Bisceglie: a esportare sono i produttori

Ancora oggi esistono produttori che commercializzano la propria frutta e tra questi i fratelli Amoruso dell'omonima azienda agricola di Bisceglie.

da Silvia Seripierri

La città di Bisceglie (BT) vede sul suo territorio una nutrita presenza di aziende agricole che si occupano in prima persona anche della commercializzazione del proprio prodotto. Approfondiamo le ragioni storiche, economiche e sociali di questa particolare scelta intrapresa dai frutticoltori locali.

Il territorio del comune di Bisceglie (BT) se da un lato si distende lungo il litorale adriatico, spia del forte legame che la città nutre con il mare, dall’altro, però, vede l’agro della città estendersi di diversi chilometri nell’entroterra, lambendo anche il comune di Ruvo di Puglia (Ba).

Città quest’ultima che, assieme alla stessa Bisceglie, è stata palcoscenico dei primi impianti italiani di uva da tavola già nei primi anni del 1800.

La coltivazione della vite da tavola, nata allevando le piante con forme di allevamento più antiche, ha poi seguito le evoluzioni e le innovazioni dettate dall’agronomia più recente. Difatti, oggi, possiamo notare che i produttori del luogo hanno adottato le nuove forme di allevamento “a tendone” o a “Y” (ipsilon). Nei primi anni dell’ ‘800 diverse aziende agricole hanno cominciato ad affiancare la coltivazione intensiva della vite da tavola alle classiche arboree, coltivate all’epoca esclusivamente in maniera estensiva (olivo, mandorlo e ciliegio) con l’intento di diversificare le produzioni e garantirsi delle entrate anche in quegli anni in cui l’alternanza produttiva dell’olivo, ad esempio, non offriva volumi soddisfacenti.

Con il passare del tempo, visto il riscontro economico ottenuto dalla coltivazione della Vitis vinifera, l’uva da tavola ha conquistato il cuore e gli ettari delle aziende e oggi ritroviamo questa coltura sul “podio” di un’ipotetica classifica delle produzioni agricole biscegliesi.

La città di Bisceglie, però, vanta una particolarità all’interno del panorama nazionale dell’uva da tavola: molti agricoltori gestiscono in autonomia la vendita e i rapporti con i mercati generali di diverse piazze del Nord Italia.

Nel resto d’Italia invece (altre zone in Puglia, Basilicata e Sicilia) i produttori di uva vendono il proprio prodotto agli esportatori, i quali si occupano di taglio, confezionamento, frigoconservazione e logistica per enormi quantità di frutta.

La tradizione biscegliese della commercializzazione di piccole quantità di prodotti vegetali ha una radice che affonda in un’Italia e in una Puglia con un volto diverso da quello che conosciamo noi oggi, lontano da aperitivi consumati in riva al mare e selfie vacanzieri. Erano anni durante i quali l’estrema povertà e la fame costringevano una grande fetta di popolazione a lasciare la propria terra – con una valigia di cartone – per cercare fortuna nelle città industrializzate del Nord Italia, della Germania e della Francia. I contadini sognavano la tuta da metalmeccanico. Assieme alle persone, però, si muovevano anche i rapporti umani e le merci. Così qualcuno ebbe l’idea di proporre – al fruttivendolo di vicino casa o al mercato generale nel quale lavorava – la merce proveniente dal parente o dall’amico biscegliese rimasto in terra natìa.

Ecco dunque i binari su cui hanno viaggiato le prime spedizioni di frutta fresca dalle stazioni di Bisceglie ai mercati generali di Milano e Torino.

All’interno del libro “Bisceglie nella storia e nell’arte” scritto da Mario Cosmai si legge: “Fin dal 1869 Sergio Musci, fornito di scarsa cultura ma di grande spirito di iniziativa, dava corso, primo nella Puglia, alla spedizione di uva da tavola per i mercati di Milano, Torino e Bologna. Nel 1880 un altro biscegliese, Francesco De Villagomez, iniziava il commercio di uva da tavola con la Germania. In quegli anni la città di Bisceglie divenne la culla della Baresana, la famosa uva di Puglia, di cui, dopo i primi esperimenti fortunati, si intensificarono la coltura e l’esportazione. Di pari passo iniziava l’esportazione di altri prodotti ortofrutticoli e lo scalo di Bisceglie divenne allora uno dei maggiori del Sud”.

