e pianificare non solo le attività commerciali, ma anche quelle tecniche. Quando ci si aggrega e aumenta la base di lavoro, infatti, è più semplice sperimentare nuove strategie e testare i sistemi più nuovi e tecnologici. Ne sono un esempio i sistemi di supporto alle decisioni (DSS) che, non economicamente convenienti per una piccola azienda, sono molto vantaggiosi per le aziende più grandi e aggregate.

In conclusione, ci tengo a sottolineare che la soluzione alla situazione di difficoltà attuale non deve ricadere esclusivamente sulla varietà miracolosa. Non è una varietà che può risolvere i problemi, ma la costruzione di un sistema virtuoso. Sistemi ben organizzati possono valorizzare tutto il panorama varietale; diversamente, sistemi poco organizzati possono distruggere anche le migliori varietà. E quando si parla di costruzione di un sistema valido, si deve intendere l’organizzazione di una filiera (ideale) in cui il lavoro viene svolto in funzione del calendario e dell’offerta varietale presente in campo, dove le varietà coltivate rispondono ai criteri di vocazionalità territoriale. Secondo questo schema, quindi, il produttore non va alla ricerca della varietà miracolosa, perché anche la varietà meno promettente può fare miracoli nel territorio vocato alla sua produzione. In altri termini, è la filiera stessa che nelle sue articolazioni commerciali, tecniche e produttive definisce quali sono le aree in cui produrre e cosa produrre.

Un esempio virtuoso in linea con quanto descritto è la Spagna, che per la vite da tavola riesce a remunerare bene chi è inserito in filiere organizzate.

viticoltura-spagnola

Nel Paese iberico, inoltre, grazie a questo sistema, riescono a essere valorizzate anche le esperienze di breeding che, lavorando in maniera individuale, non sarebbe altresì possibile valorizzare. Ma il caso della Spagna non è isolato: sono diverse le associazioni di produttori che, in tutto il mondo, funzionano e anche bene. Solitamente si tratta di realtà finanziate in toto o in parte dai produttori stessi, ma che spesso vantano anche la partecipazione degli organi governativi. A titolo di esempio, si possono citare la California Table Grape Commission e la Australian Table Grape Association che mettono insieme la maggior parte della produzione di uva e hanno l’esclusiva finalità di valorizzare quelle filiere. In Italia questi sistemi sono ancora a livello embrionale: bisognerebbe andare un po’ oltre le timidezze, le gelosie e le diffidenze.

Come sarà il futuro dunque non posso prevederlo, ma se acquisiamo consapevolezza e facciamo il salto culturale, tutti allineati e pronti a remare nella stessa direzione, sono certo sarà possibile vincere la sfida.

 

Silvia Seripierri
© uvadatavola.com

 
 
 

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