La tradizione, negli anni, non è andata perduta e tra i produttori che ancora oggi commercializzano la propria frutta in questo modo troviamo l’azienda agricola Amoruso – condotta dai fratelli Mauro e Marco Amoruso – e composta complessivamente da 10 ettari; di cui solo 4 coltivati ad uva da tavola con le varietà libere senza semi: Centennial, Early Gold, Regal ed Early Red, detta anche Supernova.

bisceglie

La restante superficie ospita impianti di ciliegio e olivo. L’azienda Amoruso, come gran parte delle aziende che decidono d’intraprendere questo particolare percorso di commercializzazione, possiede un proprio marchio: “Amorfruit”. La frutta a marchio Amorfruit raggiunge: Veneto, Lombardia e Emilia Romagna. In piena campagna l’azienda Amoruso può vantare anche 7- 8 clienti posti su altrettante città.

Mauro, Marco parlatemi di come le aziende produttrici di uva da tavola gestiscono la commercializzazione a Bisceglie.

La gestione della commercializzazione dell’uva da tavola da parte dello stesso produttore non riguarda tutte le aziende agricole biscegliesi, ma una parte. Complessivamente oggi sono circa 40 le aziende che commercializzano l’uva in autonomia; numero, questo, che tiene conto anche di alcune aziende che sorgono in città limitrofe come Ruvo di Puglia (Ba) e Trani.
Questa modalità di commercializzazione, a mio avviso, è figlia delle piccole estensioni delle aziende produttrici che sorgono in agro di Bisceglie. L’azienda di mio padre, ad esempio, coltiva uva solo su 4 dei 10 ettari totali. Le superfici ristrette hanno spinto diversi agricoltori come noi a occuparsi non solo della produzione, ma anche della raccolta, del confezionamento e della commercializzazione dei prodotti ortofrutticoli.

Che quantitativi vengono commercializzati in media al giorno?

Dai 20 ai 150 quintali di uva al giorno, numeri che potrebbero suscitare ilarità per molti “addetti ai lavori”, se confrontati con la quantità di merce spedita dalle grandi aziende di confezionamento. A ogni modo le quantità sono legate al “portafoglio di contatti” che l’azienda possiede e qualcuno arriva a contarne anche 15. Al mattino si raccoglie l’uva, confezionandola direttamente in campo, magari riempiendo anche solo una pedana. Ancora oggi, come in passato, il primo contatto con il mercato generale avviene attraverso un parente o un conoscente trasferitosi in una città del Nord Italia, più raramente all’estero.

Tutto ciò ha l’aria di essere alquanto impegnativo.

Indubbiamente, perché il produttore è chiamato non solo ad aver cura della produzione, ma anche a stringere rapporti commerciali con i fruttivendoli o con i mercati generali, a curare il confezionamento della frutta e il trasporto.

Immagino che l’uva in questione non venga frigo conservata.

No, il prodotto viene inviato immediatamente. Se dovesse esserci bisogno di qualche giorno di frigoconservazione, però, le aziende agricole possono stringere accordi con la parte logistica, che talvolta offrono la possibilità di conservare la merce in camion frigoriferi, ma per non più di un paio di giorni.

Oltre alla fatica, però ci saranno anche dei lati positivi. Immagino che così le aziende riescano a spiccare un prezzo migliore visto che eliminano un anello della filiera.

Generalmente sì, accorciando il numero di anelli della filiera riusciamo sicuramente a spuntare un margine più conveniente. Allo stesso tempo, però, l’azienda agricola è tenuta ad assumersi delle responsabilità maggiori in termini di rischi e di oneri. Un’altra difficoltà è gestire l’estrema scalarità della raccolta, che implica anche una gestione agronomica differente rispetto ai vigneti nei quali si raccoglie il prodotto tutto insieme. I produttori biscegliesi che intraprendono questa strada, infatti, vendono poche quantità di uva alla volta, per soddisfare e rispondere, di volta in volta, alle richieste di mercato. Ovviamente anche questa tipologia di commercializzazione ha risentito molto del mercato per lo più piatto registrato quest’anno. Inoltre non bisogna tralasciare che i mercati generali con cui abbiamo allacciato i rapporti richiedono prodotti di altissima qualità. L’uva spedita dovrà essere di qualità extra.

Per concludere, ragazzi, raccontatemi come si svolge una vostra “giornata tipo”.

La raccolta è organizzata in una maniera un po’ particolare. L’azienda in mattinata riceve le ordinazioni, talvolta anche il giorno prima per il giorno successivo. In funzione dei quantitativi richiesti si programma la raccolta con gli operai, si contatta l’agenzia di trasporto con la quale ci si organizza per stabilire dove consegnare le pedane con l’uva da tavola raccolta per caricarle sul camion refrigerato. Tutto ciò ci permette di raggiungere i mercati generali della città desiderata già l’indomani mattina. Le operazioni e le responsabilità sono molte e in questo caso i produttori svolgono anche le veci dei commercianti: una faticaccia.

 

Autrice: Teresa Manuzzi

©uvadatavola.com

Articolo pubblicato sul n°5 – 2022 del bimestrale “Uva da Tavola – magazine”

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